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La prima volta che ho visto Donatella Finocchiaro, lei era me. Eravamo alla Darsena di Genova, aveva i jeans, i capelli neri tenuti su da una matita e gesticolava in modo sincopato, come se le parole avessero bisogno di una precisa spinta cinetica per uscirle dalla bocca rossa proprio come le voleva lei. Io la guardavo dal fondo della piazza senza nessuna idea di chi fosse quella ragazza, ma pensavo che era proprio brava: bella, intensa, forse meno capace di interpretare i passaggi comici di quanto poi lo sarebbero state Daria Siciliani o Rita Atzeri, ma io allora ancora non lo sapevo; e comunque non avrebbe avuto nessuna importanza in quel momento, lei era assolutamente magnetica.
Per la prima volta qualcuno leggeva a voce alta una cosa scritta da me, e per questo io la guardavo come fosse uno specchio distorto, con l’espressione stranita di chi si scopre rivelato dalla diversità assai più che dalla somiglianza. Alla fine scese dal palco e quando mi si avvicinò le dissi qualcosa di inadeguato da post coitum, tipo che mi era piaciuto molto. Lei rispose qualcosa di altrettanto banale, che rese il tutto ancora più osceno e surreale. Eravamo come due estranee che si erano appena scambiate gli umori più intimi senza dirsi prima i nomi, e non avevamo nemmeno la pallida decenza di una sigaretta da fumare in silenzio per mettere fine dignitosa a quel momento tiepido. Perché sì, abbiamo fatto una specie di sesso, ma non abbiamo un cazzo da dirci e tu non costringermi a dirlo, vestiti e vattene, ti ricorderò bellissima e muta, con la tua faccia e le mie parole, perfetta così. Forse dovevo dirglielo, o doveva dirmelo lei. Oppure non dire nulla, che poi è la stessa cosa.
Invece parlammo, e le chiesi che cosa faceva “oltre a recitare”, con il tono di chi non pensa che recitare possa davvero essere l’unico lavoro per qualcuno. Credo che lei avesse capito che non sapevo quello che dicevo, e infatti mi sorrise, semplicemente. Per capire che avevo perso una buona occasione per tacere ci vollero dei mesi, e quello che mi dispiace davvero è che non le ho nemmeno detto grazie di quel sorriso, di quegli occhi sereni che ha avuto per me quando non era più me. L’ultima volta che ho visto Donatella Finocchiaro, lei era la donna di un mafioso. Eravamo dentro un cinema sulla Prenestina, era nuda dalla vita in su e mi dava le spalle. Non l’ho riconosciuta, e del resto come avrei potuto? L’ultima volta lei era me. Qui invece sembrava una madonna contadina un po’ inattesa, con gli occhi foschi di chi sa che quello che sta facendo non si deve fare. Il film era Il Dolce e l’Amaro di Andrea Porporati, una di quelle pellicole sulla mafia che non andrei a vedere mai di mia sponte se non mi ci trascinasse gente che amo, come Gennaro ed Enrica. Loro due mi stavano accanto e io guardavo lo schermo con una specie di groppo sullo stomaco, mischiando nella testa il colore nero del sangue e il rumore degli spari, la pelle scura e nuda di Donatella e gli occhi liquidi di un Luigi Lo Cascio con dentro qualcosa che non vorrei mai vedere negli occhi di un figlio mio. Il film era bello nonostante il ritmo iniziale pesante, e meritava il biglietto, lo ha detto anche Enrica alla fine mentre uscivamo. «Hai visto che brava la Finocchiaro? Sembrava una giovane Magnani.» «… era Donatella Finocchiaro?» «Sì, credevo avessi letto gli attori prima di entrare.» No che non li ho letti, non lo faccio mai. Non si chiede il nome agli sconosciuti, né prima né dopo. E' così nemmeno alla fine l’ho capito che era lei. Probabilmente è meglio, vuol dire che è così brava che cambia del tutto ogni volta che cambia interpretazione. O forse vuol dire semplicemente che è scritto nelle stelle che ogni volta che la incontro devo fare una figura di merda. |