| Se può sperare solo chi crede in Dio |
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| Scritto da Michela | |
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Ma per fortuna Aresu è stato allievo anche di Enzo Bianchi, e in quella trappola non casca nemmeno per una riga: la chiave è teologica, la disamina è teologica e teologica è la critica finale, composta e semplice, che mi piace riportare: la speranza aiuta a orientarsi nell’invisibile, chi ne è privo rimane a brancolare nel buio e non ha i mezzi per orientarsi. L’antropologia della speranza indicata da Benedetto XVI contiene questo scacco tra credenti e non credenti, e segna una linea divisoria tra i cristiani e “gli altri che non hanno speranza”, di cui parlava San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi. Che cosa manca all’enciclica di Benedetto XVI, se è lecito esprimersi in questi termini? Manca la determinazione di un orizzonte della speranza che vada al di là dello stesso cristianesimo e che, in conformità con gli auspici del Vaticano II, sia in grado di parlare a tutti gli uomini. A questo proposito non è in gioco soltanto una concezione della Chiesa, ma piuttosto la sua stessa capacità di interpretare il mondo così com’è. Questa consapevolezza non era certo marginale nella teologia del novecento, probabilmente per gli stimoli che giungevano dal confronto ideologico con il marxismo. Jean Danielou nel 1953 poteva concludere il suo “Essai sur le mysthere de l’histoire” con un riferimento ala speranza, in cui leggeva non tanto uno spunto individualista, quanto un richiamo al destino totale del mondo e dell’umanità, capace di dare un senso alla storia. L’antropologia cristiana della speranza oggi è in grado di richiamare la forza sradicante di questo “destino dell’umanità”, o può solo dire che non si deve sperare nel progresso, ma nelle radici perdute? Forse questa è una domanda a cui l’enciclica non risponde. Così sembra ad Alessandro Aresu, così pare anche a me. Il testo dell’enciclica del resto è chiaro sin da subito su cosa intenda Joseph Ratzinger per speranza: “la redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata data la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.” L'attuale papa sembra convinto che chi è sprovvisto di quella meravigliosa ipermetria dell’anima che è la fede non ha ragione di sperare alcunché, e deve fare i conti con una fatica del cammino che sembra senza meta, quindi senza senso. La speranza così espressa coincide con l’idea “dell’andare a buon fine”, e sottintende il pensiero che il senso sia dopo e altrove; non ora, non qui. Difficile accontentarsi di questa visione riduttiva per chi come me chiama “speranza” la certezza intima che le cose che facciamo secondo coscienza abbiano un senso che non si misura con la loro percentuale di effettivo compimento. Se Dio alla fine di tutto malauguratamente decidesse di non esistere, e scoprissi che per sempre ho creduto nel Nulla Silenzioso che non può essere meta di nessuno, non mi viene in mente niente di quello che ho compiuto con sincera fede che potrebbe parermi inganno o inutile fatica. Né il perdono, né l’impegno, né il dolore condiviso, né la gioia offerta e presa. Nemmeno la fatica, perchè il vento forte in bici sulla faccia vale la pena di sentirlo anche se poi alla fine della discesa non c’è nessuno a dirti bravo. |
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bellissimo...
che dire, non hai disatteso le mie previsioni: prima berlusconi e ora il papa. ti chiuderanno sicuramente il sito :P
a parte gli scherzi, sono d'accordo e aggiungo che provo un senso di pochezza verso chi decide di fare le cose perché poi sarà premiato: vai a messa la domenica perché se no non vai in paradiso.
La sensazione è che la Chiesa abbia deciso da tempo di abbandonare la gioia della vita e del cammino umano in favore di un dogmatismo prescrittivo per pochi eletti, fatto di scarsa vicinanza, pietà pelosa, incomprensione per le debolezze dell'animo umano e serafica astrazione.
Chi ha bisogno della vicinanza di Dio, in questo momento, non lo trova nella Chiesa Cattolica.
Cara Michela,l’argomento è umanamente troppo interessante per non rispondere al tuo scritto.
Non ti nascondo una certa difficoltà nel comprendere il senso di quanto scrivi, forse a causa della mia scarsa preparazione teologico-filosofica. Difficoltà che invece, stranamente, non ho riscontrato leggendo l’enciclica “Spe Salvi” del papa teologo. L’enciclica mi è parsa chiara forse perché molto corrispondente a quello che provo come uomo e come cristiano.
