| Non siamo mica gli americani |
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| Scritto da Michela | |
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Quando si parla di “noi sardi” questo è vero due volte, perché posso affermare serenamente che “i sardi” come soggetto autoconsapevole non esistono affatto, se non nel rapporto di incontro/scontro con chi sardo non è. L’entità collettiva dei “sardi” comincia ad esistere per i singoli nati sardi solo una volta passato il mare: prima sono di Gonnos o di Perdas, barbaricini o galluresi, di Sant’Elia o di Lattedolce, della loro specifica famiglia, in una identità fatta a matrioske dove tutti i modi di esistere sono sanciti attraverso la specificazione di una qualche ulteriore differenza. Solo l’ignoranza di un giudice straniero può arrivare ad emettere una sentenza basata sulla presunzione di omogeneità della cultura sarda: anche l’ultimo degli abitanti della Sardegna sa che vivere a Cagliari e vivere a Nuoro significa obbedire a imput culturali profondamente differenti, e sia gli uni che gli altri rivendicano fieramente questa diversità. Eppure la parola "identità", che ha la stessa radice di identico, lascerebbe intendere che il criterio per definirla vada cercato nella somiglianza, più che nella diversità. Se uno si abitua a procedere per differenze, è costretto a portare alle estreme conseguenze la sua ricerca, tornando all’unità di misura minima dell’identità: quell’IO elastico in permanente dialettica con il granitico NOI, protagonista di tutti i dibattiti sulla sardità condivisa. Che poi “con-divisa” vuol dire “divisa insieme”, mica unita. Ha senso la richiesta di presa di coscienza dell’identità collettiva rivolta a un popolo – cioè a noi stessi come nati in Sardegna - che ama definirsi per differenze, per confini e fratture, per sommi Capi di Sopra e di Sotto, per tancas serradas a muru? Non ne sono sicura e sono aperta a discussioni, ma se non do loro una mano, spero che mi capiscano quelli che si sforzano di fare muretti a secco sui terreni dell’identità collettiva: io faccio già una enorme fatica a muovermi nella palude scivolosa di quella individuale. |
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Quando sento parlare di sardità mi vengono i brividi e la callentura.
Sopratutto in un mondo dove i confini si stanno facendo più sfumati.
La cosiddetta sardità mi pare faccia rima con ottusità e basta.Ciao
Sarò duro ma non capisco bene perché ci debba essere (mi sembra di aver capito così da ciò che scrivi) accordo su un 'noi' o contrapposizione con l''io'.
C'è un gioco di scatole semichiuse che evidenzi molto bene. Tra Nuoro e Cagliari, oltre ad input culturali differenti, c'è anche uno spazio fisico che forse oggi è facilmente percorribile, ma prima non lo era. Facilmente mica tanto, visto che chi non ha una macchina, almeno dai paesi interni del nuorese, deve arrangiarsi con pulmini collettivi o passaggi vari. Di pullman o treni solo l'ombra.
Poi una volta usciti c'è comunque lo spazio del mare che rende la sardegna una scatola chiusa circondata da qualcos'altro.
Ulf Hannerz, per definire la cultura (che in questo caso c'azzecca perché viene associata all'identità), usa la metafora di un fiume: più lo guardi da lontano più ti sembra unitario. Poi solo una volta entrato dentro ne senti tutte le correnti contrapposte. La contropartita è che entrando dentro non lo vedi nella sua interezza, ma qui non ci interessa. Quindi mi sembra naturale che la questione dell''identità culturale unica' (odio sia i termini identità che cultura in questa accezione, ma sono comodi per capirsi) sia ben visibile da fuori.
Questa dialettica tra identità unitaria e identità individuale la vedo come i due poli di uno strumento che ha un suo fondamento. L'identità unica può avere un senso perché c'è stata una storia comune, che può essere resa saliente e - trovando un comune denominatore molto vago - può essere usata per costruire questa fantomatica identità.
