| Festival(da)Bar |
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| Scritto da Michela | |
![]() (Scritto per Formiche) Adoro i festival letterari, per me è come andare all’acquario di Genova, e probabilmente sfoggio lì la stessa espressione che ho davanti alla vasca dei pirana imperiali. Succede perché in mezzo al pubblico degli innocenti lettori (ammesso e non concesso che la lettura possa definirsi attività innocente) si aggira un bestiario di pseudointellettuali pittoresco e tipico, che censire è sempre divertente e istruttivo. Che poi sono gli stessi che incontri sparsi alle feste, alle presentazioni dei libri e alle cene a tema; ma i festival letterari, come la carta moschicida, li attirano a frotte e può capitare di vederne interi greggi discettare a mezza voce ai margini della conversazione con l’autore di turno. La differenza tra un semplice lettore e un aspirante intellettuale è la stessa che passa tra un tifoso da poltrona e un allenatore da poltrona. Nessuno dei due è un calciatore, ma solo il secondo non riesce ad accontentarsi di godere del gioco: per lo pseudointellettuale è un dovere morale discettare sui massimi sistemi che a suo parere governano la letteratura. Lo pseudointellettuale è sempre pervaso da una vena di letterario benaltrismo: davanti a uno scrittore emergente lodatogli come interessante, lui ammetterà a denti stretti che l’autore abbia dei numeri, ma non mancherà di aggiungere che comunque Pasolini era ben altro. E anche Gadda e Moravia erano ben altro. Il riferimento scelto in questo tipo di commento dipende molto dall’uditorio su cui lo pseudointellettuale vuole fare colpo con la sua conoscenza dei grandi della letteratura italiana. Unica condizione immutabile è che lo scrittore preso a paragone sia defunto da almeno un decennio, cosa che lo rende venerato e insindacabile maestro a prescindere dal fatto che si siano davvero letti i suoi libri o che, più probabilmente non siano stati letti affatto. Pasolini in questo meccanismo fa la parte del leone in bocca agli pseudointellettuali da festival, risultando allo stesso tempo il più citato e il meno letto tra i letterati ben altri. L’altro campanello d’allarme che permette di distinguere quasi con certezza il nostro dai lettori comuni è l’uso che fa degli aggettivi in riferimento intercambiabile a libri, persone, situazioni. Per mostrare la sua intima confidenza con i classici, ne mutuerà il nome per definire qualunque situazione a suo parere assimilabile. Tra gli aggettivi prediletti domina «kafkiano». Kafkiano è per esempio il romanzo di cui lo pseudointellettuale non ha capito bene la trama e che gli ha lasciato addosso quel senso di inarrivabilità al concetto che provava già in quarta liceo quando il suo prof di lettere lo costringeva a leggere le per lui incomprensibili vicende di Gregor lo scarafaggio. Ma kafkiano potrebbe essere anche il frappé dal gusto indistinguibile, o la signorina dal tailleur color vinaccia che ha lanciato uno sguardo nella sua direzione, e invece guardava quello dietro. Kafka va bene per tutto quello che non è molto chiaro nella mente dello pseudointellettuale. Se invece qualcosa ha la sventura di incontrare il parere unanime di tutti i presenti, si può star sicuri che presto o tardi dalle sue labbra uscirà con sufficienza l’aggettivo «falettiano». Con questo termine lo pseudointellettuale intende manifestare il dovere morale di dissentire da quello che incontra il gusto della massa, a prescindere dal reale valore letterario dell’opera in questione. Se vende troppo non può essere considerato elitario, e quindi nemmeno pregevole. Entrare in classifica di vendita è un errore che difficilmente lo pseudointellettuale perdonerà all’incauto scrittore alla moda; poco importa se poi nella sala d’aspetto dell’aeroporto, accuratamente coperto da una copia di Focus sul moto degli astri, anche il nostro leggerà con colpevole goduria il finale di Io Uccido. L’unico frangente in cui lo pseudointellettuale non è più distinguibile dal resto dei comuni lettori è quello dell’assalto al buffet. Tutto ritorna popolare su un piatto di salumi con formaggio di fossa. |
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