Ho l’impressione che la difficoltà nel comprendere quello che scrivi sia data da un non chiaro o diverso intendimento della parola speranza. Questo fraintendimento penso sia alla base della confusione dei troppo pochi commenti critici che questa enciclica ha avuto (“speriamo” se ne parli di più).
Esiste una “speranza umana” nel senso di costitutiva di tutti gli uomini (cristiani e non cristiani), per i quali non è possibile continuare a vivere senza sperare, coscientemente o incoscientemente, al di là di ogni ragionevolezza, in un destino buono, nella consistenza di ciò che si vive, di ogni istante ,di ogni rapporto, di ogni sentimento……
Ogni respiro che emettiamo, volenti o nolenti, esprime questa speranza. Non solo possiamo tutti sperare, chi crede e chi no, ma siamo costituzionalmente obbligati a farlo.
E’ la speranza del non qui non ora. E’ una definizione di speranza molto simile alla parola desiderio, concetto che più di ogni altro costituisce l’essenza ultima del cuore umano. Chi siamo noi nell’universo se non coloro che desiderano il bene, il buono, il bello e in sintesi la felicità.
In altre parole siamo come delle serrature a cui manca la chiave, possiamo inventarcela, credere che esista anche se non l’abbiamo mai vista, credere che non esista, ma siamo sempre inevitabilmente delle serrature.
Esiste poi la “speranza cristiana” oggetto dell’enciclica che è altra cosa. Non nega e non sminuisce (anzi) la speranza umana, ma è tutta altra cosa.
La speranza cristiana si fonda su una certezza presente, su un qui e ora. Per fare un paragone è come un bambino che prende per mano sua madre, non sa che cosa sua madre ha preparato per lui, ma certo dell’amore di sua madre, sa che la mamma ha preparato per lui una cosa buona perché gli vuole bene.
La speranza cristiana prede vita da un fatto, concreto, sperimentabile (nel senso di cui si può fare esperienza).
Un fatto misteriosamente incontrabile e altrettanto misteriosamente non incontrabile.
La speranza umana è per definizione di tutti, quella cristiana, altrettanto per definizione non è di tutti, alle volte neanche dei cristiani.
Il papa non nega assolutamente la speranza umana (come potrebbe farlo un uomo cosi portato al rispetto e alla valorizzazione del “logos” cioè della ragione umana) ma l’enciclica è dedicata alla speranza cristiana.
Sono d’accordo con te se quello che intendi dire è che qualsiasi uomo che prende fino in fondo sul serio la propria condizione umana può, a prescindere dalla fede, arrivare a credere che poiché siamo costituiti da questo insaziabile desiderio di felicità da cui nasce la speranza sia lecito supporre un destino buono (in altre parole se siamo serrature ci sarà pure la chiave). Però questa non è la speranza cristiana.
Uno stupido ecumenismo, scandalizzato da fatto che l’avvenimento cristiano in quanto tale non sia esperienza di tutti, ha portato i cristiani a confondere i due piani della speranza, annacquando (cioè staccando dalla realtà) la speranza cristiana si è creduto di renderla potabile a tutti. Uno dei meriti di questa enciclica e quello di fare chiarezza su questo punto.
Un dettaglio (si fa per dire):
la tua frase “Se Dio alla fine di tutto malauguratamente decidesse di non esistere, e scoprissi che per sempre ho creduto nel Nulla Silenzioso che non può essere meta di nessuno, non mi viene in mente niente di quello che ho compiuto con sincera fede che potrebbe parermi inganno o inutile fatica”
parafrasando: “Dio c’è ma se non ci fosse sarebbe lo stesso, mi basta la mia idea di dio ”
per la stima che ho nei confronti della tua intelligenza ritengo sia una boutade a cui nemmeno tu credi.
io credo che luigi non abbia parafrasato bene dicendo “Dio c’è ma se non ci fosse sarebbe lo stesso, mi basta la mia idea di dio ”.
piuttosto, almeno da quello che io ho capito, credo che si preferisca una alternativa alla speranza cristiana esposta come unica verità, cosa evidentemente non limitata ad una idea privata di Dio
Manuel, la tua obiezione mi conferma che ho capito bene. Ho scritto “mi basta la mia idea di dio ” solo perché è riferita a Michela che ha sempre affermato di essere credente ma la frase “ mi basta la mia idea di dio” la puoi sostituire con qualsiasi cosa “ mi basta la mia idea di…..senso della vita, giustizia, successo,impegno politico…”.
