| Replica di Simonetta Sanna (e carteggio successivo) |
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| Scritto da Michela | |
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Fedele alla linea di voler caratterizzare questo sito anche come spazio di confronto qualificato, pubblico a seguire - su richiesta esplicita di Simonetta Sanna - il nostro carteggio in cui lei stessa risponde al dibattito fortemente critico intorno alla sua intervista rilasciata a Il Giornale la scorsa settimana. Cara Michela, come forse ricorderà, ci siamo conosciute al festival del libro di Macomer, dopo una tavola rotonda su Cartas de Logu, in cui ero relatore, e abbiamo convenuto sulla problematicità del senso identitario e familiare in Sardegna. Ecco, considero l’intervista (su cui ho già scritto a Maninchedda) un ‘incidente di percorso’, dettato dalla preoccupazione per l’attuale situazione, in cui chi sa, troppo spesso tace: allora a me viene da parlare, anche in condizioni di scarsa garanzia. Sbaglio, non sbaglio, si vedrà.Però, poiché credo nella necessità di rendere conto dell’operato nei quattro anni e mezzo di Consiglio, e capita che talora non ci si conosca, vorrei ricordare che sono stata relatrice della prima Legge quadro sullo spettacolo in Sardegna, legge attesa dagli anni ‘70 (v. in proposito il mio resoconto in La ferita Sardegna), di una proposta di Legge sul garante per l’infanzia e l’adolescenza, e di una proposta riguardante l’istituzione del Garante regionale per gli anziani, di una bozza di nuovo protocollo di intesa fra Regione e Università nell’ottica del polo universitario regionale, capace di garantire insieme autonomia e cooperazione, che ho collaborato con alcuni assessorati all’ideazione di progetti culturali. Ho, inoltre, organizzato seminari sull’educazione alla cittadinanza attiva (2006), su religioni e natura (2007, che ha ospitato fra gli altri l’Imam Yahya Pallavicini, unico firmatario in Italia della lettera al Papa sulla necessità del dialogo fra cristianesimo e islam), sulla formazione della classe dirigente (2008, che ha ospitato relatori illustri come Il Prof. Enzo Rullani e Francesco Schianchi), di cui stati pubblicati gli atti (nella collana Ippocampi della Edes), e numerose altre iniziative, dibattiti, incontri e convegni. Ricordo, infine, i due libri Cuec, che ho inteso come parte integrante dell’attività politica, mentre altri saggi stanno per uscire. In secondo luogo vorrei dirle che non è semplice conoscere e capire le dinamiche politiche in genere e quelle attuali in particolare. Perché non ho parlato prima? Intanto non è vero, come testimoniano i due libri Cuec sulla Sardegna e il trafiletto “Promemoria” sul Giornale di Sardegna, dove se non ricordo male mi pare di avere letto anche Lei. E poi ho parlato anche nelle riunione politiche: una volta, ad esempio, ho fatto presente che le politiche universitarie erano inadeguate. A suo tempo sono stata membro di una commissione europea per la riforma delle Università (processo di Bologna) e conosco la problematica come pochi. Dopo anni non siamo riusciti in Consiglio a risolvere il problema delle sedi gemmate, e molte altre cose ancora. Ho ricevuto una risposta durissima, che non solo non ammetteva repliche, ma che è stata accompagnata da tutte le dinamiche di pressione del gruppo, descritte dagli specialisti. Lei ha parlato tanto bene delle dinamiche nei call center: ha mai vissuto dall’interno quelle politiche, soprattutto della fase attuale? In ogni caso, in assenza di condizioni di lavoro dialogiche e aperte – e chiunque affermi il contrario, mente – ho continuato a svolgere un lavoro che ho ritenuto utile, realizzando molte iniziative. Inoltre mi sono sempre astenuta da pratiche politiche di vecchio tipo, ampiamente praticate anche dalla nuova politica, consapevole delle conseguenze. Parlare di vendetta tardiva è quanto meno singolare: intanto, perché la mia critica non è tardiva e poi perché sul piano