| Gavoi è un'altra cosa |
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| Scritto da Michela | |
![]() La maggior parte degli intellettuali di Sardegna – scrittori in primis, fateci caso - si fa vedere ai suoi festival letterari solo se li deve dirigere o se è stata invitata a presenziare come ospite. È rarissimo incontrarne uno che ci vada da semplice visitatore, perché quella del “vengo quando mi invitate” è una specie di tacita legge aurea nello stizzoso galateo degli intellettuali sardi. Devo confessare che per conto mio questa norma a Gavoi l’ho sempre allegramente infranta, perché ci andavo prima di essere invitata ospite e ho continuato a farlo anche dopo, fino a quando in quest’ultima edizione non mi è stato chiesto di entrare nel direttivo che il festival lo organizza. Quando è successo ho accettato con entusiasmo, ma anche con taciuto timore, perché spesso sbirciare nel backstage di eventi di questo tipo smorza di molto la poesia dell’apparenza, e niente mi sarebbe dispiaciuto di più che scoprire di aver ceduto la mia innocente passione per il festival in cambio della cinica consapevolezza di cosa c’era dietro. Sorpresa: dietro Gavoi c’è…
Gavoi! Inutile elencare la marea di lavoro svolto con ammirevole dedizione a titolo del tutto gratuito dalle decine di persone che ogni anno lo mettono in piedi: è cosa nota, chiunque lo può vedere se solo si prende la briga di venirci. La Gavoi che non si nota, e che invece meriterebbe più visibilità, è quella che ha ragionato il robusto progetto culturale che sorregge i tre giorni della kermesse prima e dopo che i riflettori mediatici si sono accesi sulle facce degli ospiti e dei gavoesi. Così, mentre a Gavoi si ricomincia a lavorare per l’anno che verrà, alcuni andando via dal festival si chiederanno forse cosa resta al paese, alla Barbagia e alla Sardegna di quella cosa lucente chiamata Isola delle Storie. Sarebbe facile replicare che restano le tasche piene agli alberghi, ai bed and breakfast, agli agriturismi, ai ristoranti e ai bar, un indotto per niente trascurabile per questi paesi dell’interno, esclusi dai flussi economici del turismo di costa. Ci sarebbero anche gli argomenti per seguire questa linea, visto che i posti letto di Gavoi e dintorni sono quadruplicati in sei anni, e qualcuno sta persino cominciando a pensare, non a torto, che la cultura potrebbe essere un buon mezzo per dare lavoro ai figli prima che scappino altrove. Ma per fortuna in pochi sono così miopi da ridurre tutto alla questione economica. C’è qualcos’altro in questo festival che Gavoi e i dintorni non possono permettersi di perdere, e lo sanno: è l’irripetibile esperienza di apertura, di partecipazione e di democrazia che l’Isola delle storie dà la possibilità di vivere proprio alle persone del posto. I duecentoquaranta ragazzi e ragazze che di loro volontà anche quest’anno hanno accettato di mettersi a servizio gratuito per garantire la riuscita del festival hanno capitalizzato non solo l’applauso finale più lungo e caloroso, ma un valore aggiunto incalcolabile sul piano umano e sociale, un valore che nessuno potrà portare loro via. Darsi un obiettivo comune e nobile, accettare la logica del servizio gratuito, pensarsi comunità e agire come tale anche quando costa fatica è un atto politico nel senso più profondo del termine, perché fa scoprire la bellezza dell’amicizia civica che sta alla base di ogni comunità sana. In un momento in cui la parola “noi” è diventata ovunque corpo contundente contro più o meno identificati “loro”, nella Gavoi rappresentata da quei ragazzi e da chi li segue quel pronome significa ancora e soltanto “insieme”, e non esclude nessuno. In questa dinamica conta relativamente chi siano gli scrittori presenti o quanto abbiano venduto i loro libri, anche se letti e riletti: è molto più importante sapere che i volontari, quelli che oggi hanno tra i sedici e i vent’anni, grazie ai sei anni di festival appena trascorsi sono cresciuti imparando a considerare normale il non essere periferia di niente, ma anzi centro gravitazionale capace di attirare anche da molto lontano il buono e il bello altrui per fargli fare il paio con il proprio, in un rapporto