In sintesi “: “Dio c’è ma se non ci fosse sarebbe lo stesso,mi basta ciò che io penso”
allora mi spiego meglio.
anche io credo in dio.
ma perché deve essere quello stereotipato dalla chiesa cattolica, raggiungibile solo in determinati modi?
io mi sento vicino a dio in modi diversi da quelli 'precettati' da essa, ognuno si accosta al divino secondo la propria esperienza, altri lo fanno con quella che gli è stata detta.
di qui viene il mio disaccordo con la tua convinzione che 'se non c'è ho l'alternativa: quello che penso'.
non è una alternativa in realtà, ma qualcosa di diverso.
ti dirò inoltre che esiste sicuramente anche qualcuno che 'basta a se stesso'/'ciò che penso io', perciò (con il tuo ultimo) sembra quasi che ti poni ad unica posizione giusta possibile.
michela ha già esposto bene dicendo che l'attuale papa, sembra convinto che chi è sprovvisto di speranza con l’idea “dell’andare a buon fine” dopo e altrove, esclude chi "il vento forte in bici sulla faccia" decide di sentirlo anche se alla fine non c’è nessuno a dirgli bravo.
Manuel la mia frase era una parafrasi di un concetto espresso da Michela non è ciò che penso.
Mi sembra che stiamo discutendo dell’enciclica senza che tutti l’abbiano letta (non Michela), e questo rende difficile capirsi. Se attribuisci qualche concetto o frase al papa , questa deve essere veramente contenuta nell’enciclica altrimenti parliamo del vuoto.
Comunque, tu dici “che esiste sicuramente anche qualcuno che 'basta a se stesso”, questo ontologicamente non è vero a prescindere da ciò in cui uno crede. Razionalmente l’ uomo non basta a se stesso (perché irrazionalmente tutto può essere).
Nell’enciclica e ben spiegato perchè l’uomo non basta a se stesso come anche la scienza non basta a dare consistenza alla speranza umana, non basta una visione sociale o politica, una giustizia……
Solo il concetto di Dio ha le dimensioni richieste dalla speranza umana.
Ma questa è un analisi di ciò che è la speranza umana, teoricamente alla portata di chiunque, credente o no, purchè si affronti oggettivamente il problema.
La speranza cristiana invece è altro, come ho cercato di dire prima e come è sicuramente descritto meglio nell’enciclica.
Manuel scusa ho capito solo adesso quello che hai scritto:
“di qui viene il mio disaccordo con la tua convinzione che 'se non c'è ho l'alternativa: quello che penso'.non è una alternativa in realtà,”
Sono d’accordo con te, non è un ‘alternativa in realtà, ma anche prima quello che chiamavo Dio era in realtà una mia idea.
Per la Chiesa la speranza è timore e attesa.
Anche senza Dio io vivo anche timore ed attesa ma non vivo nell'attesa e nel timore.
Aldilà della filosofia leggevo nelle parole del signore vestito di bianco distacco, presunzione, istigazione a diffidare del culturalmente diverso.
Con buona pace di chi filosofeggia con la vita di muscoli e sangue la mia vita mi basta e non grazie a dio.
Qui e ora e scusate ma non è poco.
Timore boh dipende da cosa si intende.
La speranza è attesa per definizione.
Cosi come l'attesa è una forma costituiva dell'essere umano.
In un mondo fortemente individualista la posizione del chi si accontenta gode, alla base del bastarsi a se stesso è sicuramente molto diffusa ma non per questo veritiera. Una posizione smentita nei fatti anche da chi la sostiene, la vita per come è fatta fa si che i nodi vengano sempre al pettine.
“Nelle parole dell’uomo vestito di bianco…….” Io ho letto l’opposto. Sarebbe bello che quando si critica una frase o un contenuto lo si riporti, altrimenti sono frasi vuote con cui non si può ne concordare ne discordare.
Luigi non mi pare ci sia bisogno di citare come se si fosse in tribunale.
Si sta parlando dell'enciclica e di quella parlo.
Non ti sorprendere di quanto ho scritto sulla speranza visto che ho citato il Catechismo della Chiesa Cattolica.
