Fabio Canessa - Il Domenicale del 27 agosto 2006

Una boccata d'aria fresca nella narrativa italiana. Grazie a un blog che diventa libro. "irresistibile come una sit-com, coinvolgente come un romanzo, vero come una inchiesta", strilla la terza di copertina. E per una volta il lancio non esagera. Poichè si tratta del diario di una telefonista che lavora in un call center, l'introduzine rischia addirittura di sminuire di molto il valore del testo, affermando che "racconta la precarietà". Invece la vispissima protagonista non ha proprio nulla della vittima sociale. Anzi, consapevole del mestiere allucinante che ha volontariamente scelto, considera positiva solo la natura precaria di una occupazione così meschina. Se ha deciso di vendere aspirapolveri per telefono è per compiacere "l'entomologo che vive in me, affamato come una tenia". Lo ha fatto per sezionare all'osso la tragicommedia del tardo capitalismo, misurare il malinconico declino del mito del successo e i passi indietro compiuti dai costumi sociali della borghesia consumista. Insediatasi nell'ufficio della multinazionale americana come un cuculo nel nido altrui, si trasforma in un novello dottor Jekill, o meglio Zorro: di giorno impiegata modello, di notte giustiziera sul blog. Abile a smascherare la complessa e fragile strategia di manipolazione che presiede il lavoro interno del call center, riflesso di quella operata sulle casalinghe, clienti e vittime. Un'associazione a delinquere, un "poema di marketing spinto", un universo concentrazionario "bellissimo e agghiacciante allo stesso tempo". Al clima diabolico dei penosi "trucchetti psicologici" (che però, ahinoi, funzionano!), la narratrice contrappone una ben più robusta diabolicità del pensiero, per cui non siamo mai in apprensione per lei (e dunque manca del tutto il carattere del romanzo sociale). Tanto esperta nel cinico mestiere di "fottere la gente per telefono" da meritarsi la laurea in "teleturlupinazione", è ancora più sferzante nel mettere a nudo un mondo fatto di grulli (di qua e di là dalla linea telefonica), diventato squallido persino nella sete di dominio e nelle aspirazioni sognate. L'abbiamo lasciata per ultima, ma è la dote più importante: Michela Murgia scrive benissimo e il suo libro si legge d'un fiato. Una prosa corrosiva e scintillante, che sembra fatta apposta per sferzare le psicologie debolisse di cattivi maldestri e buoni troppo tonti. "Perchè alla fine ha ragione Stephen King, l'orrore è nel quotidiano, non è nel mostro che viene dallo spazio".