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La casa editrice Ilisso continua il suo progetto di ridare smalto all'intera produzione deleddiana, nota e meno nota. Nelle prossime settimane usciranno tre nuovi titoli di Grazia Deledda, tra cui Il nostro padrone con la mia prefazione.
 

Segni di vita intelligente

Attenzione, questa sezione contiene forme varie di resistenza al degrado. 

Ico Gasparri, il fotografo divenuto famoso per i suoi raid sulle pubblicità con la donna oggetto, ha fondato una associazione intorno al protocollo contro la pubblicità sessista. Stanno aderendo in tanti, perché c'è bisogno di uno sguardo diverso.

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Nell'ora della nostra vita PDF Stampa E-mail
Scritto da Michela   
Sa Filonzana - figura tradizionale del carnevale sardo che rappresenta Atropo, la parca che recide la vita umana
Eluana Englaro.
Ogni giorno ho guardato i tg, letto i giornali, le interviste, gli approfondimenti, le dichiarazioni e le sentenze. Ho comprato perfino il libro di Beppino, per capire. Ma non ho detto mai una parola su Eluana, non sono andata con Ferrara a bottigliare il Duomo, nè ho aderito alle isteriche petizioni qui e per fare di questa vicenda una battaglia ideologica o istituzionale. Adesso che Eluana è all’atto finale della sua vicenda, una riflessione mi si impone. Dal suo punto di vista Beppino Englaro ha fatto la cosa che riteneva giusta. Non lo giudico per questo,  ma sono convinta che l’ambito su cui si può sospendere il giudizio debba finire nel punto esatto in cui il suo dramma diventa paradigma del nostro.
Quello che Beppino Englaro ha fatto è di una gravità assoluta, e cambierà inevitabilmente il rapporto di ciascuno di noi con la propria fine, perché è il concetto stesso di fine che è stato cambiato dal suo gesto: Eluana sarà uno spartiacque, dopo di lei sarà molto più difficile sostenere che la vita umana non è solo attività consapevole. Che questa vicenda sia stato un catalizzatore delle nostre ossessioni è evidente: nell’ultima settimana ben tre persone amiche mi hanno consegnato una specie di testamento biologico, pregandomi di sopprimerle, piuttosto che far loro fare “la fine di Eluana” (ironico, quando la fine di Eluana invece è proprio quella). Sull'onda dell'emotività, a qualcuno ho anche promesso che lo farò, come Mina Welby promise a Piergiorgio. Al momento giusto però Mina non c’è riuscita a mantenere la promessa, e credo che non ci riuscirei nemmeno io. Mi dicono che su YouTube si moltiplicano analoghe dichiarazioni filmate, e questo non fa che confermare che quello che è successo alla figlia di Englaro non è solo un caso privato, ma innanzitutto uno psicodramma nazionale. La paura che ciascuno ha della malattia e del dolore fisico si è proiettata su questa ragazza ad un punto tale che molti si sono dimenticati che Eluana non era affatto malata, e non aveva alcun dolore fisico. Il terrore di sopravvivere grazie a una macchina come Welby ci ossessiona tutti, ma forse non tutti gli ossessionati sanno che Eluana in realtà non era attaccata a nessuna macchina. Non era un’agonizzante, né era quello che si può definire vita terminale: apriva gli occhi ogni giorno, poteva stare seduta e il corpo seguiva i suoi ritmi biologici senza forzatura. La sua sopravvivenza dipendeva solo - attraverso un comune sondino applicato giusto il tempo della sua funzione - dall’idratazione e dall’alimentazione, esattamente come quella di ognuno di noi. Mi rendo conto che per molti di noi quella sarebbe già una morte, e non lo contesto, perché non sono una fautrice della vita a tutti i costi; sono anzi convinta che ciascuno debba avere il diritto di decidere liberamente fino a che punto può o non può sopportare. Ma questo caso mi atterrisce proprio perché rappresenta la negazione di questo sperabile diritto. Non è stato il dolore di Eluana a fare la differenza. Non è stata la sua inequivocabile ed esplicita richiesta, che era e resta presunta. Non è Eluana che ha deciso, ma suo padre e i giudici sulla base di una presunzione di volontà, peraltro non contestuale. Questo è un fatto nuovo nel nostro ordinamento, ed è un fatto nuovo anche per le nostre coscienze. Con motivazioni di volontà presunta un soggetto che non era il diretto interessato ha chiesto e ottenuto l’interruzione di un’esistenza umana, e questo, per quanto il singolo caso sia straziante nella sua tragicità, costituisce un precedente pesante con cui rischiamo di fare i conti tutti, volenti o più probabilmente nolenti.
Colgo l’occasione, visto che va di moda, di chiedere la cortesia, casomai si verificasse il caso, di non sospendermi l’assistenza vitale se non sono io a chiederlo. Grazie.
 
