| Quel silenzio imbarazzante |
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| Scritto da Michela | |
![]() Questo afferma oggi Benedetto XVI ai vescovi d’Irlanda, terra in cui il prete pedofilo sembra essere tutt’altro che un caso isolato. Che ci sia da aiutare le vittime, nessuno lo discute. Che ci sia da rivedere la formazione dei pastori prima che diventino carnefici, sarebbe bene che la comunità cristiana lo discutesse presto, rompendo quel vergognoso tabù che ci costringe tutti ad abbassare la voce, cambiando volentieri argomento, quando si parla di preti pedofili. Aiutare le vittime non vuol dire solo pagare loro il risarcimento, posto che esista un risarcimento per un simile abuso; significa interrogarsi sul perché il numero dei sacerdoti che compie abusi sui bambini sia tanto alto. Personalmente mi rifiuto di credere che tutti i pedofili del mondo si riversino di preferenza nelle file di Santa Romana Chiesa; sono assai più propensa nel mio piccolo a ritenere che qualcosa non funzioni nel percorso che... ...porta un uomo a divenire sacerdote e soprattutto nella forzata solitudine umana e affettiva che spesso accompagna il suo ministero. Ogni volta che sento ribadito l’obbligo del celibato, riecheggia nella mia testa il versetto della Genesi che ammonisce che “non è bene che l’uomo sia solo”. E’ vero che sta scritto anche che “occorre farsi eunuchi per il regno dei cieli”, ma i fatti smentiscono che tutti vi riescano. Considerato l’alto numero di quanti vengono meno, e soprattutto come, forse è il caso di guardare al monito della Genesi con un occhio più attento. Nell’ultimo magistero di Giovanni Paolo II si è purtroppo assistito a una radicalizzazione della norma temporale del celibato, arrivando ad attribuirgli una radice teologica che rischia di renderla immutabile. Papa Ratzinger non si è ancora espresso in merito, ma nulla fa supporre che darà spazio a idee diverse. E’ triste profetizzare che saranno probabilmente la carenza di vocazioni e il disastro umano degli abusi sessuali ad imporre una riflessione seria sull’opportunità di rendere il celibato facoltativo. Al di là della riflessione sulle radici di questo male oscuro che ha solo cominciato ad emergere, la comunità cristiana deve fare chiarezza anche sulle dinamiche con cui viene attualmente affrontata la questione della pedofilia tra i sacerdoti. Per esempio rompendo il silenzio omertoso che è prescritto dai documenti ufficiali in merito a casi come questi. Nel sito del Vaticano c’è una specifica Epistula, uno dei pochi documenti pubblicati solo in latino, che prescrive ai Vescovi come comportarsi di fronte a delitti gravi commessi “contro la morale e la celebrazione dei sacramenti”. Il documento rappresenta una attualizzazione di una precedente Istruzione del Prefetto Ottaviani, che nel 1962 già vincolava al silenzio i coinvolti nei fatti gravi, pena la sospensione a divinis. “Quando un superiore ha conoscenza almeno probabile di un delitto riservato” – cito, la traduzione chiaramente non è del sito vaticano - “dopo aver condotto l’indagine preliminare deve darne indicazione alla Congregazione per la dottrina della fede che, se non avoca a sé il caso per circostanze speciali, dopo aver trasmesso le norme appropriate, ordina al Vescovo e ai superiori maggiori di procedere attraverso il proprio tribunale. [omissis] Casi di questo genere sono soggetti al segreto pontificio”. Le disposizioni diventano quasi imbarazzanti quando l’allora Prefetto Ratzinger stabilisce che “il delitto commesso da un sacerdote contro il sesto comandamento con un minore più giovane di diciotto anni di età” si estingue dopo dieci anni per prescrizione. I dieci anni si contano dal momento in cui il minore in causa ha compiuto il diciottesimo anno di età, cioè al massimo dopo il compimento del suo ventottesimo anno. Come si può dire che le vittime vanno aiutate, quando dopo il ventottesimo anno gli si nega il diritto di chiedere giustizia? Eventi come un abuso possono avere bisogno anche di decine di anni per essere metabolizzati, compresi e raccontati da chi li ha subiti: un delitto simile non può beneficiare della prescrizione. Come si può dire che le vittime vanno aiutate, quando l’indagine sul reato di abuso viene tenuta all’interno della gerarchia ecclesiastica, senza alcuna indicazione di denuncia alle autorità civili, e quindi senza speranza che il reo possa finire in un carcere? In moltissimi casi in cui questa procedura è stata applicata, il sacerdote accusato di pedofilia è stato semplicemente trasferito di parrocchia, dove ha ricominciato da capo. Questo malinteso senso di prudenza pastorale instilla nella gente l’impressione che anche gli innocenti siano collusi, suscitando uno scandalo molto superiore a quello che comporterebbe l’espellere il reo dell’abuso, affidandolo alla giustizia. Il primo e più degno aiuto alle vittime viene dalla verità, cercata senza mischiarla al misero desiderio di pararsi le terga. |
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