| Pregiudizio Universale |
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| Scritto da Michela | |
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Interessanti contributi anche sul blog di Maurizio e su quello di Ernesto, vecchi amici in Azione Cattolica, uno dei quali insegnante di religione. Un giorno forse, quando la religione smetterà di essere usata come un marcatore identitario e il povero crocefisso dietro la lavagna non sarà più un corpo contundente contro culture considerate estranee, si potrà parlare serenamente anche di una scuola laica. Forse allora a decidere l’offerta didattica saranno le esigenze formative degli studenti e delle loro famiglie e non, come avviene ora, le logiche di lottizzazione politica che altrove impongono nomine, clientele e palinsesti. Purtroppo, in un passaggio storico in cui la Lega, tra gabbie salariali e fiction dialettali, continua a investire energie per erigere un fossato di distinzioni intorno al nord Italia con la scusa della valorizzazione del localismo, è diventato d’obbligo temere strumentalizzazioni persino su temi come la lingua, la storia e ogni tratto culturale che si presti ad essere manipolato a fini politici dietro il paravento chiodato dell’identità.
In attesa che venga il giorno in cui libertà e laicità saranno sinonimi, la scuola resta un terreno di battaglia dove nessuno sembra saper resistere alla tentazione di fare barricate per i propri fini. Così basta una sentenza del TAR sull’insegnamento della religione cattolica per far gridare allarme a vescovi e politici, e far pensare alla gente meno attrezzata che sia in gioco addirittura la libertà religiosa, invece che le pari condizioni scolastiche per i figli di tutti. Nelle nebbie della polemica intorno alla sentenza emergono sopra le altre alcune affermazioni tanto eccellenti quanto infondate, su cui vale la pena riflettere, se non altro per ricordare che chi parla di difesa dell'insegnamento della religione parla quasi sempre di tutt’altro. Il ministro Gelmini per esempio afferma che “la sentenza del TAR vuole discriminare la religione cattolica” rispetto alle altre materie perché stabilisce che il voto dell’insegnante di religione non ha valore nello scrutinio; a dire il vero, essendo quell’insegnamento facoltativo, è lo stesso ordinamento scolastico a dire che la religione cattolica non è come la matematica o l’italiano. Il Tar si è solamente limitato a ricordare che il voto di una materia facoltativa non può fare media, perché in quel caso a essere discriminato sarebbe chi non se ne avvale, e doverlo far notare proprio al ministro è quasi imbarazzante. Ad aumentare la confusione si è aggiunto anche l’ex ministro Fioroni, affermando che negli scrutini il credito formativo dell’insegnamento della religione cattolica vale come il credito maturato da chi segue per fatti suoi “un corso di danza caraibica”; meno male che non è vero, altrimenti bisognerebbe che il corso di danza caraibica lo pagasse lo Stato con le tasse di tutti, proprio come l’ora di religione, che è retribuita anche da chi sceglie consapevolmente di non seguirla; persino Fioroni riconoscerà che questo è un vantaggio di partenza, se non altro economico, che manda in malora qualunque pretesa parità. L’ultima cosa fuorviante l’ha detta mons. Coletti, il responsabile CEI per la pastorale scolastica, sulla natura dell’ora di religione, affermando che "non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali". Se questo fosse vero, agli insegnanti di religione per entrare in graduatoria non sarebbe necessaria la dichiarazione di idoneità da parte della curia, dichiarazione che – chissà se lo sa il ministro Gelmini - può essere ritirata in qualunque momento sulla base di scelte private dell’insegnante, tipo una convivenza pre matrimoniale, una gravidanza da single o uno screzio qualsiasi con il vescovo diocesano territorialmente competente. Nessun altro insegnante oltre a quello di religione rischia di perdere il posto per le sue scelte private, e visto che la barricata della settimana verte sulla presunta discriminazione, sarebbe bello che qualcuna di queste persone spiegasse come la dovremmo chiamare, questa. |
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Concordo pienamente.