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Commenti

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Ogni visione è legittima,però unpunto è sacrosanto: c'è una sentenza definitiva passata in giudicato che all'ultimo momento il governo non vuole riconoscere.
Io non voglio che si giochi con me stessa.
Se sono in mezzo al guado, preferisco mi si lasci andare.
E' vero, in questi giorni si parla di tabù per lo più rimossi: il dolore, la malattia e la morte,ma fanno parte di noi.
Un 'ultima cosa: al di là delle convizioni personali di ciascuni, tutta la vicenda si è svolta in modo LEGALE.

Inserito da guglielma, il 08/02/2009 alle 12:34

Guglielma, sul piano meramente giuridico quello che si contesta è proprio la legittimità di una sentenza proclamata in uno stato di vuoto normativo in tema di testamento biologico; in questo vuoto i giudici hanno accostato per analogia il rifiuto delle cure garantito dalla Costituzione alla volontà - passata, generica e non scritta - di Eluana di rifiutarle. Ma il nostro ordinamento non è quello britannico della common law, non sono i giudici con le loro sentenze a fare la giurisprudenza, ma il Parlamento. In questo specifico caso il Parlamento credo possa eccepire di essere stato preceduto, e la questione che le motivazioni per cui lo fa mi facciano schifo non cambia il dato che questo è quello che è successo. La realtà è che sulla base di una volontà presunta è stata interrotta l'alimentazione, quindi NON la cura, tecnicamente parlando, a meno che non si voglia considerare la sopravvivenza stessa in quello stato una malattia, ma qui si spalancano abissi.
E' interessante leggere la sentenza, credo.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 12:45

Poi prometto che leggerò la sentenza.
Concordo che una ricostruzione post hoc di una volontà presunta sia molto problematica. Poi vedrò come si sia riuscito a dare validità giuridica a tale ricostruzione. Scientificamente, a mio modesto parere, non vedo come ci si possa arrivare.

Penso che si debba avere la possibilità di dare un consenso informato. Cioè: se dico che voglio che si stacchi tutto sono consapevole del fatto che se poi dovessi cambiare idea non potrò farlo. Con questa consapevolezza do l'ok o non lo do. D'altronde mi sembra però francamente che la maggiore età (18 anni) sia ancora poco per avere una lucidità simile. A 18 anni stiamo appena iniziando l'università e oggi troppo spesso siamo tutto fuorché adulti. Farei in modo che la possibilità di prendere una decisione così estrema sia data diciamo dai 25 in su (poi sull'età minima si potrebbe discutere, ma non certo dai 18 in my opinion).

Resta secondo me un'ultima considerazione. Noi magari non sapevamo di questa vicenda englaro. Ma chi fa politica sì. C'è stato tutto il tempo per fare una legge, mentre le varie sentenze andavano avanti. Perché svegliarsi solo ora? Si faccia pure la legge, ma secondo me ormai si lasci in pace il padre della ragazza, non ci si accanisca contro di lui. Ha voluto rendere questo suo gesto pubblico, un atto politico. Non c'è mai stata alcuna azione concreta. Ciò che sta accadendo ora mi sembra quasi (ma non ne sono certo, da qui il verbo 'sembra' e il 'quasi') sciacallaggio.

