| Io, Marley e il maschilismo degli sceneggiatori |
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| Scritto da Michela | |
![]() Sono gli oggetti piccoli quelli che ti strozzano, ed è la spina che non si vede quella che fa più male. È la battuta che non ti ricordi di aver fatto che ha creato la prima crepa, e non è la nona di Beethoven che ti gira in testa mentre fai la doccia, ma il banale jingle di un’assicurazione sulla vita. I piccoli particolari sono la chiave di ogni attentato terroristico, e gli attentati riescono perché la maggior parte della gente sottovaluta le cose piccole, incapace di vedere che è proprio la presunzione di innocuità a rendere il mondo un posto più pericoloso. Se avete l'impressione che tutti minimizzino, e che ripetano di continuo "che sarà mai, che male c'è", è perché c'è qualcuno che questo l'ha capito. E ha la coscienza sporca, potete scommetterci. Io e Marley è una di quelle cose apparentemente piccole, una commediola divertente nata per essere sottovalutata, piena di cose graziose e un po’ banali come cani, bambini e jenniferaniston. Nessun cineforum la proporrebbe per la discussione, ed è un peccato, perché Io e Marley è un cocktail di stereotipi talmente micidiale da essere capace di azzerare in due ore qualunque conquista di parità mai raggiunta dalle donne in un secolo di movimento di liberazione. È una commedia, ma è proprio lì il trucco: il suo meccanismo a scatto ti intrappola mentre sei convinto di star ridendo di un cane che sventra un divano. Chi guarda commedie non è preparato a riflettere, vuole rilassarsi, e il pugno in pancia gli arriva avvolto in un guanto troppo morbido per capire subito che in quel momento si è rotta una costola. Avviso: da qui parte lo spoiler. Ci sono un uomo (Owen Wilson) e una donna (la Aniston) che stanno insieme e sono entrambi giornalisti; però lei è una penna brillante di una delle testate di punta della città, mentre lui è un aspirante reporter frustrato che tiene una rubrica comica su un quotidiano minore. La figura chiave della vicenda non è il cane, nonostante cerchino di farlo credere per tutto il film, ma il fichissimo migliore amico di lui, una sorta di alter ego venuto meglio, un ex compagno di università che a differenza dello sfigato protagonista finirà a fare il cronista d’assalto per il NY Times. La Aniston nel film non sembra avere amici - come tutte le donne in carriera, si evince - però gli sceneggiatori ci chiariscono subito che in compenso ha “un piano”, ovvero una tabella di marcia con precise tappe di vita da rispettare: lavoro, relazione, casa, bambino. Perché non ci venga da pensare che questa sia solo una sua velleità personale, in una conversazione tra Wilson e il fico reporter del Times (scapolo e gran scopatore di qualunque donna si muova nei paraggi) apprendiamo che “tutte le donne” hanno quel piano, e che per frenare l’ansia di maternità sarebbe una buona idea “prendere un cane”. Il ragionamento è un piccolo capolavoro di chiarezza: Amico fico: - dalle qualcosa di cui prendersi cura che non sia un figlio. Wilson: - sei sicuro che… Amico Fico: - credimi, se hai un figlio sei un padre, se hai un cane sei un padrone (sic), e quindi ancora un uomo! L’elegante equivalenza tra uomo e padrone passa così, subito coperta dalla tenera visione del cucciolo che viene portato a casa al solo scopo di blandire le ansie uterine della Aniston. Nessuno si faccia ingannare: tutte le successive comiche scenette del cane non sono che un diversivo rispetto alla traccia centrale, che resta il confronto tutto maschile tra lo sfigato protagonista - a cui è chiaramente la relazione stabile a negare la possibilità di una carriera più brillante - e il suo fico amico sempre prodigo di consigli, di ammiccamenti ai culetti transitanti e di promozioni professionali di redazione in redazione. La vicenda segue una china prevedibile: nemmeno la presenza del cane è bastata a sedare i famelici progetti riproduttivi della Aniston, che una sera (involontariamente?) commuove il buon cuore di Wilson facendosi sorprendere a ballare un lento con il cane; il messaggio è chiaro: qualunque donna trentenne lasciata troppo tempo senza figli sviluppa prima o poi comportamenti da Reparto Grandi Agitati. L’attimo di cedimento procreativo che segue si fa amaramente rimpiangere, perché la Aniston rivela al marito di essere incinta proprio mentre l’amico fico gli propone una collaborazione a un reportage da sogno in Colombia. Che tempismo, Wilson. Bambino in arrivo = niente occasione della vita. Da qui in poi è un destino scritto, segnato da un incedere nemmeno troppo velato di inviti alla vasectomia: gli atterriti spettatori vivono con orrore crescente ben tre gravidanze di figli di cui non apprenderemo nemmeno il nome proprio, scodellati in astuta sequenza da una Aniston così soddisfatta della propria fertilità da abbandonare di sua sponte la brillante carriera senza che se ne