Solo che la cultura unitaria viene messa in rilievo strategicamente, come facciamo con qualsiasi altro strumento materiale o ideale, per scopi precisi. Qui 'in continente' viene messa in rilievo spesso per chiedere soldi per i vari circoli degli 'emigrati sardi' nel mondo (qualcuno è rimasto un po' così forse quando gli ho scritto che non mi sento emigrato :)). Viene messa in rilevo per pranzi, per dire 'sono sardo come voi, datemi una mano a trovare lavoro' (non mi è mai capitato di farlo, ma ho visto qualche esempio qui a Padova).
L'identità individuale, il marcare la differenza, è un'altra lametta di questo coltellino svizzero e viene messa in evidenza ugualmente quando fa comodo.
Forse questa visione strumentale dell'identità sembrerà un po' cinica, ma mi sembra verosimile.
Entrambi i poli (identità 'collettiva', brrr che brutto termine se da solo; e identità 'individuale', brrr che brutto termine pure questo, se da solo, per uno che ha studiato psicologia sociale) sono entrambi reali, delle possibilità latenti.
Sarebbe carino vedere quando vengono messe in gioco. Ho il sentore che, dopo questa analisi, la 'sardità' sfumerebbe in un giochetto di soldi e potere :)
mi scuso in anticipo per la lunghezza del post
Dorian, non sei duro.
E' che mi domando cosa intendi per storia comune: ammesso e non concesso che tutti i sardi abbiano una storia comune ( e non è così, lo sappiamo benissimo), comunque non la conoscono. Chiedi a un sardo del medio campidano che cosa si festeggia nei giorni de Sa Die de Sa Sardinnia. Chiedi a un sardo di Sant'Antioco se sa dirti l'importanza di Eleonora d'Arborea. Chiedi a un nuorese a caso chi era Giovanni Maria Angioy. O a un gallurese se sa chi fosse Quintino Sella per la gente del Sulcis. Potresti stupirti assai delle risposte, perchè la nostra storia a noi non l'hanno mai insegnata: c'era da studiare quella degli altri.
E in fondo li capisco, gli storici piemontesi: se un sardo studia la sua vera storia, cresce molto incazzato. Meglio di no.
In effetti...
Messa così rimarrebbe solo la parte cinica del mio commento (che riassumo in una frase): siamo sardi senza neppure che vuol dire, solo quando ci pare, al limite per trovare qualcuno con cui chiacchierare al bar (o ai convegni sulla cultura sarda), per avere un po' di fondi extra.
Mi rimane il sospetto (o l'illusione, ma rimuovo il fatto che sia una illusione) che mi manchino un po' di tasselli. La spiegazione solamente cinica non mi convince.
Dori, non ti sto mica dicendo che ho ragione io, il mio post è aperto, non ho certezze. In fondo quello che voglio dire è proprio questo: nessuno ha i connotati identitari stabili in tasca, tali da proporli agli altri come criteri assoluti della sardità. Quando cercano di farlo mi ribello, ma questo non vuole assolutamente dire che io non riconosca la sardità in me.
Solo che forse va cercata in cose 'altre' rispetto a quelli che potrebbero sembrarci i riferimenti più ovvii.
Marcello Fois (il suo intervento splendido è nell'antologia Cartas De Logu, e forse è il più bello di tutta la raccolta) dice chiaramente che i sardi sono specialisti nel proiettarsi in una sardità folkloristica a beneficio degli occhi altrui, fino a diventare turisti di sè stessi, a guardarsi ballare su ballu tundu in televisione, mentre ballare non lo sanno più, o forse nemmeno lo hanno imparato mai.