L'equazione per cui poi chi basta a sé stesso è legato al chi si accontenta gode è solo una tua deduzione.
Non giudicare la mentalità ed il pensiero ateo se non lo conosci.
E ora non mi fare arrabbiare, sono ateo quindi rappresentante del male su questa terra...
Si capisce che sono ironico?
D.
Rispondo tardi perchè sono stata a lungo via, ma in effetti ha ragione Luigi: l'argomento è troppo umanamente interessante per relegarlo all'orizzonte atrofizzato dei distinguo tra le speranze. Per essere precisi, quello che mi rende perplessa è esattamente questo passaggio:
'il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino'
E' proprio da cristiana che non riesco a condividere la prospettiva di un 'oltre' che spieghi il 'qui', o di un 'dopo' che spieghi 'l'adesso'.
Sono convinta che la realtà salvata sia salvata TUTTA, in ogni singolo istante, anche quello faticoso del presente. Non c'è un momento della mia vita che sia privo di senso in sè, che necessiti di spiegarsi con un altro momento a venire. La visione della lacrimarum valle da cui si guardano le stelle - intesa come contrapposizione tra un oggi di sofferenze umane e un domani di delizie divine - è da contrappasso medievale, è dantesca, superata proprio dal punto di vista cristiano, perchè se fosse vera lascerebbe ancora una volta la vita umana in una tensione irrisolta, come una barzelletta senza un finale che faccia almeno ridere. E infatti in questa prospettiva consequenziale chi non si aspetta un finale avrebbe ben ragione di leggersi come privo di senso. Ma Cristo avrà pure cambiato qualcosa, o no?
Per me il presente, anche quello faticoso, è luogo d'incontro con Dio (quindi di realizzazione della mia speranza) esattamente come il futuro, come ogni singolo istante, che sia nel posto in cui si conta ancora il tempo o che sia nel posto in cui il tempo non conterà più nulla. 'Il regno di Dio è qui in mezzo a voi' non è una frase di contorno; per me cristiana vuol dire che il mio incontro definitivo, la mia speranza con la S grande, cominciano a realizzarsi qui e adesso, non appartengono più alle geometrie del 'non ancora', alla prospettiva infantile del 'quando saremo in paradiso'. Il che, meglio precisarlo, non significa che io non creda nel paradiso o che borghesemente non speri di andarci. Solo che mi piace pensare la mia speranza sia qualcosa di più che 'andare in paradiso'.
Michela concordo pienamente con quello che dici, anche se stranamente sottovaluti la distinzione tra le due speranze, quando poi subito ne evidenzi chiaramente le differenze.
In sostanza (sempre semplificando e parafrasando) dici: non mi interessa la semplice promessa di un futuro buono quando adesso è solo sopportazione di un presente faticoso (speranza umana), desidero che la mia speranza inizi a realizzarsi qui e adesso, in altre parole va bene la promessa ma dove è la ciccia (speranza cristiana).
Praticamente esprimi quanto il papa sostiene nella Spe Salvi con maggiore dettaglio e approfondimento ma sicuramente non con meno chiarezza.
Ma allora mi chiedo come è possibile sostenere un concetto e non riconoscerlo in chi maggiormente lo conferma, il semplice pregiudizio non è una spiegazione sufficiente.
Forse la ragione sta nell’ontologia del cristianesimo. Il cristianesimo non è una filosofia, non è un concetto, un idea, un dettame morale, in realtà non è nemmeno una religione. Questo non vuol dire che nella sua essenza non sia descrivibile con un concetto più o meno articolato (sono convinto che anche un non credente può descrivere nella sua essenza la fede cristiana meglio di molti fedeli).
Il cristianesimo è un fatto e come tale incontrabile o meno. Un fatto che, se incontrato, può evolvere in un rapporto, sottoposto alle leggi di tipiche dei rapporti (amico e amico, genitori e figli, uomo e donna….). Un idea, una filosofia, anche una religione, una volta capita è capita, rimane fissa nel suo schema, un rapporto no.
Un rapporto ha bisogno di continuità, di frequentazione. Il rischio continuo di chi come noi questo fatto lo ha incontrato è sempre quello di ridurlo a un concetto, un pensiero confinato nella nostra mente.
