| Intervistando... Efisio |
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| Scritto da Michela | |
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(realizzata per l'Arborense)
Efisio Trincas ha l’animo stoico dello sportivo. Il giorno di Capodanno, quando la maggior parte della gente sta a letto fino a tardi a smaltire gli eccessi di San Silvestro, lui si alza alle 7 del mattino per fare una corsa a Torregrande, trovando anche il tempo di rispondere a qualche domanda nella cornice rilassante di una caffetteria vista mare. Lo hanno appena eletto Segretario Nazionale del Partito Sardo d’Azione e dopo i complimenti di rito non posso fare a meno di chiedergli che senso abbia definire “nazionale” l’esponente di una forza politica regionale. Siamo nell’Europa dei popoli e delle nazioni, intese come identità culturali omogenee. In questo senso noi sardi siamo sicuramente una nazione e quindi non è fuori luogo che una rappresentanza politica dei sardi si esprima in termini di nazionalità. Gli ricordo quanto sia ancora vivo l’eco della stroncatura da parte del governo centrale del termine “sovranità” nella bozza del nuovo Statuto Sardo proposta dal governatore Soru. Parlare di nazione laddove non c’è una sovranità non è un modo di consolarci con i termini là dove non ci sono i fatti?
Ho le mie perplessità su come rivendicazioni di questo tipo possano essere portate avanti in maniera efficace, vista la frammentazione di idee e di metodo delle sigle ispirate al sardismo di Lussu. Dal punto di vista politico si rischia ancora di dar ragione agli spagnoli che in tempi bui ci definirono pocos, locos y mal unidos. Ma lui ha idee ben precise su quale sardismo possa veramente guidare i sardi a comprendersi come popolo unico, anche politicamente. Il mio sogno è federare le forze nazionaliste e autonomiste della Sardegna intorno a un interesse comune, che in quanto sardi è lo stesso per tutti. Federarci vuol dire partire dall’idea di non disgregarci, pur considerando le rispettive autonomie. Noi abbiamo già molti punti comuni da cui partire, uno per tutti la lingua. Quale delle dieci lingue e delle venti proposte di unificazione? Chentu concas, Chentu barrittas, mai come sulla questione linguistica questo è stato vero. Sono per la definizione di una lingua scolastica che unifichi le varianti locali, secondo la proposta cosiddetta del “sardo concordato”, fermo restando che le lingue locali hanno una pari dignità che sarà l’uso presso le famiglie, le scuole e le istituzioni a conservare. Ma farci riconoscere esternamente una lingua comune è il punto imprescindibile per costruire qualsiasi unità. Il modello è la Catalogna, dove il concetto di nazione è presente nella costituzione e dove il catalano viene insegnato come prima lingua, rispetto al castigliano. Come amministratore rivendico il diritto di usare il sardo anche in contesti istituzionali. A parte l’intervista a Striscialanotizia, ho usato il sardo anche in ambiti come i tribunali, dove mi sono fatto interrogare in sardo, ho avuto un interprete che traduceva e posso dire di essere stato il primo sindaco condannato in sardo. Efisio Trincas saprà di essere stato soprannominato “Piccolo Soru” a causa delle prese di posizione sulla tutela del territorio, spesso drastiche e impopolari? Quando glielo rendo noto sorride con una certa fierezza, ma non rinuncia a chiarire che per lui questi provvedimenti hanno soprattutto valore educativo. Attraverso quelle delibere io ho mirato a cambiare una mentalità, non a imporre per il puro gusto di reprimere. Deve passare l’idea, prima di tutto negli stessi sardi, che il territorio va tutelato perchè è la nostra risorsa più importante. Io però non ho visto nessuno contare le persone a Is Arutas per il famigerato numero chiuso o controllare che la gente ci accedesse effettivamente con le scarpe prescritte per non portare inavvertitamente via la sabbia... Non abbiamo i mezzi per mettere un carabiniere a testa e se li avessimo non lo farei comunque, perchè credo in una consapevolezza civile dove il miglior controllo siamo noi stessi. La mentalità sta già cambiando. A proposito di mentalità che cambia, al Giornale di Sardegna che lo ha intervistato subito dopo la nomina a segretario ha rilasciato una serie di dichiarazioni sulla difesa della famiglia tradizionale che hanno fatto molto scalpore. Hanno travisato una mia frase, in cui peraltro parlavo dal mio punto di vista, non come segretario del partito. Il dibattito interno sul tema si farà in altri contesti. Io sono favorevole ai PACS intesi come attribuzione di alcuni diritti civili, che poi sono della persona. Ma sono contrario a ogni forma di equiparazione etica delle unioni omosessuali al matrimonio tradizionale tra uomo e donna. Il patto sociale tra conviventi non può essere il riconoscimento della coppia omosessuale come famiglia alternativa, anche se concede diritti come la successione ereditaria o la reversibilità pensionistica. Il passo tra riconoscere pari dignità ai due tipi di unione e la richiesta di adozione da parte delle coppie omosessuali sarebbe troppo breve.
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Soru fa bene a cercare di far passare la logica della sovranità come autonomia politica sul territorio, ma la partita principale si gioca sul piano fiscale. L’autonomia implica meno burocrazia, meno passaggi tra Enti. La burocrazia è il peggiore nemico dello sviluppo, perché l’80% delle entrate fiscali dello Stato serve a mantenere l’apparato burocratico. Quelle sono risorse sottratte allo sviluppo e ai servizi, forniti invece dai comuni e dalle regioni, che poco beneficiano della re-distribuzione del gettito fiscale. L’obiettivo più grande è fare della Sardegna una zona franca, sul modello dei punti franchi urbani presenti in molte città europee. Questo incentiverebbe gli investimenti da parte degli imprenditori e sanerebbe il gap di sviluppo a cui l’essere terra di confine ci condanna. Basti pensare a quanto ci penalizza la carenza di infrastrutture di comunicazione come le fibre ottiche e a cosa può significare questo per le amministrazioni



