| Replica d'ufficio |
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| Scritto da Michela | |
Oggi su La Nuova Sardegna è apparsa questa lettera, in risposta a mie osservazioni sul tempismo discutibile del Papa in tema di precarietà del lavoro.Per amore della verità, sento il dovere di fare alcune osservazioni in merito a quanto apparso nei giorni scorsi sulla Nuova col titolo: «Ma sul lavoro precario Ratzinger e la Chiesa arrivano molto in ritardo», a firma della gentile scrittrice Michela Murgia. A mio modesto parere papa Ratzinger e con lui le attuali alte gerarchie vaticane non sono affatto in ritardo sulla questione dei precari, ma considero che prima di pronunciarsi hanno atteso il tempo necessario per constatare e valutare appieno gli effetti negativi di una distorsione della normativa che li riguarda. Ciò premesso mi sia consentito di fare presente alla gentile Michele Murgia che, mi pare si contraddica quando afferma che «la visione parziale che molti pastori continuano ad avere del precariato ha generato in questi anni la più completa inattività pastorale sui temi del lavoro e del suo valore un tempo (a suo dire) pilastri storici della dottrina sociale della Chiesa anche nell’azione sul territorio». Niente di più inesatto gentile signora Murgia: infatti la gerarchia e i pastori hanno sempre per tempo seguito, segnalato e monitorato il lamentato fenomeno, in vita da sei anni come ella afferma, in vari documenti nella stampa cattolica e dei presuli che ella ignora e che sarebbe bene e opportuno vada a consultare (vedi Osservatori Romano, Famiglia Cristiana, la Rivista dei Gesuiti e, soprattutto, l’operato tempestivo e capillare delle parrocchie più sensibili e toccate dal fenomeno. Si accusa talora la Chiesa di essere indifferente e lenta nei suoi interventi di fronte a fenomeni che toccano il cuore e la sensibilità della moderna società civile; mi dispiace contraddirla, cara amica, ma non è così; senza andare lontano ricordo le enciclopedie e l’attività dei papi dell’800 e del ’900 in merito alle questioni sociali che sono insorte a decorrere dal sorgere dell’industrializzazione. In quanto all’ottimismo dell’Uomo di Arcore, posso facilmente condividere quanto da lei affermato, tenendo ben presente che nessun politico sa fare miracoli e che le vere urgenze sono disattese. Pietro Demontis Replico al volo qui, non lo farò sul giornale. Fermo restando che su alcune questioni la Chiesa per pronunciarsi non aspetta affatto di vedere gli effetti negativi di una legge (basti considerare le “guerre preventive” sul testamento biologico, sui DICO e il rifiuto di ratifica per la depenalizzazione del reato di omosessualità), la lettera del signor Demontis ha la debolezza di una difesa d’ufficio, e non solo perché non contiene nessuna precisazione sulle sedicenti prove di recente sensibilità pastorale al tema del lavoro – Famiglia Cristiana sta ai pronunciamenti gerarchici come l'informazione sta al TG4 - ma soprattutto perché non ci si è capiti sui termini. A parte prendere le encicliche per enciclopedie, non si può scambiare per attenzione gerarchica la solitaria buona volontà del singolo parroco che per mettere la pezza al danno apre magari lo sportello informalavoro per i giovani della sua parrocchietta. La verità, che sta putroppo molto oltre la testa di quel parroco, è che non esiste all'interno della Chiesa alcun dibattito socio-economico che sia in grado di valutare profeticamente le conseguenze di determinate scelte prima che queste si mostrino con la loro faccia peggiore.
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Cara Michela, rassegnati: come hai detto tempo fa in un altro articolo (che, credici o no, ha segnato un piccolo cambiamento nella mia vita, nel senso che mi ha fatto realizzare una piccola Verità che ormai riconosco sempre più spesso) sono molto più comode le parole di un 'ateo rispettoso' che quelle di un 'cristiano critico'.
Pertanto beccati la tua replica tappabocca, cristiano critico, e non alzare troppo la testa perchè, a differenza dell'ateo rispettoso, se ti scomunicano a te la cosa infastidisce
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Oggi su La Nuova Sardegna è apparsa questa lettera, in risposta