personale non ho nulla da reclamare. Ho un mestiere, sono professore ordinario, svolgo un’attività di ambito internazionale ricca di riconoscimenti, non vivo di politica. Sto scrivendo un libro sull’esperienza vissuta, in cui avrò modo di tornare su tutto questo. E vedrà che non troverà traccia di ‘pauperismo’ e altro. L’intervista riassembla a suo modo una chiacchierata molto lunga. Alla domanda sul carattere ostico del presidente mi sono rifiutata di rispondere con la motivazione che il livello del discorso era per me inaccettabile. Il Novecento, infatti, ci dovrebbe avere insegnato una volta per tutte ad evitare il nodo fra carattere e storia pubblica. Hitler era uno psicopatico, la cui psicopatologia si è incontrata con dinamiche storiche, politiche e sociali, ma anche di psicologia individuale e di massa della Germania del tempo. La politica moderna dovrebbe guardarsi bene dal selezionare leader che costringono a fare del loro carattere un ‘politikum’. Ok, forse così imparo a non dare risposte troppo complicate in un’intervista ad un giornale. Ma non sono certa di volere imparare proprio questo. Cordiali saluti, Simonetta Sanna la ringrazio di avermi voluto scrivere di persona, e mi creda se le dico che so per esperienza personale di quali manipolazioni siano capaci anche i giornali più insospettabili, figuriamoci gli altri. Ciononostante quando ho letto l'intervista ho avuto ugualmente un moto di incredulità, non tanto per i concetti, che qualunque persona intelligente, anche senza conoscere lei personalmente, avrebbe capito essere stati semplificati fino alla mistificazione, quanto per la sede, un luogo in cui per vocazione anche la più trasparente delle dichiarazioni è destinata a diventare strumento per il meno trasparente degli scopi, tanto più se c'è una campagna elettorale di mezzo. Personalmente ho criticato il modello politico incarnato da Soru in tempi non sospetti, e già due anni fa dalle pagine di Diario ho scritto alcune cose non molto diverse da quelle che ho letto nella sua intervista al Giornale, pur partendo da una prospettiva esterna. Le critiche le ho ribadite due mesi fa anche su Liberazione, e glielo dico perché la mia perplessità non le sembri il moto partigiano della fan soriana che vede ovunque traditori della causa. Era un disappunto che, ignorando l'equivoco in cui l'avevano indotta, nasceva piuttosto dall'incredulità di vedere cose pur non prive di fondamento proclamate dall'ultimo dei pulpiti accettabili in tema di conflitto di interessi; era infatti evidente che la cosa era stata fatta con lo scopo (dubito fosse il suo, ma di sicuro era quello del giornalista), di avvantaggiare la parte amica con una opinione critica e qualificata su Soru. E chi meglio di una "soriana pentita" poteva servire a questo scopo? L'hanno usata, professoressa, ma non più di come, perdoni la franchezza, l'ha usata Paolo Maninchedda quando, pur essendo evidente che quelle affermazioni non potevano essere uscite dalla sua bocca nel modo indecente in cui sono state riportate, ha citato testualmente quell'intervista in modo funzionale alla sua personale battaglia anti Soru. Riesco a immaginare senza sforzo come si deve essere sentita leggendosi il giorno dopo, perché mi è accaduto lo stesso sull'Espresso qualche settimana fa, vedendo stravolta una mia frase che purtroppo anche lo stesso Maninchedda ha citato/usato/strumentalizzato nel suo intervento in consiglio regionale il giorno in cui Soru ha confermato le dimissioni. E' stato umiliante e illuminante al contempo vedere il mio invito alla sinistra a riflettere sul "modello Soru" per correggere il tiro, diventare paradossalmente strumento utile per l'altra parte politica, nei cui scopi i margini di miglioramento ai miei occhi nemmeno esistono. Io sto imparando molto in questa campagna elettorale, cose per altri forse ovvie, ma non per me, che non mi sono mai trovata prima nella presunta posizione di poter potenzialmente orientare opinioni, e