finalmente risolto in parità. Gavoi non aumenta solo il numero dei libri venduti. Aumenta soprattutto la consapevolezza di essere portatori di valori culturali che non temono confronto né scambio. È importante che questi ragazzi sappiano con certezza che sono loro ad aver il merito della riuscita di questo festival, e non un’organizzazione pur efficiente piovuta da qualche altra parte, come tante volte capita a iniziative che scelgono le sedi pensando alla location più suggestiva dove leggere al tramonto, piuttosto che alla comunità ospitante, soggetto senza dubbio più problematico da coinvolgere di un promontorio o di una piazza dove montare un palco. È una scuola Gavoi, altro che festival. È un corso accelerato di civiltà in un mondo imbarbarito dal disinteresse, dal qualunquismo e dalla paura di scommettere sull’altro; è per questo che gli scrittori a Gavoi vengono gratis, anche quelli grossi che altrove si fanno pagare salati, quelli che attirano le folle come fossero rockstar e determinano i successi numerici di qualunque manifestazione a favor di camera. Ci sono eventi pregevoli, ci sono spettacoli ben riusciti, ci sono lodevolissime iniziative di intrattenimento, anche di alto livello, che devono poter continuare ad esistere. Ma i progetti culturali capaci di innescare un indotto sociale della portata del festival gavoese sono un’altra cosa. |
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ciao, ho letto il tuo articolo su Gavoi e il festival, dire che mi ha colpito è poco,
ho visto che hai messo la possibilità di condividerlo con facebook ecc, ho pensato di pubbblicarlo in www.Gavoi.com, spero no ti dispiacia.
grazie. ciao
Danilo Gavoi
[www.gavoi.com]
cara Michela,
:pensavo di scriverti in privato, ma poi ho pensato che, dato che tu scrivi 'pubblico', così bisogna risponderti. E dato che stavolta ne sento il bisogno, lo faccio.
:Condivido la sostanza della tua appassionata e calda descrizione del festival e, soprattutto, di chi lo costruisce, anima e difende. Gente meravigliosa che si impegna ed ama il proprio paese e ciò che fa. Certamente anche il festival è bellissimo, vista la qualità dei nomi che esprime ed i contenuti che agita.
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:Non condivido invece - nemmeno in piccola parte - la tua partenza. E tento di mostrarti un altro punto di vista:
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:1. al contrario di te, non amo le kermesses sovraffollate e non riesco ad avere rapporti sostanziali con le persone in situazioni così - motivo per cui, se non invitato, evito accuratamente i saloni del libro e simili, vado ai parties ed ai vernissages con sacrificio e solo per senso del dovere (sostenere un amico, incontrare qualcuno di specifico che mi ha dato appuntamento lì...)
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:2. andare ai festivals da spettatore costa, e se lo può permettere soltanto chi ha ferie e danaro da spendere. Non è il mio caso, ma non nutro sospetti di stizzosità nei confronti di chi non c'è: penso sempre che possa avere milioni di motivi validi. Altrimenti potrei dire: perché non eri a Sarajevo, appena distrutta dalla guerra e segnata dalle sventagliate delle esecuzioni sommarie, quando in in festival abbiamo commemorato Izet Sarajlic, uno dei più grandi poeti del Novecento nel mondo intero? Scommetto che quasi nessuno sa chi è. Dunque attenta a commettere l'errore che sta portando in basso tutti i livelli della nostra vita in Italia: fare di una cultura 'la cultura', della cultura mediatizzata 'la cultura unica', di ciò che vedi l'unico mondo e l'unica cosa che succede. Sappi che ce n'è sempre almeno un altro. L'esperienza mi ha insegnato a diffidare (pur senza preclusioni e riconoscendo comunque la grandezza dove e quando c'è): ma i tesori li ho sempre scoperti altrove, mai in TV o sui grandi giornali, che, per esperienza, arrivano sempre e solo DOPO... quando i messaggi sono irrefrenabili e chi ha pensato e fatto le cose è già oltre. Gilberto Centi, il grande Luther Blisset da cui sono stati gemmati anche i Wu Ming, a questo proposito scriveva: 'Leggevano in aramaico quando noi scrivevamo in cirillico'.