Inserito da dorian, il 08/02/2009 alle 12:57

Scusa, Michela, ma non capisco la tua riflessione. Rimanendo sul piano giuridico, quello che tu poni (non tocchiamo gli altri...), i giudici hanno dovuto decidere sulla base di un vuoto normativo e per associazione ad altre leggi e situazioni analoghe. Perchè questo dovrebbe ora creare uno spartiacque? Se finalmente il Parlamento farà una legge su questo tema, sarà questa vincolante e a fare giurispudenza, o no?

Inserito da Francesco, il 08/02/2009 alle 13:02

Lo spartiacque infatti non è giuridico, Fra, ma emotivo, culturale, sociale. Diciamo che è uno spartiacque 'di consenso'. Se cinque anni fa avessi fatto per strada a chiunque la domanda 'Vorresti che qualcuno ti sospendesse l'acqua e il cibo quando non puoi decidere?', la maggioranza ti avrebbe detto sicuramente di no. Oggi invece tantissime persone che probabilmente prima non si erano poste il problema, o non l'avrebbero affrontato così, sono state obbligate dalla spettacolarizzazione ideologica di questa vicenda a considerare lo stato vegetativo permanente come un'agonia insostenibile a cui permettere addirittura che sia un altro a porre "legalmente" termine.
Da questo punto in poi ogni confronto serio da cui avrebbe potuto partire l'elaborazione normativa sarà fortemente condizionato dallo tzunami emotivo che nella testa della gente ha distorto la realtà dei fatti. Li ha distorti tanto chi ha lasciato credere che Eluana sia attaccata a una macchina che la tiene in vita, mentre non è vero, e li distorce con estremo cattivo gusto chi afferma che Eluana può addirittura fare figli, probabilmente senza sapere che diverse donne morte mentre erano in gravidanza l'hanno comunque portata a termine, e non per questo erano da considerarsi vive.
Lo spartiacque è di senso, perché se oggi chiedessi per strada a qualcuno 'se fossi come Eluana, vorresti che ti sospendessero l'alimentazione?', il 61% risponderebbe di sì. Eppure è la stessa identica domanda di prima.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 13:19

Io ho, ho sempre avuto e avrò sempre un terrore cieco della morte, perché non essendo credente temo il momento in cui si spegnerà la luce. Ma temo molto di più (MOLTO) l'idea che la luce rimanga mezza accesa e mezza spenta, e che io - o quello che resta di me - sia ridotta a un cactus.
Mia madre mi racconta spesso di come gli anziani in demenza che cura arrivino al punto di serrare i denti per rifiutare il cibo. Vogliono morire, non perché siano malati, ma perché sono stanchi, vecchi, e non hanno più la forza di vivere. E sono vigili, se non lucidi. A quel punto: sondino nasogastrico, PEG, alimentazione forzata a oltranza, piaghe, e poi finalmente un giorno l'ultima lampadina si spegne.
Posso avere il diritto di chiedere che questo non mi venga fatto, né ora che sono giovane, né più avanti quando giovane non lo sarò più? Posso avere il diritto di chiedere che, ad esaurimento del mio cervello cosciente, io venga lasciata andare senza drammi, perché me ne ritorni da dove sono venuta?
Io credo di sì. Ma altri credono di no. Questi altri, sfortunatamente, stanno usando questa assenza di scelta come un grimaldello per scardinare il Presidente della Repubblica, e instaurare una bella repubblica teocratica fondata sul partorirai con dolore, preferibilmente quando sei priva di coscienza.