ho quindi usato della mia libertà di pensiero con lo stesso spirito con cui lo ha probabilmente fatto lei. Ma ho capito che in alcuni momenti, e questo è di certo uno di quelli, supporre negli interlocutori la stessa propria onestà intellettuale è una ingenuità che si paga molto cara, e agli occhi rapidi di chi legge fa sì che, oltre ai disservizi alla verità derivanti dalla semplificazione di cose complesse, anche una sola frase stravolta possa cancellare d'un colpo anni di riflessioni e impegno degni di miglior considerazione. Le sono quindi grata di aver voluto condividere con me il suo lavoro di questi 4 anni e mezzo, e mi scuso se il linguaggio tipicamente blogger della mia critica a quella intervista ha dato un'immagine di lei parziale e ingenerosa. Cordialmente Michela Murgia Non si preoccupi, Michela, capisco il linguaggio: ormai è così, un tempo era verba volant, ma ormai i verba si fermano sui blog (e non conoscendosi, non guardandosi negli occhi ecc. ecc., tutto è più complicato)- e nelle interviste. Però ho fatto parecchia esperienza. E le assicuro che non m'importa la strumentalizzazione, che è implicita. Non m'importa, perché si vede (se si hanno gli occhi e le orecchie, soprattutto queste ultime). Mi preoccupa molto più quella che si presenta con i guanti e le buone maniere, cui partecipano persone insospettabili, e che è quindi tanto più dannosa. Ma è un discorso veramente lungo che a riassumerlo si rischia l'equivoco. Anch'io ho criticato molte cose da subito, apertamente, nelle sedi opportune. Ma invano - ed ho apprezzato il suo "Il mondo deve sapere", perché dall'esterno le persone non riescono a immaginare. Poiché continuo a credere nella politica, nella modernizzazione sociale, nella conservazione del meglio di quanto abbiamo in Sardegna, ecc.. ecc., sono a disposizione. Non bisogna lasciare cadere le occasioni di incontro. Veda lei: so quel che dico e ho gli strumenti per comprendere (lo so, l'intervista...) e sono pronta ad incontrare anche tutti i suoi blogger insieme e sottopormi alle loro domande. Dico per dire, per ribadire che sono a disposizione. Spero voglia pubblicare sul suo blog anche la mia prima risposta. Ho letto i suoi interventi e sono fra i migliori che ho letto. Simonetta Sanna
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Michela e Simonetta unite e travolte da un insolito Serpombo® nella grigia campagna elettorale di Sardegna.
UhUU UhUU UhUU UhUU (gesto della scimmia che scappa battendosi le mani in testa)
in sintesi: un tempo c'erano luoghi dove, e persone con cui, chi non aveva occhi e orecchie sufficientemente acuti (e/o attenti e/o liberi dal procurarsi il pane) si dibatteva e discuteva delle idee politiche, si approfondiva, si capiva. Oggi si spettegola (dei leaders, dei ministri su Youtube, dell'olio prodotto dagli uliveti etc) e invece si capisce poco. Gli analfabeti di prima capiscono di più dei laureati di oggi. Se non vi arrivavano, se lo facevano spiegare.
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.Sì, viviamo una povertà intellettuale e culturale stile repubblicadellebanane. Ma 'povertà' non tanto nel senso su come o quanto istruiti o meno istruiti, ma proprio come persone, sempre più incapaci di valori civici, sociali, morali.
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Oggi mi ha ad esempio colpito una vicenda di cronaca, che nasce dall'ignoranza dei più elementari rudimenti dei tempi e delle procedure processuali. E il giornalista(1) che fà? La dibatte? Magari la ri-spiega? eventualmente la analizza per cercarne le origini? NO, la cavalca(2). E però anche così, anziché riuscire a servire il regime (esonerandolo da critiche e analisi impietose), alla fine lo mette in difficoltà. Ma basta poco(3) a spostare l'argomento in goliardia...
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Cara Michela, come forse ricorderà, ci siamo conosciute al festival del libro di Macomer, dopo una tavola rotonda su 