Forse non mi sono spiegato bene, provo con una metafora. Immagina che un uomo incontri una donna , particolarmente colpito, dica “questa è la donna della mia vita” e poi parta per l’america portando con se l’idea che ha di questa donna. Dopo diverso tempo incontra un amico che gli descrive nei dettagli una affascinante donna (la stessa) appena incontrata e il primo non la riconosce, non riesce ad associarla all’ idea che ha di quella donna.
Luigi, mi diverte questa tua esigenza di parafrasare tutto quello che dico :P per altro ogni volta che accade ho l'impressione che il concetto che volevo esprimere ne esca mutilato.
Infatti a me pare di non stare assolutamente dicendo la stessa cosa di Ratzinger, quando lui dice che il presente di sofferenza è sopportabile solo con la certezza della futuribile visione di Dio.
Questa, che nel suo discorso è evidentemente configurata come l'unica 'speranza cristiana' esprimibile, resta una visione improponibile a chi della certezza della futuribile teovisione è del tutto privo. E bada che ho detto volutamente 'improponibile', cioè è articolata in modo da non poter nemmeno costituire proposta a chi non sia già superdotato di fede ferrea. Sostenere una simile posizione con un non credente o un diversamente credente implica tarlare ogni possibile apertura al tema del divino/cristiano che non implichi la totale capitolazione della ragione dell'altro.
E' questo l'appunto di Aresu nell'articolo, del resto: dire che il senso assoluto delle cose non è nelle cose, ma nonostante le cose. Dire che i significati albergano in un altrove che solo in pochi vedono, significa costruire una speranza per privilegiati, e il facile fraintendimento è che costoro siano tutti cristiani.
(Ci aggiungo un appunto mio: significa anche che la realtà umana non è stata veramente salvata, che le cose del mondo sono ancora 'morte', non sono risorte ad un nuovo senso che si autorivela alla sensibilità di qualunque cuore. Affermare che il senso è altrove è disperante anche per gli stessi credenti, ma è mio parere che questa visione pessimistica della realtà umana sia costitutiva della sensibilità teologica ratzingeriana)
L'appunto di Alessandro, secondo me molto lucido, dice tra le righe: 'cosa mi sono perso? Ero rimasto al Concilio che diceva che la speranza era senza aggettivi, porta a tutti gli uomini e alla portata di tutti, perchè aveva assunto le categorie umanissime del mondo dell'uomo, e il mondo non era cattivo, ma era il luogo principe della rivelazione dell'amore di Dio. E come è successo che adesso siamo arrivati a dire che chi crede ci ha la speranza, e tutti gli altri invece vagano disorientati? Questa affermazione è priva del respiro universale che aveva invece la Gaudium et (sic!) Spes.'
Il riferimento non è esplicito e io sto parafrasando, ma chi ha letto i documenti del concilio non può faticare a riconoscere che i concetti di speranza tra cui si opera il confronto sono proprio quelli.
Ora, non sto dicendo che Ratzinger dice cose diverse da quelle affermate dalla G&S, e di sicuro nemmeno Aresu direbbe mai che intendeva questo, ma la scelta dei linguaggi in teologia è fondamentale: porre un accento diverso significa dire cose diverse, oppure stabilire diverse gerarchie tra concetti analoghi. L'ago si è un po' spostato, e il risultato è che la speranza improvvisamente sembra un po' più 'cristiana' e un po' meno 'universale'. Può darsi che per alcuni sia un bene, ma se qualcuno manifesta perplessità, io le vedo legittime.
dimenticavo di aggiungere che l'ultima mia frase precedente è anche la spiegazione del perchè c'è pochissimo dibattito attorno a questo documento.
E' stato percepito come una 'circolare interna', e credo che sia la cosa peggiore che possa succedere a un documento papale: essere ridimensionato al punto da riguardare solo i cristiani, incapace di accendere un confronto su un orizzonte più ampio di quello che si vede dall'ambone. Micidiale in questo senso è proprio il commento che fa Cacciari qui:
[www.adnkronos.com], dove esprime chiaramente quello che il mondo laico legge nell'impostazione dell'enciclica: usa categorie che non sono confrontabili con nessuna idea diversa; non so tu, ma per me questo è un altro modo per dire che è autoreferenziale. E per quanto Cacciari non sia esattamente nelle mie corde, in questa disamina non si sbaglia.
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