| Dis-integrazione |
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| Scritto da Michela | |
![]() Non c'è speranza: se uno non si fa un giro per un certo nord Italia, alcune cose non arriverà a capirle mai. Il mio primo vero impatto con quella che si autodefinisce “la parte sana del Paese” risale a quattro anni fa, quando mi fermai per sei mesi nella ricca Valtellina delle località sciistiche al confine con l’Austria. Il primo elemento per capire qualcosa me lo diede l’architettura. Abituata all’anarchia urbanistica sarda, nemmeno l’incantevole paesaggio montano del parco dello Stelvio riusciva a farmi sentire meno oppressa dalla sequenza chilometrica delle casette fatte in serie, con i piccoli balconi di legno tutti uguali, pieni degli stessi gerani rossi e bianchi. Ogni paese sfoggiava con orgoglio copie del medesimo campanile, e dove non c’erano abitazioni si estendevano ettari di prati verdi tosati ad altezza standard. Nessuna variazione sul tema, nessuna individualità distinguibile: era come se quel luogo e quella gente esprimessero dovunque un insopprimibile bisogno di somiglianza. Mi sembrava di essere finita in una scatola di Lego, dentro un presepe laico montato da un geometra senza troppa fantasia. In molti comportamenti persino le persone sembravano obbedire a quel diktat di impermeabile uniformità: per esempio, nonostante i continui scambi commerciali con paesi germanofoni, i valtellinesi raramente imparano il tedesco, ed è una scelta precisa. È come se per loro abitare sul confine abbia significato diventare essi stessi confine, assumere l’identità della frontiera, che per definizione si riconosce per contrapposizione. In quei luoghi, dove ognuno sembra consapevole di incarnare un limite geografico e culturale, i segni distintivi di entrambe queste dimensioni assumono carattere di assoluto, e diventano "valori non negoziabili": la religione, la lingua, la cucina , l’architettura, le usanze e talvolta persino l’aspetto fisico sono cose che superano il loro significato primario, per raggiungere anche (e qualche volta soprattutto) quello rigido di paletti di delimitazione. Si ha la sensazione che chi non ha avuto la ventura di nascere qui non possa sperare di prendervi mai cittadinanza, al massimo permesso di soggiorno. È giocando soprattutto su questo naturale sentire che la Lega in queste valli ha ottenuto consensi altissimi: qui basta agitare lo spauracchio del furistér che contamina la presunta purezza dell’identità – cioè viola il confine della comunità ideale in cui chi è nato qui si identifica – per far scattare un formidabile meccanismo di autodifesa. Come in un sistema immunitario soggetto ad attacco virale, la diversità è consentita sempre fino a un certo punto, poi arriva il rigetto. Allora pensai che non mi sarebbe mai più capitato di rivedere un altro mondo vivere in quello stato di permanente resistenza all’altro, ma mi sbagliavo. Il confine, spostato ben oltre il suo tracciato geografico, ogni tanto me lo ritrovo ancora accanto in un discorso al bar nel bergamasco, o sul marciapiede di una Milano che muore dalla paura del diverso, ma non sa più trovare niente a cui somigliare. Per questo come naufraghi molti si aggrappano a qualunque straccio di simbolo che offra uniformità e prometta riconoscimento: che sia l'ostentazione di una fede cristiana o il grembiule a scuola, tutto è buono se aiuta a vedere meglio chi è dentro e chi è fuori, chi è “noi” e chi è “loro”. ![]() In questo clima di ossessivi distinguo e di pseudointegrazioni che privano gli altri del costitutivo della loro identità, io difendo con le unghie e con i denti il mio spazio di diversità, e forse è per questo che quando leggo sui muri la scritta “FUORI LO STRANIERO”, non ho bisogno di guardare la carta di identità per essere certa che stia dicendo anche a me. |
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Bello ciò che scrivi, sì purtroppo è così, ma temo che valga anche per la Sardegna ormai. In questo senso, anche il recupero esibito ed urlato di un'acenstrale 'pastoralismo' segue gli stessi meccanismi.