veda la minima necessità, visto che non montava traversine in ferrovia. Mentre lei giuliva si scopre casalinga dentro, il marito incastrato riversa nella sua rubrica le tragicomiche avventure dello stronzissimo cane e della tribù di figli non richiesta. La tardiva offerta di fare finalmente il reporter per un’altra testata lo costringe a smottare moglie e prole in una casa di campagna isolata dal mondo, dove non solo scopre che il reporter non lo sa fare, ma per giunta gli crepa pure il cane. Epperò gli sceneggiatori vorrebbero dirci che, nonostante le apparenze, è lui l’uomo felice e realizzato, e ce lo comunicano con grande credibilità narrativa per bocca del solito amico, tornato dalla Colombia più fico che mai, coronato di premi, circondato di ragazze da urlo in tutto il suo splendore di scapolo, che davanti al mediocre giornalista e involontario patriarca che è diventato il suo amico, sfodera ipocritamente un bel: “tu sei stato il più saggio fra noi, amico”. Morale sottintesa, densa di sapienza da bar sport: - non importa quanto siano brave a fare il loro lavoro, le donne sono comunque isteriche finché non gli si riempie l’utero. - i cani non servono a blandirle, e comunque crepano. - i figli ti castrano ogni realizzazione. - mentre ti succede tutto questo, gli amici ti prendono pure per il culo. Beh, dai, non drammatizziamo, è una commedia, no. Che sarà mai. |
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Ciò che racconti benissimo è la morte di ogni prospettiva filosofica e razionale: molti di noi esseri umani viviamo di retorica ed il resto è ininfluente semplicemente perché ci stendiamo tutta la vita sui vari divani a guardare e sentire solo ciò che vogliamo sentire.
Resistere e combattere, soprattutto combattere in noi stessi e con noi stessi, la strada della sopravvivenza-e-basta, riaffermando le ideologie dominanti, è sempre in discesa ed è comoda per tutti :(
io ho dovuto comprare una moglie per impedire che il cane mi sventrasse il divano.
Commento: Commento: Ciao! Articolo sempre interessante. Solo una piccola precisazione. Il film è tratto da una autobiografia (Io & Marley, edito dalla Sperling & Kupfer). Perciò, a grande linee, le vicende che si vedono sullo schermo sono quelle effettivamente capitate all'autore del libro. Quindi, sono criticabili le scelte della signora Grogan (che veramente ha abbandonato il lavoro per tirare su meglio i figli) o gli sceneggiatori hanno dato una chiave eccessivamente 'maschilista' agli avvenimenti del libro? Saluti! :)
mah Michela: io ho visto il film e non ho trovato questi messaggi
ho visto invece proprio il contrario: l'amico 'figo' passa come il vero sfigato, che se la tira ma poi è più triste di lui e lui che fa la scelta di padre passa come il vero figo, che all'inizio fa scelte difficili (sulle quali il film non mente: non fa sembrare che rinunciare a parte della tua carriera per essere genitore sia una cosa bella che fai col sorriso in bocca) ma non se ne pente
Jennifer Aniston non la vedo relegata ai ruoli che hai descritto: certo, lei recita Rachel, come in tutti i film (esattamente come Robert De Niro fa sempre il duro macho italo-americano), ma non ho assolutamente ricevuto un messaggio maschilista, ma anzi di una donna che ha una carriera, un cervello, e deve riconciliarli con un istinto materno (che non è necessariamente un messaggio maschilista: credo sia una cosa che molte donne hanno).
dal punto di vista amici: nessuno dei due ha amici. lui ha il collega 'figo', che ha più bisogno di lui che il contrario, perchè può così tirarsi le pose da figo. Per il resto sono entrambi soli, situazione comune a molte coppie giovani perchè attorno ai 30 è molto più complesso, specie se sei una coppia, stringere amicizie quando ti trasferisci
dunque, personalmente, avendo visto il film, non ho letto nessuno dei messaggi che hai letto tu. Non che questo sia un problema: abbiamo probabilmente guardato le stesse scene da angolazioni diverse
Sul maschilismo della trama, la lettura di Michela non è solo corretta, ma anche tenera.
Il tizio ha amici (anche il direttore del giornale lo è), ha relazioni sul lavoro che spingono lo spettatore ad affezionarsi al suo lavoro, mentre la Aniston sul posto di lavoro non la vediamo mai. Certo, lo sguardo narrativo è quello di lui, quindi è normale che tutto quello che accade a lei sia descritto come secondario, ma questo non toglie che la descrizione rimandi comunque allo stereotipo maschilista della trentenne ansiosa di gravidanza, disposta a tutto pur di aver figli. E' illuminante il passaggio in cui lui le dice: 'ti prego, basta figli per un po'' e il fotogramma successivo è lei che esce dalla clinica con UN ALTRO figlio. Il messaggio è molto chiaro, altro che.
Per avere uno sguardo 'altro', forse bisogna essere un po' abituati a riconoscerle, le discriminazioni.
Mi spiace Isotta, ma condivido la tua lettura anche meno di quella di Michela.
