| Pensiero Critico |
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| Scritto da Michela | |
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Mi sono rassegnata: l’italiano è lingua moribonda. Fare un excursus tra le definizioni più comuni è un tributo all’arte di questi militi ignoti dell’eufemistica. “Di una ingannevole semplicità”. Poiché di solito non c’è niente di ingannevole nella semplicità, questa frase va intesa in senso letterale solo quando l’autore sta recensendo La fattoria degli animali di Orwell. Per tutti gli altri libri, si tratta con facilità di opere dallo sviluppo veramente elementare. Ciononostante acquistandole potrò assumere aria allusiva parlandone con gli amici e dando a intendere che ci siano significati nascosti a cui solo le menti più acute hanno accesso. Pazienza per chi non ci arriva. “Destinato a diventare un classico”. Considerato che per meritare la nomea di classico un libro deve dar vita a uno sbadiglio lungo almeno tre generazioni, il recensore vuole prepararmi al fatto che con tutta probabilità scaglierò il tomo contro il muro dopo appena venti pagine, fingendo poi di averlo letto tutto. Esattamente come hanno fatto due terzi di quelli che si sono comprati Il vecchio e il mare o Guerra e pace. No, certo. Non voi. Voi li avete letti. “Uno stile inimitabile”. E’ un complimento solo in apparenza, perché - esattamente come per i tic di chiunque - se uno scrittore ha caratteristiche che lo rendono distinguibile dagli altri, questo vuol dire che è imitabilissimo. Se non lo si può imitare, è come dire che non ha niente di particolare. Solo che affermare in una recensione che siamo davanti a “Uno stile del tutto banale” non suona altrettanto bene. “Lucidamente delirante” o anche “Delirantemente lucido”. Inutile acquistarlo, non ci capirò niente. Non perché sia tonta io, ma perché non c’è niente da capire. Il critico mi sta dicendo che pensa che il libro abbia buchi di trama tali che manco un groviera, ma ha con l’autore rapporti troppo amichevoli per scriverlo esplicitamente. Quindi mi fa comprendere con onestà che c’è un solo modo in cui uno scrittore “lucidamente delirante” come quello che ho in mano può diventare famoso: quando qualcuno darà il suo nome alla malattia mentale che lo ha spinto a scrivere. “Notevole”, “Rivelatorio”, “Memorabile”. Sono tutti termini dall’accezione neutra, perché possono adattarsi anche a libri pessimi, che si sono fatti notare per la loro bruttezza, che mi hanno rivelato cose che sapevo già o che avrei preferito non sapere, oppure la cui lungaggine rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Il fatto che il recensore li preferisca ad aggettivi più positivi significa solo una cosa: non ci sono aggettivi positivi per definire quel libro. Mi sento quasi in dovere di smentire l’adagio un po’ perfido che vuole dietro ad ogni critico uno scrittore rachitico. Davanti a tanto genio creativo, la verità è che spesso dietro c’è uno scrittore molto migliore di quello recensito. |
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Io mento sempre. E comunque, da qualche settimana vado dicendo che ho una nuova eroina per la salvezza, anzi, per la salvazione della lingua italiana: Irene Grandi, che nel titolo e nel testo del suo ultimo singolo ('Bruci la città') ha fatto ricomparire il congiuntivo nella cultura pop.
Baci,
G.
'Esattamente come hanno fatto due terzi di quelli che si sono comprati Il vecchio e il mare o Guerra e pace. No, certo. Non voi. Voi li avete letti.'
Mai letti:-P
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