| Perdo tempo, guadagno senso |
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| Scritto da Michela | |
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E' per non dare una risposta a questa domanda che mi rifiuto di definirmi e definire chiunque attraverso il suo titolo professionale. Nessuna identità dovrebbe poter essere determinata da un "fare", perchè l'altra faccia della medaglia è che l'assenza di un fare porti alla non identità: se fai qualcosa, sei quello che fai; se non fai niente, sei nessuno. Infinite disperazioni nascono da questa filosofia funzionale. Nell'immaginario collettivo l'icona del perdigiorno, quando non è il meridionale, è lo zingaro: mendica, rifiuta un lavoro a orari se glielo si offre e tende a spostarsi di quando in quando. Queste scelte sono denigrate e gli si oppongono le nostre, fatte di denaro guadagnato faticando, di cartellini timbrati a orari precisi e di case e posti di lavoro più o meno stabili. Una volta all'anno però le parti si invertono: lo stanziale, per sopravvivere, deve diventare nomade e spostarsi in un altro dove a cercare spazi di nullafacenza. La chiamano "vacanza" (inquietante: la stessa radice di vacante, vuoto) ed è riscattata dalla denigrazione solo perchè barattata con lacrime e sangue per 335 giorni. Lo zingaro secondo me ci guarda e ride, godendo giustamente del nostro scorno di fessi mercenari. Chi è così padrone di sè da non confondere identità con tempo ceduto, non subirà mai l'umiliazione di scoprire che il tempo conquistato non sa più come usarlo. Di quei trenta giorni di cosidette ferie si può realizzare di aver riguardagnato la proprietà nominale, ma il possesso vero e proprio è andato perso. E' così il tempo libero diventa tempo vuoto, per la felicità di animatori di villaggi turistici e di crociere, il cui mestiere è riempire di attività il vuoto degli altri, perchè non si sentano soffocare da tanto autoarbitrio. Dove vivo io, villaggi turistici per fortuna non ce ne sono: nessuno che dica al povero turista cosa fare. Allora lo riconosci dal passo incerto, così simile a quello del canarino nato in cattività che crepa per troppa libertà a due passi dalla gabbietta aperta. Si incazza come un drago se un piatto non gli arriva a tavola abbastanza in fretta. Bestemmia se l'inefficienza altrui gli sottrae mezzora di tempo che comunque non saprebbe come usare, se non lamentandosene. I negozi aprono alle cinque perchè la gente dopo pranzo qui dorme? Meridionali nullafacenti, la facessero a Milano una cosa simile... Se la facessero a Milano, forse non servirebbe aspettare il 10 di agosto per tirare il fiato. Ogni tanto arriva la domanda: ma voi sardi in vacanza dove andate? Non c'è risposta possibile, perchè il registro della comprensione è un altro. La maggior parte dei sardi non ha il concetto di vacanza come di "andare altrove a far nulla". Al massimo ha quello di ferie, cioè di un periodo in cui ritorna padrone di tutto il suo tempo, non solo di una parte. E non c'è niente di strano se in quel periodo resta semplicemente a casa propria, andando qualche ora al mare, ma anche sistemandosi la legna per l'inverno o preparandosi la scorta della conserva di pomodoro. Se il sardo si sposta, lo fa perchè vuole vedere un posto diverso dal suo. Non è comunque mai una necessità impellente che lo rende isterico se non viene soddisfatta. Non è una questione di località, quanto di mentalità: c'è una pizzeria nel mio paese che il giorno di Ferragosto sta chiusa perchè i titolari se ne vanno al mare. Non c'è turista che non se ne lagni, imprecando contro il terrone che non ha voglia di lavorare. Io provo un moto di pura ammirazione per chi è ancora così padrone della sua libertà da decidere di non barattarla nemmeno con quello che sicuramente è l'incasso potenziale più alto di tutta la stagione estiva; quella serranda abbassata grida orgogliosamente che è Ferragosto per tutti, che ci sono cose che non si vendono. C'è qualcosa di zingaresco in questo, e io mi ci aggrappo con le unghie e con i denti. |
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