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L'attore, autore e regista Sante Maurizi ha appena realizzato per CUEC un libro intervista intitolato I film del cuore. Tra le interviste c'è anche il mio rapporto preferenziale con il cinema di Ermanno Olmi. Il libro verrà presentato in anteprima il 6 dicembre da Goffredo Fofi alla fiera della piccola editoria di Roma, Più libri più Liberi.


Il bravo fotografo Marco Degosus ha appena dato alle stampe per l'editrice Tiligù un libro di ritratti di sardi "andati e tornati" dal mare, a ciascuno dei quali è stata rivolta una domanda: cosa volevi fare da grande? Tra gli altri Francesco Abate, Milena Agus, Marcello Fois, Giulio Angioni, Antonio Marras e anche io. Il libro si chiama Da quest'altra parte del mondo.


La casa editrice Ilisso continua il suo progetto di ridare smalto all'intera produzione deleddiana, nota e meno nota. Nelle prossime settimane usciranno tre nuovi titoli di Grazia Deledda, tra cui Il nostro padrone con la mia prefazione.
 

Segni di vita intelligente

Attenzione, questa sezione contiene forme varie di resistenza al degrado. 


Qualcuno, nella gazzarra mediatica che fa scorrere via ogni cosa, vuole continuare a ricordarsi di Marinella, la ragazza stuprata a Montalto da un branco di "ragazzi di buona famiglia", a cui il comune ha persino pagato le spese legali. Non è un presunto stupro, i colpevoli sono rei confessi, ma non faranno un giorno di carcere perché incensurati, e la solidarietà del paese sui media sembra continuare ad andare solo a loro, compresa quella di un vecchio che "se avesse avuto 13 anni si sarebbe messo in fila" pure lui. Questi disgraziati non hanno nessuna comprensione da me, né dal gruppo su FB che sostiene Marinella, né quella della scrittrice Lara Cardella. Nel gruppo si ricordano i fatti e si chiede giustizia, perché la violenza prima di essere un fatto è una mentalità, e i distinguo sulla vittima servono solo ai colpevoli per salvarsi da una giusta pena. 

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Letteratura e lavoro, qualcuno ne parla ancora PDF Stampa E-mail
Scritto da Michela   
Paolo Chirumbolo, docente universitario di lingua straniera negli Stati Uniti, sta realizzando un libro per Manni dove raccoglierà una serie di interviste a scrittori italiani che in un modo o nell'altro si sono occupati di lavoro. Quella che segue è la mia, e la posto qui in anticipo sull'uscita del libro perchè tornano molti dei temi che negli ultimi tempi ho dibattuto sia sui giornali che in conversazioni pubbliche e private.
Avviso ai naviganti: non è corta.


Le opere di narrativa dedicate al mondo del lavoro si sono, nel corso degli ultimi cinque anni, moltiplicate a dismisura. Dal lavoro precario a quello in fabbrica, dalla scuola all’azienda, gran parte dell’universo lavorativo dell’Italia contemporanea è stato rappresentato da giovani scrittori spesso al loro esordio narrativo. Come ti spieghi le origini di questo fenomeno letterario? Scrivere sul/del lavoro è diventata una moda letteraria o è ancora un’urgenza civile e sociale?

Da parte di chi lo fa è sicuramente un’urgenza, ma credo più personale che civile. La condizione estremamente individualista, spesso addirittura intima, di cui sono specchio questi scritti fa sì che il loro peso sociale arrivi in un secondo tempo all’autore stesso, quasi come un effetto collaterale, e non di rado lo sorprenda; è una cosa che ho sentito io e che ho sentito dire spesso anche ad altri giovani autori inclusi in quel filone. Se penso ai testi che sono usciti sul tema, dai romanzi ai saggi semi-seri, riscontro in tutti la stessa drammatica assenza di un orizzonte collettivo, la condizione di chi si trova a fare i conti con un destino percepito non come comune, ancor meno condiviso, ma solo casualmente identico. Simultaneamente non vuol dire per forza insieme, e questo è vero tanto per la narrativa che tratta del tema quando per la realtà che quella narrativa riproduce, che è comunque l’agglomerato involontario di infiniti drammi solitari. 

