| Lo strano caso letterario della vecchia e della bambina |
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| Scritto da Michela | |
![]() Volendo entrare invece nel merito, c'è da dire che i titoli menzionati hanno un ulteriore dato comune, oltre al fatto che si narra di donne vecchie: sono tutte storie firmate da donne.
Patrick Dennis è un uomo, mi si dirà giustamente, ma secondo me non è per questo che Zia Mame è estranea a questo ipotetico filone, dove non stonerebbero invece Ritratto in seppia della Allende o Mal di Pietre della Agus; Patrick Dennis– già pseudonimo di Edward Everett Tanner III – non solo era gay, ma ha mandato altri romanzi in classifica firmandosi con nomi femminili, e ne ha scritti due a 4 mani proprio con autori donne; non era certo la prospettiva femminile a fargli difetto. Il fatto però è che Zia Mame è un personaggio giovanile quando comincia la narrazione. Inoltre al romanzo di Dennis manca la coincidenza dell’ulteriore dato comune agli altri titoli dell’ipotetico filone: sono tutti sin da subito romanzi di formazione aventi per protagonista la relazione tra una donna anziana e una bambina. Il fil rouge a me non sembra quindi l’età avanzata, casomai i rapporti di passaggio del senso tra l’infanzia e la vecchiaia delle donne, oltre che il salto narrativo che in questa dinamica rimuove del tutto la generazione intermedia. Se è vero quello che diceva Anna Maria Ortese, che “si pubblica perché gli editori danno un po’ di soldi, ma si scrive per avere compagnia”, credo sia utile chiedersi perché alcune scrittrici (incontrando la risonanza di molti lettori) preferiscano sul piano narrativo la compagnia delle nonne, e per contro rimuovano sempre più spesso la figura delle madri. Perché è evidente che le madri di questi tre romanzi si somigliano in modo inquietante: assenti, anaffettive, tutte inadeguate. Parlando di quello che so, in Accabadora c’è stato sicuramente da parte mia il tentativo di fare pace con un luogo del futuro, un posto dove io donna vivo già ora nel presente, ma in uno stato permanente di rimozione. Dico luogo del futuro e non del passato, perché la vecchiaia narrata al passato è in realtà l’ologramma di un feticcio assimilato, quello contro cui le donne che avevano vent'anni del sessantotto si sono accanite con una violenza che ha lasciato dietro di sé fior di calcinacci e poco altro. Alla messa in discussione di un modello di riferimento non è seguito – al di là della buona volontà dei singoli - alcun modello nuovo, e per chi è nata negli anni settanta trovare un’amica al posto di una madre ha significato in fondo realizzarsi orfana. Mi rendo conto che a quelle donne ora a metà strada è andata anche peggio, basta guardare intorno le superstiti cinquanta-sessantenni terrorizzate all’idea di somigliare anche solo lontanamente a quello contro cui avevano combattuto; l’incapacità di rielaborarsi collettivamente ne ha fatto delle signore un po’ patetiche, povere di dignità coi loro jeans skinny e le “ironiche” collane di plastica colorata, ebbre della possibilità di labbra ancora gonfie e prodighe di occhiate dolci in tralice agli uomini che sorridono alle loro figlie. Narrare di loro, con tutto il rispetto, mi è impossibile senza farne macchietta, dei san sebastiani involontari, martiri senza mai essere diventate eroine, trafitte indecorosamente ai moncherini dell’albero dove avremmo dovuto innestarci noi. Raccontare delle loro madri invece, e farlo mettendole dentro una relazione di traditio con le bambine, è un atto riparatorio sul piano culturale, la necessaria riconciliazione con una memoria che quando ha smesso di essere rivoluzione ha finito per farsi furto. Mentre la pubblicità, la televisione e in misura minore anche il cinema mettono in scena donne che non invecchiano, che non cambiano, che non muoiono, in definitiva che non insegnano, il romanzo può scegliere di restituirle all’immaginario per via traversa, inventandole fertili in altri modi, a dispetto del loro stesso grembo. Sottrarre un personaggio femminile all’età di mezzo, quella in cui la donna è considerata produttiva di beni, servizi, immagine impeccabile e all’occorrenza figli, significa anche liberarla dai codici collettivi, poterla gestire su un piano in cui – sterile in ogni altro verso sociale - può invece ancora generare senso, e senso in relazione. Nessuna rivoluzione, anzi. Sul piano simbolico è una restaurazione generazionale che si realizza seguendo canoni già lisi; la donna sciamana, custode o maestra, poco importa che sia dei dolci o dei rituali umani, è un modello femminile il cui potere è sempre stato pacificamente accettato. Regina, ma dei fornelli. Padrona, purché della casa. Sacerdotessa, ma soltanto dei riti più intimi. Queste storie sono epifania nemmeno troppo celata del femminino lunare dal volto ambivalente, sarta e portinaia in apparenza, sapiente parca o cuoca mistica nel segreto dei sussurri, una doppiezza espressa perfettamente dai confini nebulosi dei pensieri delle vecchie, in bilico costante tra memoria e visione. Ma se questo è un percorso familiare, lo è molto meno il modo in cui è sviluppata nel narrato la relazione tra le due generazioni, le vecchie e le bambine, un legame liberato totalmente dalle leziosità delle carezze tra la nonnina e la nipotina che tanto piacciono a chi disegna le stucchevoli campagne sociali sugli anziani. È una relazione divenuta possibile solo ora perché solo ora le vecchie e le bambine sono riconoscibili come estremi della stessa negazione, entrambe emarginate dalle rappresentazioni dominanti, che impediscono alle une di invecchiare e alle altre di vivere l’infanzia fuori dalla pressione dei modelli adulti. Sotto il peso costante di questo genocidio simbolico, quale altra scelta può esserci per le sopravvissute se non quella di divenire solidali? |
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Nonna Mia, che bello! Mi piace un sacco leggere le tue opinioni, forse di più che leggere le tue invenzioni letterarie. E quest'ultime mi appassionano! Ho finito ieri Accabadora ed ho cominciato subito a rileggerlo, per essere in grado di dirne qualcosa oltre l'emozione. Appena ri-finito, ti dirò cosa ne penso in termini più precisi, per ora ti dico che la tensione emotiva è stata un po' disturbata dalla curiosità per le tue fantasmagoriche metafore e per le assonanze tra il mondo che racconti e quello che si intuisce nel carattere di mio padre. Un po' come se stessi per baciare una persona e tra noi passasse, nel buio, una lucciola.