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:3. per questioni anagrafiche, vista la mia tenera età, ho partecipato (da invitato) ad oltre 200 festivals in tutto il mondo e ne ho - legittimamente - fin sopra i capelli. Ma scommetto che i gavoesi non sanno nemmeno che questi festivals esistono. Questo non toglie niente, solo che lavorare in condizioni di presunta unicità è un grossissimo limite mentale.
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:4. ho dunque vissuto i festivals come occasione di lavoro ed ho sempre aspettato la buona stagione per riempire i buchi del mio bilancio familiare. Fino a due anni fa la partecipazione ai festivals era la mia maggiore fonte di sostentamento economico ora drammaticamente eliminata da quell'atteggiamento anche da te descritto:' vengono tutti gratis, anche quelli grossi'... è in base a questo criterio demenziale, dannoso e moralmente ricattatorio, che da qualche tempo le mie finanze hanno toccato il fondo della sopravvivenza in un sistema occidentale: ormai guadagno più o meno come uno che in India vive di carità. Il mio senso della dignità mi vieta di specificare oltre, ma credimi... questo è l'atteggiamento più vicino a quello di chi pensa che la cultura sia un'opzione decorativa e che ci debbano guadagnare solo i bottegai, las tiendas che aprono intorno alla fiesta, perché loro sì che stanno lavorando, ed hanno diritto di avere un giusto rientro. Così il mio calendario di quest'anno è fatto soltanto di numerosi benefit e sostegni a varie situazioni meritevoli: è rimasto solo questo.
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:5. Nonostante ciò, sosterrei ugualmente anche Gavoi, con tutto il cuore e le mie forze, con tutta la mia passione politica ed etica, certo... già lo faccio con la mente e le intenzioni... ma attenta: non farne un valore. Si fa per resistere e far resistere le situazioni, alle quali prima o poi si chiede di avere un'etica differente: pagare chi lavora... tutti... anche quelli che oggi sono volontari. Lo trovo un obiettivo sano e necessario. E spero sia previsto nell'evoluzione delle cose. Così dovrebbe andare in un mondo giusto.
:Con questo chiudo e ti abbraccio dicendo con te: viva Gavoi e i generosi gavoesi, viva con tutto il cuore chi organizza e sostiene, senza dubbi né remore. Evviva e buon lavoro: bona lis siat s'ora e diai pro kent'annos ... da-e su coro.:
ps
scusa per la formattazione
correggila tu se è possibile:
cercavo solo di andare a capo
un abbraccio
a.
Albè, frade meu, sei fuori target rispetto a questo post, perché devi reagire come se ne fossi bersaglio? Non vivi nemmeno in Sardegna per poterti chiedere 'dov'eri', e non mi risulta che tu alla domanda 'vieni?' abbia mai risposto: vengo quando mi invitate. Al contrario questa frase io negli ultimi due mesi me la sono sentita dire da insospettabili figuri almeno tre volte, e non era gente impegnata a sarajevo, giuro.
Vai tranquillo, che parole buttate a caso non ce ne sono.
p.s.
Gavoi è il contrario di una kermesse, accostarlo anche solo di striscio ai mercati della fiera di torino è quantomeno improprio. Se c'è un posto in cui c'è tutto il tempo di parlare con un amico è quello, almeno io ci riesco sempre.;)
e allora dillo chi sono questi! Le mezze frasi indefinite non aiutano mai. Il linguaggio criptato ancora meno, si rischia di insinuare, lasciar capire e non-capire, dire e non-dire... o vuoi lanciare messaggi trasversali? non è un buon metodo: innesca basse reazioni come la vendetta, la rivalsa, il dispetto, ecc...
dato che parole buttate a caso non ce ne sono, falli quei nomi... o non scrivere cose simili sul post: non servono a nessuno. Ciò che serve invece è smascherare i servi. ma bisogna farlo chiaramente... altrimenti potresti rischiare di usare il loro stesso linguaggio.
vuoi che ti dia una mano?
io penso a TUTTO l'establishment sardo, NESSUNO escluso, vista anche la preoccupazione dominante di non dispiacere troppo alla nuova dirigenza politica...
se c'è da escluderne qualcuno, da salvarlo, estrailo tu dal mucchio... è facile: non saranno molti.