In molte delle opere di questo filone narratrivo l’elemento autobiografico è assolutamente centrale. Come ti spieghi questa tendenza? Tra l’altro, una delle conseguenze a livello narrativo è il massiccio uso di una narrazione in prima persona che non fa che amplificare l’equivalenza io-narrante/autore empirico. Qual è la tua posizione nei confronti di questa problematica?

La spiegazione della tendenza è che non c’è alcun “noi” da narrare. Certo, il mio caso è il meno rappresentativo, Il mondo deve sapere è anzitutto il documento in tempo reale di un’esperienza diretta, quindi non poteva che essere in prima persona. Ma se si fosse trattato di una narrazione traslata, credo che avrei comunque rispettato la percezione singolare dello sguardo sulla realtà, perché lo considero un elemento fondante della realtà stessa. Se si fosse ancora in grado di percepirsi come una categoria, come un gruppo sociale con un interesse coincidente, o anche se il lavoro fosse percepito ancora come un bene comune, il nodo sociale della precarietà sarebbe molto più facilmente risolvibile. Forse il ruolo della scrittura in questo senso è soprattutto quello: far scattare meccanismi di riconoscimento, generare luoghi simbolici dove sia possibile tornare ad intuirsi simili.

Entriamo nello specifico del testo che ti ha dato grande notorietà, Il mondo deve sapere. Innanzitutto: puoi spiegare da dove nasce l’esigenza di scrivere questo diario sul fantomatico mondo dei call center? E come si è svolto il processo che ha portato alla pubblicazione del libro? Uno degli aspetti che più mi interessa approfondire in questa conversazione è quello linguistico. La scelta di un registro fortemente umoristico utilizzato per narrare vicende a volte anche drammatiche (e trovo che questo contrasto sia uno dei punti di forza del testo) è stata fatta spontaneamente oppure, diciamo così, a priori? E dal punto di vista strutturale sei d’accordo con chi considera Il mondo deve sapere un testo ibrido a metà tra giornalismo, memorialismo e narrativa?
 
Non mi sono posta molte domande sulla categorizzazione stilistica del testo. Per me quel blog – perché è questo che era  - resta la risposta a una domanda di autorappresentazione che non c’era altro modo per soddisfare. Il fatto che sia divenuto un libro è del tutto casuale, perché in realtà non è stato mai spedito a un editore, fu l’editore a contattarmi come autrice del blog e chiedermene la pubblicazione. Proprio per il carattere specifico della vicenda, io ne fui estremamente sorpresa, non capivo a chi sarebbe mai potuta interessare. Il registro umoristico era l’unico con cui per me era possibile parlarne, perché l’ironia è un'ombra della rabbia, ogni pagina di quel testo ne trasuda. La rabbia davanti alla realtà ha deciso tema, struttura e stile. Il resto è accademia, non so esprimere un parere a posteriori su una cosa così contestualizzata biograficamente.

Vorrei restare nell’ambito lingustico. Molte delle opere degli autori qui interpellati mettono in rilievo la dimensione retorica e fondamentalmente falsa e manipolatoria (e tu insisti molto su questi aspetti) del linguaggio aziendale. Cito un esempio tratto dal tuo testo: i due turni da quattro ore imposti per rientrare in pari non sono più una “punizione” bensì una “opportunità” (p. 47) che viene data al già sfruttato lavoratore. Un favore, insomma. Non si può fare veramente nulla per mettere un freno a questo nonsense linguistico e aziendale? E che dire poi dei vari slogan aziendali che dovrebbero motivare di più gli impiegati? Necessari o controproducenti?

La conversione della lingua in un falso ideologico non riguarda solo il lavoro, è una mutazione che interessa l’intero nostro linguaggio. La mistificazione è ovunque ed è continua: dalla guerra che diventa missione di pace al condono che diventa scudo fiscale, dal termo-valorizzatore che sostituisce il ben più inquietante inceneritore fino all’utilizzatore finale che nobilita a utente il volgare puttaniere. Le parole sono luoghi di controllo del consenso, ecco perché chi cerca il consenso ci investe tanta energia sopra. Una parola mistificata placa una folla, disinnesca uno sciopero, smonta una protesta e riesce a trasformare la più bieca delle realtà in un luogo dove è desiderabile andare a stare. A niente c’è da stare più attenti, figuriamoci se io posso considerare uno slogan come necessario.
 
