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A chi serve la cultura PDF Stampa E-mail
Scritto da Michela   

 Mi ha sempre incuriosito il modo in cui la politica si rapporta alla cultura, e ora che la signora Lucia Baire è stata nominata come assessore regionale preposto, la mia curiosità si rinnova. Non è una domanda disinteressata: nel mondo in cui mi piacerebbe vivere, la politica dovrebbe rispettosamente temerla, la cultura. Dovrebbe percepirla come un’autorità morale, una sorta di quarto potere, necessario e indipendente al pari di quello legislativo, esecutivo o giudiziario.

Da un certo punto di vista la cultura è stato davvero un oggetto maneggiato con cautela dalla politica. Tutti i sistemi di potere, anche quelli dittatoriali, hanno cercato di accattivarsi gli intellettuali, quando non di usarli, e restano tutt’oggi ben contenti quando riescono a farsene legittimare. È meno difficile di quel che sembra, perché quello che comunemente si intende per mondo culturale non è affatto un sistema indipendente. A molti operatori per portare avanti i loro progetti servono i soldi di cui la politica dispone, e non a caso la mappa dei finanziamenti sotto tutte le legislature ha ricalcato in gran parte quella delle simpatie politiche, dimostrando, casomai ce ne fosse bisogno, che il potere politico ha la tendenza a sostenere la cultura non in quanto produttrice di strumenti di democrazia, ma come dècor du regime.

Sul blog del deputato PdL Bruno Murgia durante la campagna elettorale lessi una cosa in merito che mi lasciò a bocca aperta; ve la riporto, perché è rivelatoria di come un certo mondo politico vede la cultura:
A destra [n.d.r. sulla cultura] il percorso da fare è comunque più tortuoso, perché a differenza degli eredi della grande tradizione comunista italiana, si è persa l’idea della cultura come generatrice di consenso democratico. Una peculiarità che era propria della visione di Gramsci, ma anche della visione di Mussolini e Gentile, impegnati da sempre a far passare una dimensione culturale della rivoluzione fascista.

Senza entrare nel merito dell’accostamento storico, la definizione resta preoccupante per tutti coloro che lavorano nella cultura intendendola come generatrice non di consenso (quella è la propaganda), ma di consapevolezza democratica (e quindi anche e soprattutto di dissenso). Una visione strumentale che personalmente mi auguro non sia condivisa dal nuovo assessore, e la domanda gliela porrei volentieri.

Agli operatori culturali a ogni titolo possibile resta un altro quesito, che qui dentro non possiamo permetterci di non fare. Se per alcuni la possibilità di operare è serva del finanziamento pubblico, cioè in definitiva del potere politico, per quali altre strade può passare il mestiere/servizio del fare cultura che non vuole vendersi, o subire ricatti?

 

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Ma certo, il consenso democratico!

Č coma la libertā del Popolo delle Libertā!

Sei libero di fare quel che č giusto fare, chi lo dice?, ma che te frega, tu fallo, tanto se magna, se scopa e se corre sulli SUVVI.

Che sudate... fredde.

Inserito da Leo Vacca, il 16/03/2009 alle 10:24

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Dal 12 al 15 novembre sarò a Cuneo per il festival Scrittorincittà. Il mio incontro sarà proprio il 15 alle 15, un dibattito sui lati oscuri delle famiglie insieme a Laura Pugno e Cinthya Collu, con Stefano Salis a moderare.

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