- quanto alla non-kermesse, ritiro, prendo per buona la tua visione e la tengo fino a prova del contrario.
Ma sappi che mi ero fatto questa opinione, che da ora cambio grazie a te, perché alcuni miei cari amici, intellettuali delicati e fuori dal potere, fin dalla prima edizione avevano seguito il festival prenotando il B&B a Gavoi un anno per l'altro. Quest'anno hanno disertato dicendo:' mi sono rotto di dover lottare per ascoltare e non riuscire a vedere niente: troppa gente, troppo scomodo'.
Da un lato mi sono compiaciuto: bene, troppa gente = successo e crescente bisogno di sostanza.
Ma dall'altro ho già detto a Marcello, e dico ora a te: non costerebbe niente, dato che tutto viene filmato, mettere uno schermo in fondo e consentire a chi non arriva a sedersi di seguire comunque gli incontri. A chi bada alla sostanza delle cose sarebbe sufficiente.
- Quanto alla domanda 'vieni?' ti sbagli tu.
A questa domanda ho proprio risposto: non me lo posso permettere.
Andare ai festivals fa parte del mio lavoro e non posso permettermi di affrontare le spese di una vacanza. Così per Gavoi e per tutti gli altri festivals. Ma - tanto per tornare all'economia della cultura, argomento che tu trascuri completamente nella risposta - per me questo non significa disertare Gavoi, solo chiamare le cose col loro nome e pretendere da me e dal mondo di non dover essere io a pagare per svolgere il mio lavoro.
Un dubbio: e se gli altri a cui ti riferisci avessero le mie stesse motivazioni?
Non è così? allora dillo: fai sempre i nomi e le dovute differenze... altrimenti siamo tutti in un brutto mucchio.
[b][/b]
Alberto, perdonami, ma quando non mi riconosco in una descrizione io non tendo a mettere le mani avanti per smarcarmene. La frase che ho detto è molto precisa, riporta persino parole testuali, e più di così non serve dire, perché condivido la forma di educazione per la quale si dichiara il peccato e si tace del peccatore. Questo blog non è una gogna, si può anche stigmatizzare un comportamento senza necessariamente sputtanare chi lo esercita, specialmente quando è sintomatico di un diffuso modo di snobbare che, ribadisco, non è certo il tuo, anche quando alla domanda 'vieni' rispondi che non hai i soldi per venirtene da Bologna a Gavoi. Seriamente, ma come puoi pensare che il mio rilievo ti comprendesse? A bortas seu deu chi no ti cumprendu!
Quanto alla logistica, gli incontri di Gavoi si svolgono in 4 locazioni differenti, nessuna delle quali attrezzabile per maxischermi: angoli di strada sotto case private, giardini pubblici, sbilenchi sagrati di chiese, cortili di scuole che affacciano su scarpate...
I soli incontri che a Gavoi potrebbero numericamente giustificare la presenza di un maxischermo sono del resto solo quelli delle 19, dove c'è il nome di richiamo molto forte (Benni, Faletti, Baricco...). Tutti gli altri sono accessibili e si trovano sempre sedie o angoli di appoggio del tutto adeguati. Il problema di Gavoi non sono i posti, ma il sole in certi orari e la temperatura che ne consegue, perché tutto si svolge in spazi all'aperto; contro quello stiamo già facendo il massimo consentito dalle strutture (e dai fondi) di cui disponiamo. Una cosa è certa: andando oltre certi numeri, per quanto uno cerchi di rendere tutto accogliente, Gavoi non è progettata per quello.