Affrontiamo un altro argomento che credo sia di grande urgenza sociale. Quello che risulta abbastanza chiaro nel tuo libro è che i lavoratori dei Call Center (a parte il caso Atesia) e, direi, i lavoratori in generale, fatichino a solidarizzare e ad organizzarsi per ottenere condizioni lavorative più favorevoli. Secondo te: è un problema di sistema, di crisi rappresentativa di partiti e sindacati, o è solo bieco individualismo? Da dove deriva questa mancanza di solidarietà che riduce gli impiegati alla solitudine e all’impotenza?
 
Sono profondamente convinta che Marx avesse ragione a teorizzare un rapporto di causa-effetto tra economia e cultura. Organizzare meccaniche individualiste produce in maniera quasi automatica e in tempi sorprendente brevi una generazione di individui che si concepiscono come unica misura di sé stessi. Basta frantumare i fronti, generando interessi diversi in categorie omogenee, per fare in modo che ogni movimento del sistema induca alla concentrazione delle forze sulla sola propria sopravvivenza. Una volta normalizzati e resi organici anche gli spazi tradizionali di organizzazione del contrasto, sfido chiunque ad affrontare il mulino a vento, quando è molto più urgente preoccuparsi del contingente, specialmente se si tratta del contratto che scade a me la settimana prossima. E’ bastato fare un pacchetto di leggi come quello che porta il nome di Treu per avviare il processo.

Nella raccolta di racconti Sono come tu mi vuoi (2009) hai pubblicato un breve testo dal titolo: “Il posto è la notte”.  È anche questo basato sulla tua esperienza diretta, visto che hai lavorato anche come portiere di notte? E perché hai scelto un punto di vista maschile questa volta?
 
È un racconto che parte da una esperienza vera, ma è molto più organizzato narrativamente del primo. Il personaggio che racconta è maschio poiché quando ho chiesto quel lavoro non mi volevano assumere perché ero donna. Per poterlo ottenere ho dovuto accettare di pormi in maniera il più possibile neutra sul piano del genere, e questo ha favorito l’assunzione di un punto di vista straniato.

Nel Menabò numero 4 del 1961, Elio Vittorini si concentrava sul dibattito, allora centrale, concernente il rapporto tra letteratura e industria e sosteneva la necessità di assumere un atteggiamento nuovo nei confronti della realtà industriale. Per l’autore di Conversazione in Sicilia limitarsi a documentare le problematiche del mondo contemporaneo da un punto di vista contenutistico significava accettare un’idea di letteratura oramai obsoleta, non più rispondente alle mutate condizioni sociali. “Lo scrittore”, scriveva Vittorini, “tratti o no della vita di fabbrica, sarà a livello industriale solo nella misura in cui il suo sguardo e il suo giudizio si siano compenetrati di questa verità e delle istanze (istanze di appropriazione, istanze di trasformazione ulteriore) ch’essa contiene”. La domanda che intendo fare è la seguente: secondo te, da un punto di vista letterario, è possibile fare un paragone con quanto succedeva negli anni Sessanta? Come allora si parlava di Industria e letteratura, si può al giorno d’oggi parlare di Letteratura e lavoro come di un fenomeno culturale e letterario di pari rilevanza? E, seguendo le indicazioni di Vittorini, quanto è importante la ricerca di una lingua in grado di rappresentare la realtà di oggi?
 
