| Aiuto, mio figlio è straniero! |
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| Scritto da Michela | |
![]() Tra i miei amici sembra scoppiata una epidemia. In barba alle statistiche che vogliono il tasso di natalità fermo da anni alla triste media di uno-virgola-due, praticamente tutti quelli che conosco in età fertile hanno un figlio in arrivo. Non c’è precariato che tenga: sono circondata da spiriti impavidi che sfidano l’incertezza del domani con quella sana incoscienza che un tempo era norma e ora è stupore, quando c’è. Parlando in continuazione di bimbi in arrivo, è naturale essere portati a riflettere sul linguaggio che si usa a loro riguardo. In sardo il bimbo atteso si chiama in un modo molto particolare: ho udito più di un genitore riferirsi a lui definendolo “s’istrangiu”, lo straniero. Alla sensibilità attuale questa parola, segnando una estraneità di fondo, sembra non solo inusuale, ma anche offensiva e inquietante. Verrebbe voglia di dire che non è uno straniero quello che arriva, è carne nostra, è nostro figlio. Invece questa è una lettura superficiale, perché il termine ha un doppio registro interpretativo che vale la pena riconsegnare ai futuri genitori, se lo ignorano. Dire che il bambino è istrangiu definisce la sua identità come “altra” rispetto a quella di chi lo ha generato. Il neonato ha una sua autonoma dignità di individuo, non è una estensione di mamma e papà, anche se porterà il loro cognome. Accettare che il bimbo in arrivo sia così definito da avere una identità tutta sua, che sia un tutto a sé che non è parte di nulla, rende molto più complicato a livello di concetto immaginarlo come un niente, una cellula impazzita nel ventre di sua madre, che in virtù di questa spersonalizzazione guadagna su di lui un potere indiscriminato di vita e di morte. L’altro aspetto stempera questo lato fortemente personale dell’identità, collocandola in un quadro comunitario che la mette al sicuro dagli individualismi: il bambino è straniero finchè la comunità cristiana non lo accoglie nel battesimo. Questo significato era probabilmente dominante quando il termine istrangiu è entrato in uso. Oggi, quando sempre più di frequente il battesimo si rimanda o non si amministra per nulla, diventa difficile stabilire in base a quale comunità il bambino è individuo partecipe e accolto. Registrarlo in municipio è un rito alternativo che compensa solo in parte questa identità collettiva perduta. L’anagrafe dirà che esiste, ma non in relazione a chi esiste, fatti salvi i genitori per ovvii motivi. Il rapporto che dovrebbe annullare l’estraneità non è quello con le persone e la Persona per antonomasia, come nel caso del battesimo, ma quello con lo Stato e le sue entità territoriali, che registrando il bambino nuovo come esistente lo differenziano da chi non ha la cittadinanza, ovvero gli stranieri, sos istrangios. Senza voler sminuire il concetto di Patria e tutta la liturgia laica così cara a Ciampi, io mi inchino alla saggezza antica dei nostri padri, che hanno voluto chiamare istrangios i propri figli solo per poterli meglio accogliere come parte di sè. |
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