Cara Michela,
sono un tuo fan, mi piace leggerti spesso, ma ultimamente lo faccio meno e sentendo anche altri ho scoperto che condividono il mio parere dal quale nasce un umile consiglio: NON ANDARE CONTRO IL VOLERE DI SANTA MADRE CHIESA, DEI SUOI VESCOVI E DEI SANTI MINISTRI DELL'ISTRUZIONE CHE NE FANNO LE VECI, non è per te, continua a fare le cose che hai fatto sempre che sono più nobili , e rimanendo neutrale tutte le belle parole sono apprezzate da tutti. mentre così facendo stai deturpando le tue opere con le tue stesse mani, tra i tuoi fans appassionati ce ne saranno tanti (come me) che sono fedeli in tutto e per tutto ai dettami di santa madre chiesa e della CEI per cui perderai molti fans, che senso ha ? almenochè la tua intensione non sia di fare il prete donna , be allora auguri... scusa se ti ho dato del tu e se mi sono permesso, complimenti per tutto il resto. daniele
- si sente male dal ridere -
Daniele, la cosa buffa è che magari anche stavolta arriverà qualcuno a dire che non so di cosa parlo.
Che dire...concordo e aggiungo, come mamma, un'osservazione. La riforma fatta con l'accetta ha tolto un'ora di lezione al giorno nella scuola primaria, evidentemente impoverendo l'offerta formativa... ma... non ha toccato le 3 (tre!!!) ore di religione, per non violare il concordato! Sincermanente la cosa mi ha lasciato perplessa. Come insegnante mi lascia perplessa il fatto che i colleghi di religione siano nominati dalla curia in base a meriti non tanto professionali quanto relativi alla loro sfera privata. Come cittadina mi lascia perplessa il fatto che dei posti pubblici, che 'normalmente' (ormai meglio tra virgolette perché la norma in Italia sembra essere in vacanza) vengono assegnati per pubblico concorso (io l'ho fatto), corsi abilitanti, Siss (2 anni, mille euro l'anno...)nel caso della materia in questione siano assegnati da un potere esterno allo Stato, le curie, che, così come danno gli incarichi li tolgono. come cattolica, infine, mi infastidisce alquanto l'idea che la mia fede diventi ancora una volta strumento di guerra politica ma soprattutto, mi infastidisce il fatto che i vescovi, ancora una volta, entrino a gamba tesa nelle questioni dello Stato italiano.
Cara Silvia, quello che mi sbalordisce infatti è che siano sempre i non cattolici a sollevare queste questioni, quando sarebbe nel nostro pieno interesse liberarci di tutti i rapporti di privilegio che esautorano la nostra testimonianza. Nel caso specifico non parlo per sentito dire: ho insegnato io stessa religione per sei anni in scuole medie e superiori, e se ho un ricordo meraviglioso dei ragazzi e delle ragazze, ne ho uno pessimo della gestione dell'insegnamento in sé da parte della diocesi.
Ma quanti sanno che gli insegnanti di religione erano nominati per competenza territoriale diocesana (e non provinciale), e non erano soggetti al limite di tre sedi contemporanee? Io ricordo di averne avute anche 4 contemporaneamente, in tre province diverse: cagliari, oristano e nuoro.
Quanti sanno che non esistevano graduatorie vincolanti per titoli, ma elenchi aleatori dove il punteggio era stabilito anche da cose come 'fare la catechista in parrocchia' o 'essere ministro straordinario dell'eucarestia'? Questa graduatoria farlocca esiste ancora, per quelli non di ruolo.
Quanti sanno che questi elenchi non riguardavano in nessun caso i preti, che avevano comunque diritto di prelazione sulle sedi se sceglievano di insegnare, che avessero o non avessero titolo?
E soprattutto quanti sanno che le gerarchie hanno incentivato per anni l'insegnamento dei preti, anche di quelli che non avevano la minima attitudine, perché se il prete non insegna deve essere sostentato dalla diocesi?
La domanda non è se la religione va o non va insegnata, casomai se se sia lecito imporne l'insegnamento nelle scuole statali a costo di queste contraddizioni.
Tutto ciò denota una grande debolezza morale e intellettuale. Il TAR del Lazio si è limitato a sancire un principio...la realtà è che mia figlia continuerà a uscire da scuola 2 ore prima, guardata come un'appestata.