Inserito da Giulia, il 08/02/2009 alle 13:58

Ok, ho capito la distinzione, ma non condivido le tue conclusioni. Sarò cinico, ma non mi pare che il caso Welby, ad esempio, abbia spostato più di tanto la percezione degli italiani su questo tema, così come non credo lo farà il caso Englaro. Sì, lo so, ci sono i sondaggi, ma vogliamo discutere a partire da questi? Una delle questioni mi pare la mancanza di riferimenti legislativi, fare ora una legge in fretta e furia, su temi così delicati, proprio sull'emotività della soluzione, questo mi sembrerebbe la cosa peggiore.

Inserito da Francesco, il 08/02/2009 alle 14:05

Ju, io sto dicendo che considero un diritto il tuo affermare che non ce la fai più, e bada che questa posizione è quanto di più lontano da quella della Chiesa ci possa attualmente essere.
Ho sostenuto e continuo a sostenere che quello di Welby fosse un caso molto chiaro dal punto di vista etico.

Ma Eluana è tutt'altro. Non c'è lucidità, non c'è espressione contestuale, non c'è volontà esplicita. E io francamente, per quanto mi possa far paura finire in quella medesima condizione, non posso proiettare questo terrore (e conseguente volontà di farla finita) addosso a lei. Beppino Englaro a mio parere sta compiendo un arbitrio notevole. Sul piano morale riguarda lui, sul piano legislativo ci riguarda tutti, perché è pericolosissimo aver portato un giudice a dire che un altro può decidere per te sulla base di una frase detta anni e anni prima in un contesto completamente diverso dal presente.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 14:08

Magari, Fra. Io resto convinta che il concetto di vita stia cambiando, perché anche a causa di casi come quello di Englaro sempre di più i discorsi si spostano dal piano ontologico alle sue opinabilissime sfumature qualitative. Anche il giornalaio oggi ti parla di vita 'degna di essere vissuta', o di 'qualità della vita'. Lo stesso Englaro non afferma Eluana come morta, ma che non avrebbe mai voluto 'vivere così', e perciò va 'liberata'. Sono parole forti, lasciano impronte profonde nell'immaginario, e fanno sì che concetti che fino a ieri appartenevano ai dibattiti filosofici, oggi siano sulla bocca di persone con molti meno strumenti per organizzarsi un'etica che non abbia radici in pancia.
Per questo spero che una normativa in questo campo non passi mai per un referendum.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 14:23

Appunto, non è stata contestato nel ricorso alla cassazione (forse perché non si poteva? boh) la ricostruzione della volontà della donna ('La procura di Milano non ha, per altro, più investito la condizione relativa alla ricostruzione della volontà presunta di Eluana Englaro (di cui non ha quindi contestato la conformità all'istanza del tutore, condivisa dal curatore speciale, nel senso della contrarietà ad una sua sopravvivenza meramente biologica)' - pag. 13.

occorrerebbe vedere la ricostruzione di questa volontà nella sentenza della corte d'appello, la quale immagino però sia un po' più lunga delle 21 pagine di quella della cassazione.

Inserito da dorian, il 08/02/2009 alle 15:50

Dorian, non si può non vedere nella sentenza un tentativo di venire incontro alla sofferenza del singolo padre Beppino Englaro. Questo si può pure capire, ma fino a un certo punto, perché si è trascurato del tutto il fatto che questo caso, essendo capofila su un tema etico rovente, sarebbe stato trattato come icona.
Di fatto la sentenza stabilisce anche qualcosa di più della validità di una volontà trascorsa e non scritta; facendo riferimento alle norme contro l'accanimento terapeutico, afferma di fatto che anche acqua e cibo sono 'terapie'. A me questo sembra molto grave, perché il passo successivo è dire che le persone in stato vegetativo senza speranza di miglioramento possono essere soppresse con o senza la loro volontà esplicita, dato che il solo fatto di dar loro cibo e acqua costituisce accanimento terapeutico.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 16:01

Michela, per analogia, ammesso e non concesso che ciò che succede ad Eluana si possa definire un caso di accanimento e di prolungamento artificiale della vita, per analogia, questo è ciò che dice la Comgregazione per la Dottrina della Fede in merito all'eutanasia.
Non spetta solo al malato, ma anche al tutore e ai familiari, nel caso in cui egli non abbia lasciato detto nulla.
Il Magistero sembra essere persino più largo delle leggi civili.