Condivido le tue considerazioni, Michela. Abitando e lavorando per gran parte dell'anno a Trento e conoscendo abbastanza bene la zona di Bormio, ho ben presente lo sensazione inquietante che possono suscitare l'ordine ossessivo-compulsivo, il conformismo totalitario (nel senso che pervade ideologicamente ogni aspetto della vita sociale) e la palese resistenza all'integrazione dell''altro' così diffusi nella 'parte sana del Paese'. L'ostinazione a utilizzare la propria lingua locale anche in presenza di un interlocutore chiaramente forestiero (che sia nord-africano, cinese o sardo è lo stesso) non è quasi mai sintomo di pura e semplice idiozia, o di ignoranza della lingua italiana (la cui rilevanza sociale e diffusione per altro sono tuttora clamorosamente sopravvalutate) o magari di maleducazione. Si tratta invece per lo più della convenzione (e convinzione) generalizzata secondo cui sei tu 'forestiero' a doverti adattare a quel che trovi, lingua compresa. L'idea di dover fare uno sforzo per mettere a proprio agio l'estraneo, specie in ambito strettamente privato, non appartiene alla cultura profonda delle popolazioni alpine o prealpine. Il che non significa che anche quassù non esistano modi urbani di trattare col prossimo. E bisogna anche aggiungere che, specie nei centri urbani, negli anni più recenti certi usi tradizionali sono stati erosi dai modelli imposti dai mass-media e dalla aumentata mobilità fisica delle persone.
Tuttavia, bisogna riconoscere che la nostra può essere etichettata come un'interpretazione parziale, deformata dal nostro occhio 'straniero'. Simmetricamente, posso testimoniare della reazione a volte sconcertata di chi, da quelle zone, viene a soggiornare in Sardegna e si trova immerso in modi di socializzazione e costumanze (ivi comprese quelle urbanistico-architettoniche) radicalmente diversi. Ciò non significa - e qui muovo un'obiezione a Stefania - che possano istituirsi paralleli tra il fenomeno di cui parla Michela e qualsiasi pagliacciata folkloristica sarda. Caso mai, il confronto va fatto tra le due forme di cultura profonda, al di là degli stereotipi mass-mediatici e delle trovate politiche. Ma è un altro tema, fin troppo vasto e complesso: possiamo rimandarlo ad un'altra circostanza.
La cosa che vorrei sottolineare, in conclusione, è che nella maggior parte dei casi basterebbe la semplice buona creanza, il basilare riconoscimento della legittimità altrui a stare al mondo, anche in forme e modi diversi dai nostri, perché la diversità non susciti repulsione e conflitto ma, se non proprio curiosità, almeno quel sano e pacifico rispetto che da solo eviterebbe gran parte dei drammi di questi tristissimi giorni.
ma un po' di conformismo edilizio da roma in giù, dove non si vede la differenza con il medio oriente, tra abusivismo perenne, intonaci scrostati o inesistenti, scheletri di cemento armato riempiti con foratini (ma con i bagni in marmo), squallore devastante, farebbe così male?
Eh sì, è proprio vero: dal Lego alla Lega il passo è breve...
No, Simona, farebbe benissimo, mai detto che la fantasia al potere sia desiderabile in tema di piani regolatori urbani. Ma l'ordine collettivo perseguito in modo ossessivo è spia di qualcosa di più che un legittimo desiderio di decoro cittadino. Se lo assumi come criterio ossessivo, arrivi a vietare ai poveri di frugare nei cassonetti in nome del decoro urbano. Qualunque riferimento ad Alemanno è voluto.
Laggiù in quelle valli desolate (ma anche e soprattutto a milano) non giunge l'azione benefica dello iodio, e nascono i giovanardi. su questo siamo d'accordo.
i poveri, a roma, non ci sono più, lavorano tutti per ciarrapico, perché il fascismo non è male assoluto e pensa al sociale..
però, pensavo alla baita tirolese a baia domizia, al villino merlato nella valle dei templi, allo scempio anarchico, e penso che forse un po' di silvius magnago, a frattamaggiore, male non gli avrebbe fatto..
Scusa, sono un po' confusa.
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