L'identità è cosa per gente rotta, Dorian. Chi si crede tutto di un pezzo al massimo può arrivare alla convinzione di sè. E io di sardi convinti ne conosco anche troppi.
tranquilla, non penso né ho mai pensato che volessi dirmi 'ho ragione io' (anche perché qualora tu lo dicessi non ci farei caso :))
ho lasciato alla fine quella robe di 'mi rimane l'illusione che' sottointendendo: 'dai, aiò, altri contributi sull'argomento pleaseeeee'.
darò un'occhiata alla cosa che suggerisci di Fois. l'avevo visto e sentito 2 volte a padova anni fa e da allora lo ritengo un pallone gonfiato, quindi l'ho mandato... a pompu, diciamo, con rispetto parlando per gli oristanesi (pompu nell'immaginario barbaricino è la stessa cosa che dire in antartide)
sono curioso di vedere se arrivano altri commenti, non so aggiungere altro per ora
p.s. questa è un po' cattiva: 'Chi si crede tutto di un pezzo al massimo può arrivare alla convinzione di sè'. mi sembra pure la descrizione del don camillo (ex) nazionale
Non mi metterò a difendere la simpatia di Marcello Fois, è cosa troppo soggettiva e visto che qui si parla di contenuti non è nemmeno troppo importante. Però la ruvidità di Fois è arrivata in me dove la simpatia di altri non è mai riuscita, specie in tema di sardità: su quello lui arriva fino a diventare antipatico, ma non per questo meno vero, a voler essere sinceri con sè stessi. Leggitelo, poi dimmi ;)
Quanto alla cattiveria finale, è quasi ovvio che i criteri sul discorso dell'identità sarda possano applicarsi paro paro anche all'identità cristiana, e hai centrato perfettamente l'esempio. Betori, Bagnasco e Biffi, paladini dell'identità monolitica, sono i degni eredi di Ruini in questa visione senza troppe sfumature. Ma, qualunque cosa sia io, ho troppe madri e troppi padri per poter fare a meno delle sfumature.
Se chiedi a un sulcitano chi è Quintino Sella ti risponde '...una piazza di Iglesias'.
Ciao Michela, Luca...
Mi è piaciuto tantissimo questo post e il dibattito a seguire. Non sono sarda mano per un quarto, ma il momento storico accomuna, e l'identità individuale vive questo complesso momento dialettico coll'identità collettiva nella contrapposizione con il fuori.
Sono in compenso ebrea e per giunta assimilata - e cioè sposata a un goy. E sono sempre li che guardo la mia origine perduta a metà, e le sue oscillazioni, le sue rappresentazioni, e decidere anche io, se vale ancora un noi o se non ha senso. Perchè le logiche dei gruppi identitari, con i loro muretti le loro comunanze, le costruzioni folcloristiche che illudono un senso e lo fanno perdere (Marcello Fois, interessante: nel ghetto di Venezia vendono certi ebreucci di vetro che levate) sono spesso analoghe.
Identità: argomento impegnativo! :-)
Bellissima la riflessione di Fois sui sardi che diventano 'turisti di se' stessi' perché si proiettano da soli in una identità folkloristica.
Una delle soluzioni al problema dell'identità è questa. Non sei tu, o il tuo popolo che stabilisce chi sei, quale sia la tua identità.
Sono gli altri. L'enunciazione più netta l'avevo letta in un libro di Sergio Quinzio ('Radici ebraiche del moderno', mi sembra) dove era arrivato a dire che l'identità ebraica veniva definita e stabilita dal persecutore. Dal nemico, quindi. Non è un caso che le identità più forti siano quelle che hanno resistito alle minacce maggiori.
Certo, noi sardi (ah! l'ho detto!) non abbiamo nemici di quel livello, per fortuna.
In ogni caso, sull'argomento identità sarda la battuta definitiva l'ho sentita ad una conferenza del prof. Manlio Brigaglia, che concluse cosi' (cito a memoria): 'io sono gallurese e resto gallurese. Non mi passa neanche per la testa di 'essere' un campidanese o un barbaricino'.
'Tancas serradas a muru
fattas a s'afferra afferra;
chi su chelu fid in terra
l'haiant serradu puru'
Ho scelto questi versi di Melchiorre Murenu per descrivere lo spirito del mio blog, per raccontare di questa Sardegna che non riconosco più, per raccontare di Sardi che non riconosco più...
Ho scelto questi versi perchè sono drammaticamente attuali pur essendo stati scritti 3 secoli fa...
E' vero, per sommi Capi... Siamo Sardi per sommi Capi... malunidos per sommi - stupidissimi - Capi.
Brava Michela!
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