Il direttore non è un suo amico: è il suo direttore.
Non vediamo lei sul posto di lavoro solo perchè, come hai giustamente evidenziato, la storia è letta dal punto di vista di lui.
Se c'è uno stereotipo che emerge è quello del trentenne Peter Pan (Wilson), che è eternamente combattuto tra il committment di una relazione con una donna di cui è innamorato e i 'verdi pascoli della libertà', rappresentati mediocremente dalla recitazione del dottor bollore, che infatti è egli stesso uno stereotipo, e rappresenta più che altro una promessa di libertà che sta nelle fantasie di ogni uomo.
Francamente non leggo nel film quello che leggete voi (e chi mi conosce sa bene che non sono ne sessista, ne tantomeno maschilista): si può accusare Marley and me di essere banale, di non approfondire i personaggi e i concetti, di non proporre le ultime riflessioni in tema psico/sociologico, ma francamente, avendo visto il film, non condivido affatto la lettura che ne date come film di discriminazione.
Come altri hanno detto sopra parte da un libro (e in genere i film che partono da un libro raccontano la stessa storia in maniera meno approfondita, salvo eccezioni), e quel libro racconta una coppia semplice, con problemi semplici, in cui entrambi fanno delle scelte. Non mente su quelle scelte, non le racconta come eroiche o straordinarie, ma non è che tutti quelli che fanno quelle scelte incarnano il modello sessista discriminatorio del maschio-padrone.
Mi spiace ma, malgrado la mia naturale propensione alla parità dei diritti-doveri tra uomo e donna, e il mio abituale odio di ogni impianto discriminatorio, vedo Marley & Me solo come una commedia simpatica che mi riguarderò in DVD a cervello spento, di fronte a un pacco di pop corn, e dopo averla guardata 10 volte, credo continuerò a pensare che uomini e donne sono uguali, che le donne hanno gli stessi diritti di carriera degli uomini, e che entrambi nella coppia devono dare una mano a gestire la casa e la famiglia in egual misura (o almeno in misura bilanciata)
'io ho visto il film e leggendo questi commenti, dove trovate tutti questi riferimenti maschilisti, mi domando questo: 'E' mai possibile, nella vostra testa, concepire una donna perfetta lavoratrice ma che nn lavora per fare carriera ma solo per vivere?'
Da quello che intuisco dalle vostre parole esistono solo 2 tipi di
donne: quelle in carriera brave lavoratrici che MAI vorrebbero figli proprio perché devono dimostrare al cattivo mondo maschile che sono brave tanto quanto loro (e anche di più) e il secondo tipo di donna, quello stupido, che nn sa fare un lavoro, che nn ha cervello e l'unica cosa che vuole è l'utero pieno. Beh, signore, io sono una donna e queste 2 categorie di donne mi vanno strette! Ebbene sì, sono una donna, lavoro, sono un'ottima lavoratrice, MA LAVORO PER SOPRAVVIVERE!!! Eh si, che ci posso fare? secondo me, oltre alla carriera, esiste anche e soprattutto la famiglia (e non volgarmente un utero pieno). Stiamo parlando di noi esseri viventi e non di pacchi postali... ma forse avete ragione voi: se tutte le donne smettessero di fare figli FINALMENTE nn ci sarebbero più in giro persone che vedono il male anche dove non c'è!
io non drammatizzerei nè in un senso nè nell'altro: si tratta di una scelta che ogni persona consapevolmente (si spero) compie nella vita.
O il beato egoismo (leggi carriera, donne, ecc) o le responsabilità della famiglia.
Nessuno ci obbliga nè all'uno nè all'altra: tocca a noi disegnarci la vita come la vogliamo.
Rilassatevi e fate la scelta che volete, senza essere così ficcanti nei commenti...
Ciao Michela, mesi fa avevo notato questa tua 'recensione', ma non avevo letto l'articolo, dato che non avevo ancora visto il film, cosa che ho fatto solo ieri sera. Il primo pensiero di stamattina era di leggere il tuo articolo. La parte iniziale è stupenda, per me è sempre stato cosi. La risposta che ricevo , ogni volta che faccio notare dei particolari, delle piccole cose, è sempre quella 'che sarà mai, che male c'è', come se fossi io il paranoico, che cerca di trovare sempre dei messaggi politici o sociali anche nelle commedie 'stacca il cervello'. Mesi fa ho rivisto per l'ennesima volta 'Ritorno al futuro' ero diventato papà da pochi mesi, l'avrò visto un centinaio di volte da ragazzo, mi sono sempre divertito guardandolo, ma questa volta era stato diverso, cosi ho deciso di scrivere una 'recensione', perchè di quel film le piccole cose mi stavano strozzando, una spina che non avevo visto prima mi stava pungendo, e una battuta che non mi ricordavo aveva cambiato il significato di quella pellicola.
Se hai tempo e voglia di leggerla, eccola qui
http://cubepark.wordpress.com/2009/04/15/paura-del-futuro/
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