| Profezie lente |
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| Scritto da Michela | |
![]() Benedetto XVI è preoccupato per l’aumento delle forme di lavoro precario, e lo ha dichiarato all’Angelus la scorsa domenica. Non mi scandalizza tanto il fatto che a preoccupare il papa sia l’aumento e non l’esistenza del lavoro precario, come se ci fosse una soglia numerica del precariato sotto la quale il fenomeno non debba preoccupare. Mi interroga piuttosto il tempismo del turbamento pontificale sul tema, perché sarà anche giusto che la Chiesa cammini nella storia con i piedi di piombo, ma qualcuno dei cardinali consiglieri avrebbe pur dovuto dire a Sua Santità che questo impiccio del precariato va avanti da sei anni buoni, almeno per non rischiare di fargli fare la figura di quello che saluta il nuovo anno con un profetico sguardo al passato. Sei anni di precarietà legittimata, tanti ne sono quasi passati dall’approvazione della legge 30, furbescamente battezzata legge Biagi sperando che beneficiasse per estensione della stessa indulgenza che talvolta si accorda ai defunti. Sei anni di contratti a singhiozzo in nome della flessibilità, sei anni in cui il silenzio delle gerarchie ecclesiali sul tema ha rimbombato tanto più sonoramente quanto numerosi si susseguivano gli interventi sulle altre questioni, quelle cosiddette non negoziabili: la vita ad ogni costo, la famiglia ad ogni costo, l’eterosessualità ad ogni costo e più generalmente tutti i valori a ogni costo della morale cattolicamente intesa.
Soltanto una volta la voce del Pontefice si è levata chiara a proposito di precarietà, ma non per condannarla direttamente come disvalore: era l’ottobre scorso, e in quella circostanza il tema del lavoro instabile entrava in modo trasversale in quello ben più caro a Ratzinger della famiglia; infatti il papa affermò che “quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso”. La dignità del lavoro stabile venne espressa non quindi come valore in sé, ma solo in quanto funzionale alla costruzione di una famiglia da parte dei giovani. Come a dire che in tutte le altre circostanze - metti caso che la famiglia ce l’avevi già o a fartela non ci pensavi affatto - il problema poteva essere considerato ecclesialmente non prioritario. Coerenza per coerenza, la visione parziale che molti vescovi continuano ad avere del precariato - semplificato come ennesimo problema giovanile - ha generato in questi anni la più completa inattività pastorale sui temi del lavoro e del suo valore, un tempo pilastri storici della dottrina sociale della Chiesa anche nell’azione sul territorio. Mentre si è considerato prioritario organizzare family day di piazza contro i progetti parlamentari di famiglie alternative, non c’è ricordo di una sola voce autorevole di protesta ecclesiale che si sia levata per denunciare la scandalosa divisione in figli e figliastri in cui la legge 30 aveva gettato i lavoratori di ogni settore, istruzione e fascia d’età. Una divisione che sin dal varo della normativa si sarebbe potuta intuire con tutta probabilità anche senza avere il dono della profezia, se non altro per le drammatiche conseguenze sociali che si sarebbero generate dall’istituzione di un sistema di impiego parallelo a zero tutele per il lavoratore, costi minori per le aziende e licenziamento senza storie con o senza giusta causa. Oggi, dopo sei anni di politica della flessibilità, anche un cieco sarebbe in grado di vedere che quelle scelte non contrastate hanno portato a contare nel 2008 quattro milioni di “scaduti sul lavoro”. Oggi chiunque tra gli amici ne annovera almeno uno che sogna di tenersi un lavoro abbastanza a lungo da svilupparci sopra una deformazione professionale. Oggi che l’evidenza ci fa vergognare tutti di non essere scesi in piazza quando si determinavano le condizioni delle vere urgenze, oggi Benedetto XVI è preoccupato. È una fortuna che il paradiso possa attendere, tanto arriveremo in ritardo. |
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La cosa più triste, almeno per me, è che io non mi aspetto più nemmeno un briciolo di attenzione e sensibilità da un'istituzione che mi sembra sempre più sideralmente lontana da quello che si vive, davvero e ogni giorno, sulla terra.
Grazie Michela per le belle parole che hai lascito sul mio blog!! Bacicciao!
Non mi ricordo se ti avevo detto o meno che ad Aprile ho in programma un weekend esplorativo in Irlanda.
Me lo hai detto, ma trovo questo tuo commento incongruente: il papa è ovunque, è anche in Irlanda.
(ringhia)
Oramai io mi sono rassegnato.
Tanto per la maggioranza della gerarchia che le chiese siano sempre più vuote non interessa.. l'importante è che arrivino sempre i soldini dall'8x1000.
Pare proprio che oramai la chiesa italiana (non so all'estero) viva una realtà tutta sua. E comunque come ho sempre detto: gerarchia=gerontocrazia. Sono sempre più vecchi.. e lontani dalla vita di ogni giorno.
Mio padre oggi è uscito dal cesso con la verità in mano. Era contenissimo. Ha tirato su un sorrisone e ha detto 'Vedi, Obama è il papa nero! Quelli a Roma non sono più papi, Nostradamus aveva previsto anche questo!'
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