PS: Kelledda, l'hai poi letto 'Ulisse' di Joyce? ;-)
A si biri, Franciscu.
'sarebbe nel nostro pieno interesse liberarci di tutti i rapporti di privilegio che esautorano la nostra testimonianza'
ecco dove sta il punto!
e non solo per l'ora di religione, perché è in gioco molto di più...
Ci vedo varie cose.
1. chi non segue l'ora di religione e fa altro ha diritto che questo 'altro' faccia media e l'insegnante partecipi agli scrutini?
Immagino questo sia uno dei punti nodali a livello legislativo.
2. L'ora di religione cattolica mi ricorda molto il sudtirolo, dove se non sbaglio c'è il sistema delle quote linguistiche che potrebbe essere a mio parere incostituzionale ('tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge') ma rimane in vigore, se non erro, per un accordo con l'austria. Trasportandolo alla religione c'è una roba che trovo talmente nauseante che mi vergogno solo al doverne parlare, mi sembra talmente idiota che parlarne mi sembra buttare via energia. Si tratta del banal nationalism religioso italiano. In Italia ogni volta che si parla della chiesa cattolica non serve specificarlo. Basta dire: sono credente ma non vado in chiesa, ed è scontato che è quella cattolica. Sono credente non praticante, ed è scontato che è della chiesa cattolica. Peggio che nel regno unito dove almeno c'è una religione di stato, mentre in Italia no. Infatti i commenti che ho sentito in tv sono del tipo che la chiesa cattolica è parte della cultura italiana. Non tanto che una prospettiva religiosa, al limite una prospettiva religiosa cristiana, sia parte della cultura italiana (e anche ciò oggi sarebbe discutibile). Ma proprio la religione 'cattolica'. Mi pare che mostri (1) straffottenza, noi siamo LA religione; (2) menefreghismo per le altre confessioni cristiane; (3) menefreghismo per le altre religioni.
Spero che il consiglio di stato dia torto ai ricorsi, la trovo una situazione allucinante. Per me però c'è una strada che si dovrebbe prima o poi avere il coraggio di percorrere. Eliminare l'assegnazione automatica dell'otto per mille al vincitore di turno e far sì che non vada alla chiesa cattolica ma allo stato. Così facendo, trovandosi la chiesa cattolica ad essere finanziata via otto per mille solo da chi sceglie consapevolmente, cadrebbe quest'aria assolutistica e dovrebbe fare i conti con chi davvero è affezionato a ciò che dicono. Forse la maggior parte degli italiani, ma almeno sarebbe in un sistema democratico e non di privilegi. Forse un piccolo gregge e in tal caso sarebbe più evangelico. La riforma dell'insegnamento della religione dovrebbe andare di pari passo e spero che questa sentenza sia una pietruzza che scardini un sistema fuori da ogni grazia.
Nulla da dire sul post, tuttavia volevo aggiungere una mia glossa chiarificatrice da docente(insegno altro, non religio): al liceo, durante lo scrutinio, il docente di religione non esprime una valutazione numerica(4,5,6...), ma un giudizio(suff, buono, ottimo...) che non concorre assolutamente alla media scolastica.
Se Pierino raggiunge la media del 6 perché riporta sufficienze in tutte le materie, la media rimane tale anche se il giudizio di religione è ottimo.
Pertanto il giudizio del prof. di religione non può concorrere all'attribuzione del credito scolastico, assegnato sulla base della media e di altri parametri che ogni singola scuola stabilisce(impegno, frequenza, crediti formativi).
Deduco, di conseguenza, che l'errore di base sia stato commesso da quel consiglio di classe che ha valutato la religione come fonte di credito.
Il prof. di religione, per sintetizzare, esprime un giudizio che non fa media e quindi non concorre al credito; egli deve, invece, in caso di votazione per la promozione o la bocciatura, esprimere il suo sì o il suo no come tutti gli altri docenti del consiglio.
La legge è molto chiara diciamo; le idee invece spesso non le abbiamo chiare noi docenti(e presidi) che pasticciamo pur di andarcene a casa.