Non credo che ci sia alcun fenomeno culturale e letterario intorno al lavoro, e può sembrare una contraddizione, visto che ho vissuto l’onda più alta della produzione in merito. Ma a distanza di tre anni chiunque vede che siamo già in risacca; il tema è scomparso dagli scaffali, dai cinema e dai dibattiti televisivi, e del resto da parte politica indistinta si tende a minimizzare il dato numerico dei precari e considerarlo accessorio ad un più ampio quadro di problematiche legate al lavoro. Non credo sia così semplice, è più vero che invece porci l’accento rischia di scatenare un’onda di proteste sociali che nella precisa situazione politica in cui siamo nessuno sarebbe in grado di affrontare con metodi democratici. Gli intellettuali in questo quadro sono puramente decorativi, incapaci di risvegliare o raccontare la nascita di una coscienza sociale diversa, più coesa. Sono molto pessimista, me ne rendo conto, ma ho visto perfettamente cosa è rimasto delle speranze di alzare il tiro che avevo quando il fenomeno era al culmine dell’interesse pubblico e politico: si è fatto di tutto per depotenziarlo.
 
Sempre parlando di industria e letteratura i nomi di Volponi, Bianciardi, Mastronardi, Balestrini, Parise e Ottieri vengono alla mente abbastanza spontaneamente. Avevi presente il loro esempio quando hai cominciato a descrivere il mondo del lavoro? E, più in generale, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato e hanno partecipato alla tua educazione letteraria?  

La risposta alla domanda è no. Non avevo letto nessuno di loro prima di scrivere Il mondo deve sapere; sono una lettrice compulsiva, ma disordinata. Difficile attribuirsi padri nella comune hippy che è la mia libreria.

La figura dell’operaio che sembrava scomparsa è riapparsa perentoriamente sulla scena culturale. Come mai? Quali sono le condizioni storiche e sociali che hanno favorito l’uscita di un libro come Nicola Rubino è entrato in fabbrica  di Francesco Dezio e di film come In fabbrica di Francesca Comencini e Signorina Effe di Wilma Labate, solo per fare qualche esempio?
 
È una domanda sociologica, e io non sono un sociologo. Ma credo che la risposta abiti vicino alla constatazione della scomparsa dei soggetti tradizionali di rappresentazione collettiva. Le nuove forme sindacali si sono rivelate inadeguate a catalizzare i disagi nascenti e le vecchie li hanno direttamente respinti al mittente una volta che si è capito che affrontarli richiedeva una completa riconversione del noto (e conseguente messa in discussione di molte delle posizioni sociali consolidate). Resta solo l’arte, alla quale si affida, spesso immeritatamente, il compito non solo della catarsi, che le spetta, ma anche quello di portare ai potenti il grido dei senza voce. Un equivoco pernicioso, visto che artisti e potenti sono sempre più spesso entità collaterali.   
 
Nel corso della mia ricerca sulla problematica del lavoro nel nuovo secolo mi sono imbattuto in tutta una serie di filosofi e sociologi le cui analisi si sono poi rivelate fondamentali anche per comprendere gli aspetti più puramente estetici di questo fenomeno. Personalità del calibro di Jeremy Rifkin, Ulrich Beck, Zygmunt Bauman, Richard Sennett e, in italia, Luciano Gallino e Aris Accornero, hanno fornito, e continuano a fornire, un contributo teorico di grande rilievo. Qual è stato, se c’è stato, il sociologo/teorico della contemporaneità che ha maggiormente influito la tua lettura della realtà? Inoltre, una delle critiche fatte più di frequente nei confronti degli scrittori che hanno raccontato, e raccontano, le storie del lavoro è proprio quella di aver confuso la letteratura con la sociologia, la ragion pura con la ragion pratica. Qual è la tua opinione in proposito?
 
Bauman. Per quanto riguarda l'accusa rivolta agli scrittori, mi fa sorridere, perché purtroppo è vero il contrario. Magari gli scrittori che stanno scrivendo di lavoro fossero in grado con la loro riflessione di organizzare nuovi modi di interpretarlo. Magari il loro sguardo fosse capace di descrivere verso quale orizzonte siamo stati dirottati. Me ne vengono in mente solo un paio capaci di questo tipo di profezia, e sventuratamente non scrivono di lavoro.

