| A calci in culo |
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| Scritto da Michela | |
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Il lavoro umano è indivisibile da chi lo compie, perché è una espressione fondamentale dell'identità del lavoratore. Non è frutto solo di un fare, ma anche di un precedente saper fare, di un voler fare, di una contestuale attenzione, del senso di responsabilità, del tempo, della cura, della passione, del genio umano a qualunque livello lo si consideri. Ogni lavoro è diverso anche quando è lo stesso lavoro, perché i lavoratori sono tutti diversi e nello svolgere quel mestiere mettono in campo elementi personali ai quali non è possibile attribuire un valore economico che non sia puramente simbolico. Per questa sua natura di espressione dell’identità umana irripetibile, il lavoro è strettamente collegato agli altri aspetti della vita del singolo lavoratore: gli affetti, i legami familiari, la salute, l’istruzione, il tempo libero. Ecco perchè i contratti di lavoro nazionali prevedono che la salute sia tutelata, che le ferie e i periodi di aggiornamento professionale siano riconosciuti, che la malattia sia coperta, che l’assenza per gravidanza e i congedi per altri fatti personali siano economicamente sostenuti: si è recepito come vero il fatto che ciascuno di questi aspetti influenza in modo determinante la qualità del lavoro e la possibilità stessa di svolgerlo al meglio. Perciò chi legifera sulle norme che regolano i contratti di lavoro deve restare consapevole di stare agendo in maniera diretta su tutti gli altri ambiti vitali delle persone che faranno quel lavoro.
Ma se chi legifera non ha questa concezione del lavoro, e lo considera una merce o un elemento puramente funzionale alla produzione alla stregua di un macchinario o di una partita di materia prima, è praticamente automatico che gli aspetti collegati al lavoro non vengano più considerati interdipendenti, ma siano visti come elementi del tutto estranei al suo svolgimento, quando non veri e propri impedimenti al processo produttivo. In questa logica ammalarsi rende il lavoratore inservibile e quindi sostituibile, se è donna fare un figlio lo rende inabile, le ferie sono un fatto personale che non riguarda le aziende per cui la persona lavora, il tempo libero viene concesso nella misura in cui l’azienda può privarsi del suo apporto in quel momento, a prescindere da quanto bisogno abbia lui di riposare o di stare con i suoi. Se il lavoro è una merce, tutto quello che è collegato al lavoro diventa un costo di produzione, e in ambito aziendale ridurre i costi di produzione è indispensabile per rendere il soggetto competitivo sul mercato. Anche se questi costi si chiamano diritti. E’ secondo quest’ultima disumana concezione che è stata concepita la legge Biagi. Ed è secondo questa ultima concezione che va ridefinita la precarietà. Precario è qualunque mestiere che abbia condizioni contrattuali tali da ledere in modo duraturo la vivibilità degli altri ambiti collegati alla vita del lavoratore. Tra queste condizioni negative, la durata limitata non è nemmeno quella che incide maggiormente: conta molto di più la remunerazione, che ammortizzerebbe di molto il rischio di non vedersi rinnovato il contratto. Ma la remunerazione in un contratto a progetto è spesso bassissima rispetto alla prestazione, perché non è collegata al tempo effettivo di lavoro. Forse queste ultime cose il tatcheriano Giuliano Cazzòla che mi hanno messo accanto l’altro giorno alla Rai non le sapeva. (qui c'è la puntata di Uno Mattina a cui mi riferisco) Perché se sai queste cose, davanti a una donna di 36 anni che come ricercatrice prende 1200 euro all’anno in attesa di un concorso, non dici cose come: «è normale che all’inizio si mangi pane e cipolla». E cazzi suoi se alla soglia dei quarantanni non può fare un figlio ne sposarsi, e si sente dire che è all’inizio alla stessa età in cui tu già avevi cattedra. Se sai queste cose, davanti a una telefonista che fa lo stesso mestiere da nove anni con un rinnovo di tre mesi in tre mesi, non dici cose come: «però intanto per nove anni hai mangiato, non è che sei stata disoccupata». E pazienza se fare un lavoro stabile con un contratto instabile significa vivere ancora con i genitori a trentanni, cosa che scommetto non capita ai tuoi fortunati figli. Se sai queste cose, non dici che il fatto che i call center siano pieni di laureati è colpa dei laureati che hanno studiato cose che non servivano al mercato del lavoro, e che quelle sono scelte. Bastava fare i telefonisti da subito, bastava non studiare. Se sai queste cose, non ti rivolgi a me dicendo enormità come: «basta con questa mistica del precariato che sta rovinando i giovani: dobbiamo smettere di pensare che le esigenze della produzione debbano essere costruite su quelle della vita». Cosa mi sono persa? Non ci volevate fare credere proprio questo con la Biagi, e la chiamavate flessibilità? Non ci voleva molto a capire che l’unica cosa flessibile alla fine saremmo stati noi, piegati a novanta gradi davanti alle esigenze di una produzione in piena erezione, pardon, sviluppo. E Giuliano Cazzòla, vistosamente irritato dalla mia mistica del precariato, mi incalza: qual è l’alternativa? Signor economista, l’alternativa è tornare a considerare il lavoro come espressione fondamentale dell’identità umana, tornare a fare leggi che non lo trattino come una merce deperibile, da dove sparisca le espressioni "mercato del lavoro" e "risorse umane" e dove l'uomo venga considerato nuovamente come più importante di quello che produce. E forse aiuterebbe anche che si dia un bel metaforico calcio nel culo a tutta questa gente così ansiosa di migliorare la produzione a spese del nostro futuro. |
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Michela, posso dirti una cosa?
Quest'articolo mi ha fatto venire i brividi tanto è straordinario.
Chapeau!
Non ci posso credere. PS Pamela è ancora davanti al monitor che impreca (e ti saluta).
Michela, altro che metaforico!
Purtroppo siamo nelle mani di questi geronti che hanno stramangiato e non si preoccupano minimamente della fame altrui.
Inoltre, come hai notato altre volte, hanno un concetto un po' distorto di gioventù: uno/a che a 36-40 anni si lamenta della propria condizione di precariato permanente (l'ossimoro ci vuole) è un giovane che non si accontenta...
e tu per di più ti metti a sobillarla, questa 'gioventù'!!!
continua così...
silvia
Ua ua uah, terribile Cazzola... 'non si può pensare che la produzione possa conformarsi sulle esigenze del lavoratore'. questi si sono bevuti il cervello! perché non parlano di come sono gestite le risorse di questo nostro splendido paese. ci sono decine di testate di gruppi parlamentari che nessuno legge che si cuccano fior di quattrini, per esempio...
Purtroppo, sin quando la gente scenderà in piazza solo se l'Italia vince ai mondiali, questi sono i loschi figuri responsabili del peggioramento della qualità dela vita altrui (della loro non penso). E meno male che è un ex sindacalista (e questo dimostra come purtroppo i sindacati siano ormai solo partiti politici aggiuntivi...). ... Spero che la gente almeno ascoltando simili sfrontatezze riesca ancora a mantenere mente lucida e capacità ragionativa...
complimenti, sinceri. Lei è un esempio alto di una civiltà che vogliono farci credere superflua. Non avevo mai avuto il piacere di leggere nulla di Suo, non la conoscevo e me ne rammarico...
Leonardo, troppa grazia.
Per fortuna non sono l'unica a pensarla così, ma effettivamente non siamo abbastanza, se il consigliere economico del governo è Cazzòla e non un economista che la pensi come me.
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