Peggio se le motivazioni sono ideologiche.
Sarebbe saggio consentire parità di trattamento a tutte le confessioni oppure a nessuno.
Melchisedec, hai ragione, mi sono espressa con un termine equivoco, anche perché la media non è un metro valutativo negli scrutini, se hai 10 in matematica e 2 in italiano non vuol dire che sei promosso solo perchè la media è 6.
Ma glossiamo insieme, prendendo dritto da Avvenire questa frase, secondo la quale siamo davanti a:
:«un tentativo alquanto maldestro. La sentenza del Tar, infatti, arriva dopo la conclusione dei lavori della commissione paritetica Ministero dell'Istruzione-Cei, che ha deciso all'unanimità di passare dalla votazione con gli 'aggettivi' (sufficiente, buono...) ai voti numerici. Quando la decisione sarà avallata dal Consiglio di Stato, anche il voto di religione - sottolinea il quotidiano cattolico - farà media e il problema dei crediti sarà quindi superato una volta per tutte.
Direi che basta per dire che il rischio concreto è che faccia, crucis in fundo, anche media.
Ma la cosa seria resta l'altra, cioè che al momento della conta per la promozione o la bocciatura il voto di religione sia conteggiato. Quando insegnavo io ogni preside si regolava da sé: in alcune scuole votavo, ma se il mio voto era determinante non veniva conteggiato. In altre non votavo, ma il mio parere motivato doveva essere verbalizzato. In ogni caso nessuno, nemmeno io, ha mai pensato che si potesse venire promossi o bocciati grazie al voto di una materia facoltativa, perché la discriminazione nei confronti di chi non si avvale è macroscopica.
Condivido pienamente.
Dorian, scusami, mi sono accorta solo dopo del tuo intervento.
Il punto uno è nodale: non è vero che il credito della religione cattolica sia pari ai crediti di qualunque altra attività formativa, perché è ovvio che l'insegnante di danza caraibica/karate/teatro non partecipa agli scrutini di chi frequenta i suoi corsi. Inoltre i soldi per mandare mio figlio a danza caraibica io potrei non averli, mentre chi sceglie religione non ha questo problema, facendo la materia già parte dell'offerta formativa scolastica.
Certo, mi si potrà opinare che la cultura religiosa e la danza caraibica non sono paragonabili, ma è una obiezione da girare a Fioroni, che le ha paragonate.
La rivendicazione di una primogenitura culturale nel contesto italiano credo sia storicamente inopinabile, ma il passato non dà diritto all'eterna egemonia. Questo lo sa anche la Chiesa, tanto è vero che - man mano che l'incidenza sul piano della fede veniva meno sul territorio - si è abbracciato il discorso della difesa delle radici culturali per mantenere i benefici di questa primogenitura; non potendolo più fare solo con l'efficacia di una presenza capillare, non ci si è vergognati di provare a farlo in forza di collateralità politiche improbabili (quando non vergognose), attraverso le quali la Chiesa ha cercato con ogni mezzo di impedire di fatto a qualunque altra esperienza religiosa di conquistare posizioni pubblicamente significative.
Potrei citare la guerra degli spazi televisivi fatta a trasmissioni come Protestantesimo (rai 2), o della resistenza agli spot valdesi sull'8xmille, perché considerati comparativi, o di trasmissioni radiofoniche come Culto Radio (radio 1) la cui messa in onda è stata soppressa il giorno che è morto Giovanni Paolo II senza nemmeno avvisare i conduttori, immagino per un certo selettivo senso di 'rispetto'. In questo regime operativo - in cui la Chiesa sta lottando soprattutto per la propria sopravvivenza sociale - la pretesa che l'ora di religione resti un feudo solo cattolico, alla faccia della sedicente funzione culturale, chi può stupire?