Si parla spesso da un po’ di tempo del romanzo giallo come nuovo romanzo sociale. Benchè questa affermazione mi trovi assolutamente d’accordo, credo però che lo stesso si posssa dire di tutte quelle opera di narrative che, occupandosi di lavoro, offrono uno spaccato – spesso inquietante – dell’Italia di oggi. Penso, ad esempio, alla descrizione dell’Italia fatta da Mario Desiati in Vita precaria e amore eterno in cui il Belpaese viene ritratto come una società in crisi, senza grandi speranze per il futuro  e pervaso da rigurgiti neo-fascisti e xenofobi. Come ti appare insomma il nostro paese al giorno d’oggi? E qual è il ruolo della letteratura (e della cultura in genere) in un siffatto contesto?

La new italian epic, questa evoluzione narrativa in chiave sociale del giallo italiano, è un genere al momento presente molto opportuno, perché intepreta perfettamente la percezione disperata del reale come materiale sfuggente, un fluido indefinito dentro il quale si annaspa senza aver chiaro a quale latitudine; l’affermazione di questo nuovo genere mi fa capire che in questo momento serve una letteratura capace di essere testimone non tanto dei fatti, quanto dell’averli veduti. Il lettore è sé stesso che posiziona nella realtà quando compra Gomorra o Romanzo Criminale. Acquistare questi libri spesso diventa un gesto dimostrativo che supera l’atto non sempre necessario di leggerli. Vale anche per certi blog, peraltro. Cosa resterà non so dirlo, ma certamente l’hic et nunc richiede questo.
 
Si è parlato molto negli ultimi tempi di un articolo scritto da Wu Ming I dal titolo “New Italian Epic” in cui si analizza la nuova narrativa italiana, la sua funzione etica ed una sua rinnovata presa di coscienza del reale. Questo articolo ha poi dato vita ad un acceso dibattito cui hanno partecipato sia scrittori sia critici. Hai per caso letto il saggio di Wu Ming I? Ne hai seguito il conseguente dibattito? Pensi che le tue opere possano fare parte della “nuova epica italiana” di cui si parla tanto?
 
Conosco molto bene il dibattito, ma non vi ho partecipato perché ritengo di non avere alcun apporto da dare in merito. Un po’ perché credo che i generi si riconoscano a posteriori, e farlo spetti appunto ai posteri. Un po’ perché ho sempre il timore di favorire la legittimazione di nuovi capri nobilitatori, quelle figure pubbliche singole o collettive su cui le persone riversano il compito rappresentativo di fare quello che loro non possono/vogliono fare. La cultura come luogo di delega dell’impegno, del disagio, della critica, soprattutto della rabbia, è una forma molto subdola di controllo sociale, perché castra il potere caotico di consapevolezze che, senza rappresentanti organici al controllo, possono sovvertire lo status quo in modi altrimenti imprevedibili. A quel sistema, se comprare Gomorra è il solo modo in cui alcuni dimostrano di non essere camorristi, anche la letteratura può rivelarsi funzionale.
 
Riprendo una battuta di Marcello Fois. Rispondendo ad una domanda sull’articolo di Wu Ming I lo scrittore ha detto: “Wu Ming e De Cataldo sono stati vittime di attacchi durissimi da parte dell'establishment, e non è un caso. Per la prima volta la critica è in grave ritardo su questa materia, la produzione letteraria. Anziché recuperare questo ritardo, la critica reagisce aggredendo gli scrittori. La critica, che per molto tempo ha avuto la funzione di accogliere le nuove tendenze, di analizzarle e di esporle al grande pubblico, oggi fa l'esatto opposto, e dunque gli scrittori hanno imparato a fare a meno dei critici. Abbiamo un impatto sul pubblico senza bisogno dei critici” (l’intervista è consultabile presso l’indirizzo: http://www.carmillaonline.com/ archives/ 2008/11/002836.html).  Cosa pensi di queste affermazioni? Qual è il tuo rapporto con la critica ‘ufficiale’? Trovi che sia stato dato il giusto spazio ai tuoi lavori?
 
