| Dio, che casalinga! |
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| Scritto da Michela | |
![]() Facendo ordine in casa mi è capitata sotto mano una immaginetta plastificata a mo’ di carta di credito, con una preghiera alla Trinità su un verso, e sull’altro una inquietante composizione grafica, composta da un vegliardo con la barba bianca tipo Gandalf, una sua versione giovanile talmente patinata che la corona di spine sembrava stargli bene, e un uccello ad ali spiegate, incongrua colombina in atteggiamento da aquila. Davanti a violenze subdole di questo tipo, qualcosa di profondo in me si rivolta. Provo sana invidia per l’iconoclastia che caratterizza altre religioni diverse da quella cattolica. Il divieto di farsi di Dio immagine alcuna è saggio e lungimirante, perché ogni raffigurazione ha in sé la tentazione di delimitare e fare propria una Identità talmente “diversa” che non può per definizione avere limite, né padrone. Il potenziale della rappresentazione è immenso e deleterio, perchè suggerisce a chi guarda l’idea subdola che Dio sia quello che stai vedendo. In questo senso ogni immagine è un idolo. L’arte ortodossa rifugge a modo suo a questa trappola, perché le icone obbediscono al dettame teologico che esclude il realismo nelle figure, volutamente sempre bidimensionali e sproporzionate, tanto da sembrare strane al nostro occhio occidentale educato alla gabbia della prospettiva. Invece tutta l’iconografia tradizionale cattolica ripropone la rappresentazione realistica e maschile di Dio, e la sua efficacia nell’immaginario collettivo è tale che quando Giovanni Paolo I disse che Dio è anche madre, ci fu chi storse il naso; Dio Madre sembra una bestemmia culturale, prima ancora che teologica, sommersi come siamo dall’iconografia che ce lo vende maschio, vecchio e con la barba bianca. L’uso esclusivo dell’immagine maschile di Dio viene giustificato in parte dal fatto che Gesù nel Vangelo si riferisce a Lui come padre. Ma questo uso, che è un uso riferito al ruolo e non al genere, è diventato così predominante da cancellare tutti gli altri riferimenti non maschili a Dio. Se chiedessi a qualcuno di citarmi una parabola in cui Dio è presentato in vesti femminili, sono sicura che i più mi risponderebbero che non c’è un simile racconto nel Vangelo. Invece, sorpresa sorpresa, c’è. Si trova nel trittico che viene definito “le tre parabole della misericordia”.
Ma nessuno si ricorda che la parabola che sta in mezzo alle due racconta di una donna che perde una moneta. Ora la domanda che mi viene è: perché questa nemmeno troppo timida immagine femminile di Dio è totalmente scomparsa dalla predicazione ordinaria? Perché questa parabola non se la fila nessuno, quando si preparano percorsi penitenziali? A chi da fastidio l’idea che Dio possa essere raffigurato anche con un ruolo femminile? Mi sembra particolarmente significativa specialmente nel contesto sociale in cui Gesù la disse: non solo accosta Dio a una donna, ma a una donna che ha autonomia economica, in una breve narrazione in cui non c’è alcuna presenza maschile, nemmeno quando si fa festa per aver ritrovato la moneta. Il recupero delle immagini bibliche femminili di Dio è un passo indispensabile per la riappropriazione del ruolo della donna nella Chiesa. |
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