Insegno religione e credo pure di essermelo meritato, perché ho studiato per molti anni e ho dato un numero di esami doppio rispetto a quello di qualunque altro laureato, forse solo medicina ne ha altrettanti, non lo so. Epperò sono consapevole delle contraddizioni della mia professione, molte delle quali le ha già dette Michela, che sono anzitutto contraddizioni da cristiano, ci tengo molto a dirlo. Per esempio sono convinto che lo studio della religione sul piano culturale sia un arricchimento vero per chi lo fa, ma proprio per questo vorrei che il titolo per insegnarla fosse conseguito in scuole pubbliche con insegnanti di varie provenienze culturali, non in istituti di scienze religiose di stampo giustamente confessionale, dove al massimo potrebbero formarsi i catechisti. Mi rendo perfettamente conto che è assurdo che acceda ad un posto statale una persona che ha conseguito un titolo in scuole non statali e nemmeno parificate, la cui preparazione non può essere verificata con gli stessi strumenti con cui si valuta quella altrui. E' altrettanto assurdo che chi ha dato 43 esami e ha conseguito un titolo meritato possa essere sollevato dall'insegnamento per motivi 'morali' che con la preparazione non hanno nulla a che fare. Michela ne ha citato alcuni, ma a seconda del vescovo o dell'incaricato dell'ufficio scuola ci vuole anche molto meno di così, Michela cara.
Certo che trovo del tutto incongruente essere nominato da un vescovo ma pagato da un provveditorato, e anche che il provveditorato mi paga sapendo che non sono libero di insegnare secondo cultura, ma devo farlo secondo fede, anche se questo non lo ammetterà mai nessuno. Però se volessi chiamare un pastore protestante a parlare durante la mia ora, l'ufficio scuola mi richiamerebbe immediatamente. Se volessi usare un testo non approvato dalla commissione episcopale che si occupa della pastorale scolastica, non potrei farlo, e se cambiassi religione mi vedrei ritirare l'idoneità all'insegnamento.
Queste cose nessuno le dice, e offendono la dignità di chi questa materia la insegna con onestà, sforzandosi di dare rilievo al meraviglioso bagaglio culturale che il cristianesimo ha apportato alle culture con cui è venuto in contatto.
Boh Michi, non so se sia rivendicabile anche la primogenitura culturale della religione cattolica, se volessimo trovare il pelo nell'uovo. Andiamo dalle robe più spicciole, tipo rapporti prematrimoniali, fino a robe più grosse tipo il culto del denaro. Quest'ultimo, che mi pare sia la politica predominante in Italia e all'estero, mi pare abbia poco a che fare con dei vigilanti che vivono nella prospettiva dell'eternità dell'ottavo giorno, in cui i beni accumulati nella vita terrena sono vanità di vanità. Ma sarebbe sparare contro la croce rossa, sappiamo entrambi che i profeti sono solo un piccolo resto e non abbiamo nessuno di noi due la pretesa di essere tra costoro.
Comunque rimane perfettamente valida la tua seconda affermazione anche secondo me: non c'è un diritto di primogenitura.
Per me si dovrebbe recuperare, su un piano politico, un processo democratico e di pari dignità sociale che abbia poco a che fare con la teologia. A Padova ho lasciato gli atti di una conferenza di Bartolomeo Sorge SJ in cui, se non ricordo male, diceva che la chiesa si sarebbe dovuta occupare principalmente del piano ideale e sul piano politico si poteva agire con motivazioni che fossero condivisibili da tutti, credendi o no. Potrei sbagliarmi quindi prendete le affermazioni di Sorge col beneficio del dubbio. Comunque il principio di autorità o di primogenitura, per me, non dovrebbe avere cittadinanza in campo politico. Dovrebbero averlo le prese di posizione sostenute da argomentazioni criticabili e condivisibili da chiunque partecipi al dibattito secondo principi democratici.
Non so come funzioni nel regno unito, appena riuscirò mi informerò. Pur avendo frequentato anche una splendida chiesa anglicana da febbraio a maggio scorsi non ho la più pallida idea di come funzioni alle superiori, sarei curioso di sapere (anche se ciò comunque non intaccherebbe nel merito nessuna delle affermazioni che ho fatto prima, poiché tali affermazioni non si basano su una comparazione, bensì su principii che prescindono da quanto fanno altrove).
Io spero che questia sia una goccia che permetta di migliorare il sistema, spero ardentemente che il congilio di stato respinga i ricorsi o li accolga a condizione che si cambino certe cose.