Se Marcello si riferisce all’establishment critico, e mi pare sia così, ha ragione. Però, considerando che non è alla critica ma alla gente che gli scrittori si rivolgono, mi sembra che il filone possa sentirsi sufficientemente legittimato dalle vendite per non farsi venire complessi. Piuttosto – in ordine alla funzione etica che gli esponendi della NIE rivendicano  - ci sarebbe da riflettere sul fatto che l’altro establishment, quello politico, non si è sentito minimamente scomodato da questo nuovo corso della letteratura, che infatti facilmente diventa fiction e finisce in tv, evento che nell’Italia attuale vuol dire qualcosa. Rileverei anche che Fois, pur appartenendo alla stessa scuola di giallisti che oggi si riconosce nella New Italian Epic, di strada con i recenti Memoria del vuoto e Stirpe ne ha deliberatamente intrappresa un’altra, e questo mi sembra ancora più significativo rispetto al discorso che facevamo prima. Non tutto il romanzo italiano sta andando verso la cronaca, ed è una fortuna.  
 
Oltre alle numerosissime opere di narrativa negli ultimi anni si è anche registrato un forte interesse del cinema (e della televisione, specialmente all’estero) nei confronti del tema lavoro. Finalmente il cinema italiano, dopo l’epopea di Fantozzi, ritorna a fare i conti con la realtà del lavoro. Pellicole come Mi piace lavorare. Mobbing di Francesca Comencini, Il posto dell’anima di Riccardo Milani, Giorni e nuvole di Silvio Soldini ma anche documentari come La classe operaia va all’inferno di Simona Ercolani (sulla tragedia della Thyssenkrupp e sul problema delle ‘morti bianche’) analizzano in modo encomiabile i diversi aspetti del mondo del lavoro contemporaneo. Cosa pensi di queste e altre opere? È possibile parlare di nuovo cinema civile italiano? E quali sono le somiglianze e/o le differenze con le rappresentazioni letterarie?
 
Non sono sufficientemente informata per dirlo.
 
Visto che si è appena parlato di cinema non posso non farti una domanda sul film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti basato su Il mondo deve sapere: com’è nata questa collaborazione?  Sei soddisfatta del risultato finale? E cosa pensi del cast (Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Elio Germano, Isabella Ragonese, Valerio Mastrandrea)? Inoltre, a conferma della multimedialità del tuo libro, hai avuto modo di vedere anche la riduzione teatrale di Il mondo deve sapere fatta da David Emmer e Teresa Saponangelo?
 
Tutta la vita davanti
è l’esempio perfetto di come in piena campagna elettorale si possa rendere innocuo un tema di forte frizione sociale come il precariato con il semplice uso di una macchina da presa. Al contrario la trasposizione teatrale l’ho trovata estremamente rispettosa della rabbia contenuta nella storia, e mi ci sono pienamente riconosciuta.
 
In molte delle opere di cui si discute in questa sede lo spazio assume una rilevanza centrale. Sia che si parli degli spazi propri del lavoro (come i grigi uffici descritti in Buon lavoro da Federico Platania o la rumorosa fabbrica di Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio) sia che si parli della città in cui le storie vengono ambientate (Padova, ad esempio, in Un anno di corsa di Giovanni Accardo) i luoghi del lavoro richiedono con forza l’attenzione del lettore.  Può lo spazio essere considerato un vero e proprio personaggio nella tua narrativa? Ad un certo punto, ad esempio, tu scrivi che anche l’arredamento è “un ricatto emotivo” (p. 82): perché? Com’è arredato un Call Center?
 
Lo spazio di un call center è affatto funzionale alla mission del call center. Tutto, dalle piante ai quadri, ha un ruolo rassicurante, motivante e coercitivo, e per raggiungere questi scopi opera sulla persona nella sua interezza, dall’uso strumentale di un oggetto familiare che fa leva sull’affettività, fino allo sprone della retorica che spinge alla continua competizione. Nelle aziende con questo grado di consapevolezza, neppure l’arredo del bagno è lasciato al caso.
 