non sono per il segreto della confessione: per me se si dice il peccato, si dice anche il peccatore. E questa la considero una forma di ottima educazione che non lascia adito a segreti, oscurità, fraintendimenti, possibilità di rivalse... si va chiari al punto senza strascichi.
dunque capisco la tua posizione anche se non la condivido: io quel peccato, ammesso e non concesso che lo sia, l'avrei taciuto per non dover dire anche il peccatore.
sbagli se credi che mi stia difendendo, e forse non capisci che invece sto usando me soltanto per difendere il peccatore. Che se poi è anche stronzo, astioso, invidioso, farà i conti con sé stesso e la propria miseria - a noi non ci riguarda.
I gavoesi saranno più felici se ci va solo chi ne ha voglia (e se potessi ci andrei anch'io una volta per vedere e tornerei se sono stato bene).
comunque la stiamo menando troppo. se ci pare, la continuiamo a tu per tu, se no è lo stesso.
ti conosco e ti voglio bene (e sapendo chi sei, quale è la tua generosità, ti rivoglio bene)- Ma se non mi piace una cosa (p.es. il dire e non dire) lo dico.
a te e a chiunque.
baci sereni e bonanotte
a.
Mi inserisco nel dibattito (non so quanto tempestivamente).
L'incipit di Michela, benché un po' tranchant (si dice così, Alberto?), ha il sapore del tentativo di smuovere le acque putride dello stagnante ambiente intellettuale sardo. Ci sono stati altri tentativi in tal senso, ma a quanto pare non c'è peggior sordo di chi è sordo veramente!
In altre parole, non è tanto questione di chi non va o non partecipa ai festival per ragionevoli motivi, magari perché non ne condivide lo spirito e la forma, ma piuttosto di un costume menefreghista e ruffiano, opportunista e paraculo assai diffuso tra chi in Sardegna ha ruoli intellettuali pubblicamente riconosciuti. Temo che molti di quelli che 'non vengo se non sono invitato' (=formalmente e dietro compenso) non avrebbero grossi problemi a sbarcare il lunario anche senza gli emolumenti derivati da una rassegna come quella di Gavoi.
Inoltre, mentre la latitanza di elaborazioni critiche e di prese di posizione pubbliche individuali da parte della categoria degli 'operatori culturali' sardi rimane sempre notevole, c'è anche da segnalare la perdurante incapacità di far fronte comune contro le porcherie che la quotidianità ci ammannisce. Esempio lampante la squallida vicenda dei (mancati) finanziamenti agli eventi culturali da parte della Regione. Anziché sollevare la questione, facendo valere tutto il peso dei propri nomi in uno sforzo collettivo e nell'interesse generale, alcuni nostri esimi autori hanno preferito giocarsi la partita col Palazzo ognuno pro domo sua, anzi possibilmente in danno altrui (questa è la netta sensazione ricavata dall'esterno).
Chi vive di 'pubblico' (in molti sensi) deve mettersi in testa che da ciò discende anche una responsabilità civica ineludibile. Non so se la partecipazione al festival di Gavoi ne sia l'espressione più emblematica, ma certo può essere un termometro della temperie morale in cui siamo immersi.
Su Gavoi, comunque, non avendo mai avuto la possibilità materiale di essere lì al momento giusto, non posso esprimere un parere diretto. Condivido però ciò che Michela nel suo post evidenzia in grassetto. L'idea che i sardi hanno di sé è molto condizionata da un apparato egemonico deprivante. Sapere che anche in un paese della Barbagia si può essere - sia pure per pochi giorni e nel senso minimo e relativo in cui questo può essere detto - uno dei centri del mondo non può che fare bene a tutti noi.
