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Scritto da Michela
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(scritto per L'arborense del 6 dicembre 2006) Scappo che sennò perdo il treno dalla stazione di Bologna. A perdifiato corro corro corro e riesco a prenderlo proprio al volo. Entrando ansimante in carrozza incrocio lo sguardo divertito di un signore di mezza età che mi sbircia da sopra il giornale. Senza che lo incoraggi, mi dipinge spontaneamente l’inferno a cui sono sfuggita per un pelo: <<Il prossimo per Roma passava tra due ore, sa? Due ore a far nulla in stazione, con il tempo che è denaro…>>. Tiro il fiato e annuisco, manco fossi d'accordo, riservandomi di dedicare attenzione speciale al dogma laico che afferma che il tempo è denaro. Talvolta sarà sfuggito anche a me di bocca, non lo nego; ma adesso mi suona terribilmente male, come se l’equivalenza tra l’uno e l’altro non fosse da dare poi così per scontata. Suppongo che il modo di dire risalga ai tempi della pratica del cottimo, quando
il valore di un lavoro era stabilito a tavolino prima che cominciasse ed era economico finirlo nel minore tempo possibile. Allora veramente ogni minuto era un tintinnar di monete sfuggite alla tasca. Poi mi dicono che ci sono state le lotte sindacali per far riconoscere un prezzo non solo al lavoro svolto, ma anche al tempo impiegato per compierlo, spezzando la logica schiavistica del cottimo che vincolava i nostri nonni a lavorare dodici ore al giorno per un pezzo di pane. Furono lotte giustissime, se non fosse che il concetto di prezzo, che già si coniugava male con l’idea del lavoro, si è esteso anche all’idea del tempo, facendolo diventare una merce commerciabile. O almeno provandoci, perché - come acqua e olio - i soldi con il tempo possono contrarre al massimo un matrimonio di interesse, senza speranza di vera affinità. Difficile dire quanto vale il pomeriggio che non trascorrerò con mio nipotino o la passeggiata che non farò con mia madre. Nonostante questo, a forza di sentire che il tempo è denaro, sono giunta a considerare normale chiedermi quanto vengo pagata ad ora, o timbrare un cartellino che conti i minuti esatti della giornata per i quali devo esser pagata alla fine del mese. Da qualche parte mi devo essere persa l’evidenza che si tratti di un prezzo simbolico, perché in realtà la parte di vita ceduta con il tempo non può essere valutata in nessuna moneta corrente. Ci si accorda per convenzione su un prezzo sufficiente a pagare le spese del tempo che resta, perché non esiste azienda che possa corrispondere il valore reale, posto che sia stimabile. L’equivalenza vale solo tra beni interscambiabili e non è questo il caso, perché se è vero che per convenzione posso scambiare il mio tempo con dei soldi, è altrettanto vero che nessuna somma di denaro può farmi ricomprare il tempo che ho ceduto. Mentre giungo a questa conclusione, sbircio quel signore che mi ha ricordato che il tempo compra i soldi, magari per strappargli una gratuita conversazione. Sta leggendo “Il sole 24 ore”. VENTIQUATTRORE. ... Un sole senza mai sosta? ...
Evidentemente qualcuno si è convinto che pure nel cielo non c’è tempo da perdere. (pubblicato sull'Arborense di giovedì 7 dicembre 2006) |
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