Sempre a proposito di spazi reali e narrativi, una delle cose che colpisce di più chi affronta una ricerca sulla rappresentazione del mondo del lavoro del nuovo millennio è l’insistenza con cui il Call Center vene posto al centro della narrazione. Le telefoniste del tuo libro (e del film di Virzì), i libri di Paolo Amadio (Viva il Call Center, 2008) e Zelda Zeta  (Voice Center, 2007) i lavoratori dell’Atesia nel bellissimo documentario di Ascanio Celestini Parole sante, sembrano rappresentare, paradigmaticamente, lo stato di assoluta precarietà che attanaglia le nuove generazioni del lavoro. Perché secondo te il Call Center è diventato una sorta di luogo simbolo della flessibilità lavorativa? E, parlando di precarietà, qual è la tua opinione in proposito: tutta colpa della legge Biagi? Voglio citare inoltre, per concludere questo segmento, un tuo articolo uscito su L’Indipendente che mi ha colpito molto in cui fondamentalmente dici che la vera precarietà, quella più pericolosa, non è neanche quella lavorativa ma quella del pensiero: puoi commentare?
 
Il call center è un luogo-maschera dove ogni particolare è studiato per indurti a vedere te stesso come una monade fuori da ogni relazione che non sia con l’azienda: la postazione circoscritta, la verifica individuale degli obiettivi, il tentativo di instaurare un rapporto di fiducia singolare e personale con l’unico vertice da cui partono tutte le direttrici… ogni cosa è studiata per farti sentire non unico, ma solo, e inserito in una struttura fortemente gerarchica dove dall’alto giungono le gratificazioni, dal basso l’invidia e dal piano parallelo la minaccia alla tua posizione. È il luogo perfetto per allegorizzare la realtà, anche quella di chi in un call center non c’è mai entrato e non ci entrerà. Il problema non è la legge Biagi – anche se resto del parere che vada abolita senza se e senza ma – casomai è la facilità con cui questo meccanismo isolante ci trova impreparati, senza strumenti per organizzare una qualunque difesa critica anche quando siamo in possesso di cose considerate riscattanti come un titolo di studio. Questa fragilità, chiamiamola precarietà del pensiero, si manifesta in presenza di qualunque meccanismo manipolatorio, anche se il contratto è stabile, e quest'ultimo aspetto Federico Platania lo ha descritto molto bene in Buon Lavoro.
 
Un aspetto molto interessante (e poco affrontato, se non con qualche eccezione) della problematica lavoro è proprio quello che concerne il mestiere dello scrittore. Quanto è difficile fare oggi questo lavoro e quanto è cambiato rispetto al passato? Quali sono le difficoltà che si incontrano? E che ruolo gioca in tutto questo la rete, visto che molti autori contemporanei hanno un proprio sito web (o un blog come nel tuo caso, peraltro sempre molto aggiornato) o comunque collaborano a riviste online?
 
Non sono in grado di dirlo. Per me è una attività nuova e sto ancora cercando di elaborarla personalmente come mestiere. L’unica difficoltà che al momento incontro è il tempo per riuscire a scrivere tutto quello che avverto come necessario.
 
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In continuità con il fortunato 2006, grazie ai voti degli ascoltatori quest'anno sono di nuovo finalista al Libro dell'anno a Fahrenheit! Per quanti volessero continuare a votare Accabadora, basta inviare una mail all'indirizzo Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , indicando autore e titolo.



Breve giro della Puglia:
il 27 novembre sarò al Cafè d'Arte di Bari. Il 28 novembre sarò a Turi (BA) per presentare Accabadora con la scrittrice Sandra Petrignani al presidio del libro. Ore 18:30, salone biblioteca comunale. Il 29 novembre sarò invece a Campi Salentina al festival Città del libro, dove presenterò Accabadora alle 18:30.


Breve giro del Triveneto:
il 1° dicembre alle 19 sarò a Villorba alla libreria Lovat. Il 2 dicembre alle 18:30 sarò a Oderzo e il 3 dicembre alle 18:30 sarò alla nuova libreria Lovat di Trieste.
Il 4 dicembre sarò allo Zammù di Bologna alle 18, mentre alle 21 sarò a Modena nel teatro tenda del comune.

Informazioni più immediate sui miei spostamenti e sulle novità editoriali in arrivo si possono trovare anche sulla pagina di Facebook a cura dell'agenzia letteraria Kalama

 


  Altre Madri è qui
Anna della pioggia è a questo link.
 

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mer 25 nov 2009 @08:00
Parigi - incontro sulla Sardegna
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Bari - Accabadora
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Campi Salentina - Accabadora
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