L’USO PROPORZIONATO DEI MEZZI TERAPEUTICI

È molto importante oggi proteggere, nel momento della morte, la dignità della persona umana e la concezione cristiana della vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di fatto, alcuni parlano di “diritto alla morte”, espressione che non designa il diritto di procurarsi o farsi procurare la morte come si vuole, ma il diritto di morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Da questo punto di vista, l’uso dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare dei problemi.

In molti casi la complessità delle situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di applicare i principii della morale. Prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso.

Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili.

Si dovrà però, in tutte le circostanze, ricorrere ad ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”. In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali.

Per facilitare l’applicazione di questi principii generali si possono aggiungere le seguenti precisazioni:

- In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità.

- È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

- È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

- Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo.

ecco la norma

Inserito da don Marco, il 08/02/2009 alle 16:04

Don Marco, grazie di aver postato la norma della Chiesa in merito. La conoscevo, e la condivido in ogni riga, cosa che con i documenti ufficiali non è che mi succeda con tutta questa frequenza :P
L'avrei anche citata se pensassi che il caso di Eluana rientra in quello specifico, ma secondo me non ci rientra per niente, a meno che non vogliamo appunto far rientrare l'alimentazione nell'elenco delle terapie (sarebbe interessante chiedersi cosa cura, a quel punto).

Lo è? Nel caso di Eluana lo era?
Affermare di sì, come ha fatto la Cassazione, significa mettere un mattone nuovo nella costruzione del tema, e apre parecchi orizzonti, molti dei quali inquietanti.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 16:12

Cioè, il punto sarebbe che Eluana non ha lasciato scritto e depositato da un notaio la sua volontà su come comportarsi con lei in un caso analogo. Ebbene, è una vergogna che quest'uomo ci abbia messo 17 anni a riuscire a rispettare la volontà di sua figlia, che ama, e che persone e istituzioni che non la conoscono e certo non la amano ancora cerchino di impedirglielo. Questo non è un paese civile, la vita è mia, è un dono dei miei genitori, non di un dio, e se e quando non sarò più in grado di comunicare cosa, voglio, vorrei almeno che fossero le persone che meno mi conoscono e più mi amano a decidere per me, non la chiesa della maggioranza. Perché, Michi, per quanto ci giriamo intorno di questo si tratta. Altrimenti chiediamoci Perché ancora non abbiamo una legge sul testamento biologico. Perché?

Inserito da Francesca, il 08/02/2009 alle 16:14

Hai perfettamente ragione, Francesca: perché se la volontà della figlia era quella, e la legge l'ha considerata l'argomento principe della sentenza a favore, il padre ha aspettato 17 anni per farla rispettare?
La risposta è: la sua speranza è stata più forte della volontà della figlia, ma adesso il rapporto di forza si è invertito. La chiave di comprensione di questa vicenda non è mai stata la volontà di Eluana, quanto quella di suo padre.

Inserito da Michela Murgia, il 08/02/2009 alle 16:18

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L'11 novembre sarò a Ivrea, in una serata organizzata con l’Hospice eporediese condotta da Carlo Della Pepa, sindaco di Ivrea, con cui presenterò Accabadora.

Dal 12 al 15 novembre sarò a Cuneo per il festival Scrittorincittà. Il mio incontro sarà proprio il 15 alle 15, un dibattito sui lati oscuri delle famiglie insieme a Laura Pugno e Cinthya Collu, con Stefano Salis a moderare.

Informazioni più immediate sui miei spostamenti e sulle novità editoriali in arrivo si possono trovare anche sulla pagina di Facebook a cura dell'agenzia letteraria Kalama

 


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