Terza faccenda. Condivido il principio in base al quale chi lavora debba essere pagato. Non ci piove. In Sardegna questo principio non ha vigenza (e non sto parlando solo di mestieri intellettuali o artistici). Non so quanto attenga all'oggetto della discussione (il festival letterario di Gavoi), ma di suo è un principio che vale la pena di difendere e ribadire. Poi, chi può permetterselo (e a volte anche chi non può), fa benissimo a offrire il proprio lavoro gratuitamente, in occasioni specifiche e per propria scelta, senza sentirsene obbligato. Ma, ribadisco, non credo che il senso del richiamo di Michela fosse una reprimenda contro chi non va a Gavoi a lavorare gratis et amore dei, quanto un rilievo sull'indifferenza e il cinismo di cui sopra.
Omar
:Esempio lampante la squallida vicenda dei (mancati) finanziamenti agli eventi culturali da parte della Regione. Anziché sollevare la questione, facendo valere tutto il peso dei propri nomi in uno sforzo collettivo e nell'interesse generale, alcuni nostri esimi autori hanno preferito giocarsi la partita col Palazzo ognuno pro domo sua, anzi possibilmente in danno altrui (questa è la netta sensazione ricavata dall'esterno).
Anche dall'interno, per quanto mi riguarda.
Per il resto, hai colto perfettamente tutti i rilievi, nel senso esatto in cui li ho posti. Tra gli ospiti, chi viene a Gavoi sa benissimo che è gratis (nel senso che non c'è cachet, non che deve venire di tasca sua), e lo fa per scelta; e per far venire per scelta uno come Baricco non puoi nemmeno spenderti la carta del 'ti fai conoscere', è evidente che ci deve essere un valore aggiunto di altra natura, ed è in quello che si gioca la particolarità di Gavoi, non certo nella sindrome del migliorismo.
Quanto alla questione degli intellettuali del 'vengo quando mi invitate', il senso è puro snobismo, quello di chi si ritiene 'produttore' di cultura, e quindi trova squalificante farsi vedere ad appuntamenti culturali nel ruolo di semplice 'fruitore', magari dovendo assistere inerme a quella che per lui è la gloria altrui; la concezione di cultura come processo che prevede ruoli attivi e ruoli passivi è ben dura a morire.
ecco perché tu non c'entravi proprio niente, Albè.
Concordo con Michela, in tutto.
Alberto, secondo me il criterio del 'vengo gratis' non è demenziale, dannoso e moralmente ricattatorio...è semplicemente oggettivo. Sta allo scrittore accettare o meno: nessuno viene a porenderti a Bologna e t'infila nel sacco di iuta per portarti a Gavoi e parlare gratis davanti ad un pubblico di persone. Scegli tu se partecipare o meno e con quali eventuali compensi: monete oppure casju frazzigu e lezioni di ballo sardo tenute dalla maestra Michela di Cabras.
Gavoi è anche questo, Gavoi è soprattutto questo: la semplicità della condivisione (scusate la frase un po' francescana) tra scrittori e lettori, senza gradini, senza palchi se non quelli delle presentazioni, senza puzza sotto il naso se non quella del suddetto casu marzu :)
W Gavoi, quindi, e W voi due che se non portate a casa il premio Dessì, sono legnate! In bocca al lupo!
ho dunque vissuto i festivals come occasione di lavoro ed ho sempre aspettato la buona stagione per riempire i buchi del mio bilancio familiare. Fino a due anni fa la partecipazione ai festivals era la mia maggiore fonte di sostentamento economico ora drammaticamente eliminata da quell'atteggiamento anche da te descritto:' vengono tutti gratis, anche quelli grossi'... è in base a questo criterio demenziale, dannoso e moralmente ricattatorio, che da qualche tempo le mie finanze hanno toccato il fondo della sopravvivenza in un sistema occidentale: ormai guadagno più o meno come uno che in India vive di carità. Il mio senso della dignità mi vieta di specificare oltre, ma credimi... questo è l'atteggiamento più vicino a quello di chi pensa che la cultura sia un'opzione decorativa e che ci debbano guadagnare solo i bottegai, las tiendas che aprono intorno alla fiesta, perché loro sì che stanno lavorando, ed hanno diritto di avere un giusto rientro. Così il mio calendario di quest'anno è fatto soltanto di numerosi benefit e sostegni a varie situazioni meritevoli: è rimasto solo questo.
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