Mi è venuto in mente il ruolo delle nonne nei romanzi di Milena Agus e negli ultimi racconti di Soriga.. è come se custodissero la tradizione, la nostra identità di donne sarde. Non ho mai letto un tuo libro ma lo farò presto, perchè apprezzo di te soprattutto l'uso corretto e preciso della lingua italiana (scritta ovviamente!), finalmente lontana dalle forme imbastardite del liguaggio parlato.
Mi piace traslare quello che lei scrive sulla figura femminile di mezza età ed età limitrofe (con tutti gli ovvi limiti delle generalizzazioni) al maschile. Anche se qui vedo una minor consapevolezza da parte del cinquantenne/sessantenne, che con meno coscienza, non è terrorizzato di somigliare a quello contro cui aveva combattuto e si trova a suo agio nella sua macchietta di bavoso Peter Pan ringalluzzito dal Viagra.
E allora guardiamo e cerchiamo negli anziani (così voi a scrivere) per trovare una bussola senza schermi di magnetici che confondano.
Ma … alcune settimane fa stavo passeggiando per Cagliari quando un bambino di circa sei anni chiedeva alla nonna (con collana d'oro appesa) dove buttare la plastica sigillante (ed eternizzante) dell'ennesima merendina che lo renderà obeso. Con prontezza l'anziana signora scippava la confezione al bambino e la buttava in terra, anzi no … l'occultava sotto una automobile parcheggiata vicino. Mi sono ritrovato trafitto da quel piccolo (enorme) gesto di ineducazione civica e la mia bocca amara di bile è rimasta senza parole.
E quindi i nonni e le nonne anziane non bastano e dobbiamo (dovete) allontanarci nel tempo magari di una altra generazione sperando che sbiadiscano i difetti e risaltino i pregi o costruire nella narrativa figure forti (e per quanto possibile positive) che servano a farci passeggiare senza incontrare insulse persone.
Leggendo stamattina ciò che scrivi mi veniva da associare un po' alle considerazioni che faceva Freud nel 1920 a proposito delle nevrosi di guerra. Quasi come se ci fosse un momento, quello dell'età adulta, distrutto da un evento catastrofico ed andato perduto. La costruzione di senso e il posizionarsi che, inevitabilmente, ciascuno di noi deve fare per costruire una maturità personalmente socialmente riconosciuta tale non ha appigli. Il sessantotto o giù di lì, con il suo anticonformismo, come mi pare tu abbia detto, ha fatto piazza pulita di quel periodo. L'orizzonte capitalista di cui forse già quegli anni erano espressione ha spazzato via il sessantotto. Non è rimasto abbastanza per una realistica costruzione di senso, a ciò si aggiunge secondo me un vuoto lasciato dalle sicure ancore religiose tradizionali.
Mi sembra che, per certi versi, sia i tentativi religiosi legati ad una forte rivendicazione identitaria, sia la prospettiva tra generazioni distanti qui segnalata, potrebbero essere due facce di una medaglia in cui si tenta di scrivere la parola 'io'. L'una costruita per negazione di una complessità sempre più dirompente e destrutturante. L'altra, il salto generazionale, mi sembrava prima quasi come nelle considerazioni di Freud. Lì si sognava continuamente, se non ricordo male, il momento dell'esplosione della mina o dell'incidente in guerra. Quasi un tentativo di tornare continuamente al pre dei sintomi, affinché almeno tornandoci virtualmente, nel sogno si costruire un senso tra il pre dell'incidente e l'incomprensibile del post.
Qui un andare dalla bambina alla anziana, quasi che, questo continuo viaggio di andata e ritorno tra i poli estremi di un ponte distrutto, faccia sì che dialetticamente sgorghi un senso dell'essere adulti un po' perduto.
Rimane il perché della specificità femminile, forse perché le donne sono state appunto vittime e condottiere dei sistemi simbolici tradizionali in fase di ricostruzione.
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