| Tutte le volte che sono morta |
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| Scritto da Michela | |
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Da piccola avevo un alto senso della tragedia e immaginavo continuamente di morire. Senza aver ancora letto Shakespeare avevo intuito che schiattare poteva essere una cosa molto più interessante che fare la principessa in pericolo aspettando di farsi salvare da qualche scialbo principe azzurro: nelle mie fantasie il principe arrivava sempre troppo tardi, ammesso che non fosse morto prima. I miei compagnetti di gioco, precocemente addomesticati alla cultura del lieto fine dai cartoni animati giapponesi, non condividevano mai troppo spontaneamente questa mia passione per il tragico e il più delle volte volevano banalmente giocare a sopravvivere; col senno di poi non mi sento di giudicarli troppo duramente per questo. Credo che la mia intuizione del senso spettacolare della morte dipendesse in gran parte dal fatto che qualche parente sprovveduto, sedotto dall’ingenuo equivoco che i libri della letteratura cosiddetta per ragazzi debbano per forza di cose essere dei libri innocui, mi aveva regalato il pericolosissimo Le avventure di Tom Sawyer, ed ero rimasta fulminata dal pezzo in cui Tom e Huck si fingono morti affogati nel Mississipi e si nascondono per spiare il loro corteo funebre. Ne fui talmente conquistata che per mesi non feci altro che guardare sognante lo stagno davanti a casa, ingegnandomi a pensare come fingermi morta affogata per poter assistere al mio funerale: immaginavo la predica straziante di monsignor Manca, quelli che ci sarebbero venuti, chi avrebbe pianto, chi avrebbe sofferto sul serio e gli infami che avrebbero solo fatto finta, e io comunque lo avrei capito.
Ora riconosco in quel macabro gioco di fantasia il germe dell’attesa del giorno del giudizio, quello mio personalissimo, quando la morte - ne ero convinta - sarebbe stato il momento supremo di ogni verità, il dolore purificatore che avrebbe fatto cadere le maschere dell’ipocrisia e svelato gli affetti autentici, separando i capri dalle pecore. Nella mia mente la fine della vita di chiunque doveva essere per forza il momento delle rivelazioni più alte, l’istante della concessione del perdono al traditore, dell’amore segreto paralizzato eternamente in volo dall’ultimo fiato, emesso al posto del troppo scontato bacio.
Dopo aver visto mia nonna morire d’improvviso, quale disgrazia peggiore potevo immaginare a undici anni se non quella di vedermi dissipata in un istante l’occasione di riscatto attesa tutta la vita, correndo il rischio tremendo di farmi sfumare davanti il perfetto finale di ogni cosa? Per questo passavo ore a recitare con sincero fervore la preghiera per essere risparmiati dalla morte repentina, invocandomi al Buon Ladrone per farmi organizzare una morte consapevole: mi era sempre sembrato lui quello che aveva capito meglio di tutti l’importanza di mettere a frutto degnamente l’ultimo istante. Facile dire adesso che quella era una visione romantica e infantile: io allora non lo sapevo ancora che si potesse morire tante volte, e che diventare adulti vuol dire sopravvivere. Se arrivi a capire questo, non ci vuole molto a realizzare che per fare fuochi d'artificio la vita è un’occasione infinitamente migliore. |
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Bellissima l'immagine finale. Mi piace davvero tanto come scrivi.
Non ho saputo resistere, ho riportato l'ultima parte del tuo post sul mio blog. Con i credits, ovviamente. Spero non ti dispiaccia.
Ci mancherebbe, anzi mi onori!
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