Dori, alla definizione di primogenitura culturale davo un significato più alto di quello di 'comune sentire', che in Italia tutto è tranne che cristiano, se non nel senso più bigotto del termine. Basti pensare che a livello morale non abbiamo mai risolto la contraddizione tra la nostra costante ansia di arricchimento e il disprezzo per chiunque si arricchisca, atteggiamento che si è trasformato politicamente in invidia sociale ogni volta che ha potuto. I protestanti hanno gestito questa tensione sviluppando un'etica 'evangelica' del lavoro, e seppure io non la condivida nemmeno un po', devo ammettere che almeno ha una sua coerenza.
Mi riferivo invece al fatto che la Chiesa in un determinato periodo della storia europea abbia contribuito in modo determinante - seppure non da sola - a fondare i canoni della nostra estetica, oltre che quelli della nostra etica. Sicuramente l'efficacia di questa influenza è stata sorretta per lungo tempo dall'egemonia che viene dritta dal potere temporale, ma sarebbe ingiusto dire che si è basata esclusivamente su quello.
Mi riferisco anche al fatto che con la sua organizzazione molto più antica e strutturata abbia sopperito per secoli alla debolezza delle istituzioni laiche nei campi più svariati, dalla scuola agli ospedali, precedendo lo Stato anche in tempi recenti su urgenze sociali come le comunità terapeutiche per i tossicodipendenti.
Però mi domando se (e ricordo una bellissima conversazione pubblica con Giovanni Bachelet a Trieste a questo proposito) questa funzione sostitutiva vada difesa - e addirittura accreditata come concorrenziale nel caso della scuola - anche nel momento in cui la società civile può assolvere da sola alla sua funzione primaria.
Siamo da tempo al punto in cui sarebbe lecito attendersi che la Chiesa ricordasse la propria missione prima, che è quella di annunciare il Vangelo, non di assicurare servizi. Tanto meno di orientare cristianamente una società, un concetto che mi sembra attualmente niente affatto pacifico.
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Il ministro Gelmini per esempio afferma che “la sentenza del TAR vuole discriminare la religione cattolica” rispetto alle altre materie perché stabilisce che il voto dell’insegnante di religione non ha valore nello scrutinio; a dire il vero, essendo quell’insegnamento facoltativo, è lo stesso ordinamento scolastico a dire che la religione cattolica non è come la matematica o l’italiano. Il Tar si è solamente limitato a ricordare che il voto di una materia facoltativa non può fare media, perché in quel caso a essere discriminato sarebbe chi non se ne avvale, e doverlo far notare proprio al ministro è quasi imbarazzante.
Ad aumentare la confusione si è aggiunto anche l’ex ministro Fioroni, affermando che negli scrutini il credito formativo dell’insegnamento della religione cattolica vale come il credito maturato da chi segue per fatti suoi “un corso di danza caraibica”; meno male che non è vero, altrimenti bisognerebbe che il corso di danza caraibica lo pagasse lo Stato con le tasse di tutti, proprio come l’ora di religione, che è retribuita anche da chi sceglie consapevolmente di non seguirla; persino Fioroni riconoscerà che questo è un vantaggio di partenza, se non altro economico, che manda in malora qualunque pretesa parità.
L’ultima cosa fuorviante l’ha detta mons. Coletti, il responsabile CEI per la pastorale scolastica, sulla natura dell’ora di religione, affermando che "non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali". Se questo fosse vero, agli insegnanti di religione per entrare in graduatoria non sarebbe necessaria la dichiarazione di idoneità da parte della curia, dichiarazione che – chissà se lo sa il ministro Gelmini - può essere ritirata in qualunque momento sulla base di scelte private dell’insegnante, tipo una convivenza pre matrimoniale, una gravidanza da single o uno screzio qualsiasi con il vescovo diocesano territorialmente competente. Nessun altro insegnante oltre a quello di religione rischia di perdere il posto per le sue scelte private, e visto che la barricata della settimana verte sulla presunta discriminazione, sarebbe bello che qualcuna di queste persone spiegasse come la dovremmo chiamare, questa.



