| La memoria imposta |
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| Scritto da Michela | |
![]() Leggo questa notizia e mi fermo a pensare. Personalmente non ho nessuna intenzione di negare il genocidio armeno. Lo sterminio - che coinvolse almeno 1 milione di persone - fu perpetrato dai turchi ai danni della minoranza etnica tra il 1915 e il 1917. Tuttavia sulla sua portata ed entità ancora si discute tra gli storici e vi sono persino Stati che lo negano (USA e Israele); nella stessa Turchia è considerato reato antipatriottico (articolo 301 del codice penale turco) affermare che un genocidio armeno sia mai esistito, inteso come volontà di eliminazione di una nazione. Per esempio il freschissimo Premio Nobel Pamuk ... ...fu accusato di quel reato per alcuni riferimenti espliciti in una intervista rilasciata a un giornale svizzero. Il caso suscitò un tale scalpore che persino il Parlamento Europeo vi fece riferimento nella risoluzione in cui poneva le condizioni per l'ingresso di Ankara nell'Unione, affermando che le accuse allo scrittore "contravvengono alla Convenzione europea sui diritti umani". Curioso, perchè Pamuk fu accusato sulla base di una legge che è esattamente speculare a quella che la Francia si appresta ad approvare in merito ai reati di opinione e alla libera espressione del proprio pensiero. Ad Ankara non si può dire. A Parigi non si può non dire. In entrambi i casi la memoria la si vuole imporre, la storia la vogliono decidere i tribunali, il pensare diversamente fa balenare prospettiva di sbarre come nel più oscurantista dei regimi. Visioni indegne di un paese democratico, dove anche l'idea più aberrante dovrebbe poter essere espressa, lasciando che ad isolarla sia la sua stessa infondatezza. Questo vale per qualunque legge memoriale che ponga sanzione sulla storia negata, negasse pure la stessa Shoa. Libero è il paese in cui ogni cretino può dire la sua, anche perchè una cretinata ogni tanto la diciamo tutti. Tutto questo volendo benignamente sorvolare sul fatto che la Francia dei silenzi su Mururoa e delle omissioni sull'Algeria non ha niente da insegnare in termini di riconoscimenti storici. |
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Cara Michela, concordo più o meno su tutto.
Negare un dato di fatto evidente costituisce senza dubbio una cialtronata dal punto di vista storico. Di qui a dire che la cialtronata, o l' errore di storia, debba essere reato, ce ne corre. Negare un dato di fatto evidente dovrebbe essere sufficiente a svergognarsi da soli, e ad apparire pubblicamente poco credibili.
Se si vuole imporre la memoria ufficiale per legge, poi ci si trova inevitabilmente nell'imbarazzante pasticcio di decidere a tavolino QUALI fatti sono così importanti da meritare questa difesa autoritaria e quali no. E questa faccenda degli armeni ha sempre sollevato imbarazzo e scompiglio da più parti, perché troppi 'paesi nei quali si può dire' hanno interessi troppo forti ad accontentare 'paesi in cui non si può dire', e viceversa, su tutta la linea.
Resta da capire per quale motivo negare un certo sterminio piuttosto che un altro costituisca sempre materia controversa in cui più o meno si può discutere, mentre negare la Shoah continui ad essere considerato il fondo del fondo della depravazione cosmica, sufficiente per delegittimare chiunque su qualunque altro piano cuturale e morale. Anche se uno fa il pizzaiolo, se prova a negare la Shoah se ne deduce automaticamente che le sue pizze devono essere schifide, e forse anche tossiche. Se invece nega lo sterinio degli armeni, vabbè, è sconveniente lo stesso, ma la pizza la fa buona...
Io in genere mi tolgo dall'imbarazzo con un solo paragone: anche l'evoluzione biologica delle specie è un dato di fatto storico, con tante di quelle prove da rendere improponibile ogni dubbio. Eppure mezzo stato maggiore degli Stati Uniti è in qualche modo antievoluzionista.
Negare la Shoah e negare l'evoluzione sono due castronate di storia. Solo che tra negare una verità storica che ha condizionato gli ultimi 60 anni, e negarne una che ha condizionato gli ultimi 4 milardi e mezzo di anni, quale è più profonda?
ciao
Lisa
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