| Se non c'è l'ateo non ci credo |
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| Scritto da Michela | |
![]() Questo mese saranno stati tre gli incontri di approfondimento su temi religiosi a cui sono stata invitata per quel muto equivoco collettivo che mi dà socio della comunità in quota cultura. A dire il vero io per principio mai parteciperei a un incontro di approfondimento che avesse gente come me in quota cultura, ma c’è da rilevare che, nell’ambito della pubblicità ingannevole, anche definirli approfondimenti religiosi è fantasioso, perché spesso la profondità è un’opinione e qualche volta pure la religiosità.
A una lettura superficiale si potrebbe sostenere che l’interlocutore ateo venga scelto per dare all’incontro un sapore bipartisan, una veste di digeribilità universale sotto il cui orlo si intravede il pensiero che, poichè c’è l’ateo, l'evento non è una cosa bigotta o eccessivamente partigiana. L’idea potrebbe essere quella di sottintendere che i cristiani non siano affatto gente che non si confronta, ma anzi cerchino il dialogo proprio con l’estremo, purchè “rispettoso”, senza complessi di inferiorità. In realtà, se veramente la pulsione che spinge a preferire l’ateo è questa, il complesso è macroscopico e si nutre del pensiero che la fede in fondo sia un pregiudizio che ti impedisce di essere del tutto credibile. La presenza dell’ateo in questo modo diventa sinonimo di serietà, il bollino chiquita che assolve dall’accusa infamante di fare un incontro alla viva il parroco. Dietro questa convinzione c’è l’idea che la fede ti accechi un occhio, anziché darti una prospettiva ulteriore. Questo ragionamento ha una sua logica di basso soffitto e può giustificare la scelta dell’interlocutore ateo solo e soltanto se a farla è un fedele laico, creatura che nella mia esperienza ho spesso visto affetta da un ingiustificato complesso di inferiorità verso la cultura oltre il campanile. Ma quando a scegliere l’ateo è un prelato, la categoria del complesso smette di essere anche solo probabile. L’impressione è invece che le gerarchie ecclesiastiche preferiscano di gran lunga il dialogo e il confronto con i cosiddetti atei devoti, piuttosto che con i cristiani critici o poco allineati. E’ indiscutibile che Marcello Pera fosse gradito a mons. Ruini assai più di Oscar Luigi Scalfaro. E quanto al libro del Papa, è improbabile che il nome del filosofo credente Gianni Vattimo comparisse nella rosa dei nomi sui quali poi Cacciari ha prevalso. Perché l’ateo, al di là dell’idea ingenua che in queste cose si cerchi il gioco dei contrasti, è in realtà un interlocutore molto comodo.L’ateo, specialmente quello del tipo “rispettoso”, non mi mette per niente in discussione se dice che la pensa diversamente. Per forza, uno dice, è ateo. E’ lì apposta per dire che la pensa diversamente e nessuno se ne fa un problema se lo fa, sembrerebbe perfino strano il contrario, senza contare che - lasciandoglielo dire - io prelato ottengo di sembrare molto liberale, perché mi faccio contraddire e anzi, mi porto il contraddittorio in casa, di mia graziosa sponte. Per contro, è invece molto utile quando l’ateo per caso sostiene anche minimamente la fondatezza di qualche osservazione della sua controparte in clergyman, perché ne avvalora esponenzialmente la credibilità, proprio con la sua etichetta di ateismo. Se lo dice anche un ateo, che non è accecato dalla luce celeste, sarà ragionevole per forza.In altre parole, sia che venga contraddetto, sia che venga sostenuto, al cardinale o parroco di turno interloquire con l’ateo conviene sempre.
Ben diverso il confronto con il credente non allineato, definito ambiguamente critico (senza mai specificare con cosa lo sia). Il credente non allineato – che non è necessariamente un laico - non è inquadrabile nella dialettica “pro-contro”, perché tecnicamente non è affatto contro. Non è portatore di una verità differente, piuttosto offre una prospettiva pericolosamente diversa sulla medesima verità. Se dialogare con l’ateo è andare controcorrente, mettersi davanti al credente critico implica accettare un con-corrente, uno che crede le tue stesse cose e le anela non meno di te, ma avverte il diritto di dire che ci va per un’altra strada; in questo modo insinua la prospettiva che di strade ce ne possano essere più di una, che la tua non sia l'unica percorribile. Non faccio fatica a credere che, nella versione ecclesiale monolitica che sembra indispensabile opporre a questo lercio mondo corrotto, questo tipo di prospettiva sia peggio che sgradita alla gerarchia: molto meglio una idea opposta (in nome della quale si può compattare un popolo in sante guerre di piazza per opporvisi) che una idea diversa, che mi costringe a rinegoziare la mia prospettiva fino a mettere in discussione che possa essere l’unica verità possibile. Da questo osservatorio privilegiato valuto che alla fine anche in quota cultura non si sta poi male, in attesa fiduciosa che si rivalutino le quote coraggio. |
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Credo che alla base di certi gemellaggi tra atei e credenti ci sia fondamentalmente ipocrisia. Un ateo può avere una spiritualità, ha certamente una morale, dentro di sé, ma non ha nulla a che vedere con la religiosità confessionale. L'ateo parte in svantaggio, egli è solo la negazione filosofica del credente. Almeno questo pensa il credente. Ecco perchè è bello averlo lì. Si chiarisce la propria posizione mettendosi accanto il proprio opposto.
Peccato che tra strette di mano e sorrisini ipocriti, l'ateo si dimentichi che lui è altro che la semplice negazione di qualcuno. Onfray l'ha spiegato meglio nel suo trattato di ateologia.
Da Ateo convinto in questo periodo sono nella fase di completa inutilità. Nel senso che trovo inutile scrivere libri o discutere su ipoesi tratte a grandi line da altri libri scritti da chissà chi. E il bello è che su questi libri si basa la fede di milioni di persone.
Perché non dimentichiamo che la fede pone le sue basi su libri tramandati.
Libri che sono passati di mano in mano nel corso dei secoli. Libri riscritti. Tradotti in varie versioni.
Libri che l'uomo ha plasmato a suo piacimento e si sa che per natura l'uomo è ingannevole e meschino se gli giova.
Noi non nasciamo credenti. Non è insito nel nostro DNA. La fede non casca dal cielo ma ci viene inculcata da piccoli.
Ateo equivale alla libertà di pensare fuori da schemi prestabiliti.
Daniele, saresti così gentile da darmi gli estremi del libro perchè possa procurarmelo? Mi interessa molto la prospettiva che enunci.
La mia riflessione si centra sui motivi che possono spingere a invitare l'ateo in contesti di stampo cultural-confessionale. Non credo alla fola della professionalità; nel caso di Cacciari per esempio, Vattimo era sicuramente altrettanto opportuno, se non di più. Cacciari è stato invitato non in quanto filosofo, ma perchè in quanto ateo ha quel quid in più che rende il tutto più gestibile, perchè già incasellato. Se però è semplice comprendere cosa muove una mente religiosa a volersi contrapporre all'ateo in questi frangenti, ammetto che resta per me un mistero capire cosa muova il non credente ad accettare.
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