| Autonomia, mezza libertà. |
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| Scritto da Michela | |
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Come mai ha dedicato un capitolo del suo libro all’indipendenza, invece che all’autonomia? Credo che l’autonomia sia l’aspirazione politica dei popoli socialmente minorenni. Al pari dei figlioli che vanno a vivere da soli per studiare all’università, essi credono in una definizione di sé basata sostanzialmente sul riferimento ad un altro potere, al quale chiedere il permesso di essere pienamente sé stessi. Per restare nella metafora, l’autonomia dell’universitario fuori sede si esprime in alcuni ambiti, ma non sono quelli essenziali per la sua autodeterminazione: egli potrà pure farsi le canne e rientrare all’ora che più gli aggrada senza rendere conto ai genitori lontani, ma la sua stessa possibilità di studio dipende del tutto o in gran parte dall’aiuto familiare, né egli vuole che sia diversamente. Le fondamenta della sua cosiddetta autonomia poggiano quindi su uno stato effettivo di dipendenza, che determina la natura stessa di ogni suo spazio di libertà. Troppe aspirazioni autonomiste sono il complesso politico di chi non crede nelle sue risorse, e teme di non avere forze sufficienti per essere indipendente mantenendo lo stesso livello di sviluppo. L’autonomia della Regione Sardegna quindi per lei è inutile? Non sono io che dico che è inutile, sono i fatti che stiamo vivendo. L’autonomia così concepita è un sogno timoroso, va bene a coloro che sanno pensarsi liberi e autodeterminanti sempre fino ad un certo punto. E' un pensiero debole, che genera e riconosce come legittima la dipendenza da un potere altro: l’autonomista sardo vive schiacciato dal timore che l’indipendenza reale sia l’altro nome della solitudine e della povertà economica, e questa convinzione è il frutto del complesso corto circuito sociopolitico che ci vuole sempre “mai abbastanza grandi”. Per fare un esempio: moltiplicare enti come le province sul territorio sardo amplifica questa dipendenza, perché aggiunge ulteriori legami economici a senso unico su un territorio depresso che già vive per il 66% di trasferimenti statali. Ci stanno mandando 2500 militari dell’esercito per garantire la nostra sedicente sicurezza: abbiamo forse il potere di opporci a questa decisione? In queste condizioni di evidente subordinazione pensare l’indipendenza può sembrare follia. E non lo è? In troppo pochi vogliono credere che l’indipendenza, lungi dal generare isolamento, abbia la potenzialità di suscitare relazioni politiche paritarie, all’interno delle quali ogni legame – anche quello economico - sorge come uno scambio bidirezionale. Pensarsi indipendenti da un singolo potere è il solo modo per conquistare il bene dell’interdipendenza a tutto spettro, cioè uno sviluppo maturo non subordinato alla compiacenza di un unico soggetto più forte. Rifiutare il percorso dell’autonomia in favore di quello per l’indipendenza significa delegittimare l’idea di avere un solo interlocutore, vuol dire disconoscergli il ruolo dominante di padre-padrone. Chiaramente l’indipendenza in questi termini non è un sogno a buon mercato. Più che chiedersi se è realmente possibile, occorre domandarsi quanto si è disposti a spendersi per ottenerla. |
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Spezzo volentieri una lancia a favore di Michela, le cui argomentazioni condivido appieno.
So, anche per esperienza, che esprimerle provoca spesso reazioni di chiusura e di ostilità. In questo caso noto lo sforzo da parte degli interlocutori di rimanere su un piano dialettico pacifico, condiviso, senza degenerazioni. Eppure, nonostante questo spirito costruttivo, la stessa affermazione basilare (che noi diamo per scontata) secondo cui la Sardegna rappresenta una realtà storica, culturale, linguistica 'altra' rispetto all'Italia (qualsiasi cosa essa sia) viene semplicemente rifiutata. Spesso in totale buona fede si citano le 'radici comuni' i 'profondi legami culturali', si fa appello alla necessaria comunione d'intenti per salvare l'Italia dalla disgregazione e dalla degenerazione verso cui pare avviata, senza il benché minimo sentore di incorrere così in un equivoco alquanto grossolano. Certo, come del resto sottolinea anche Michela, è un equivoco dettato per lo più dalla quasi totale ignoranza della nostra storia.
Da qui anche l'incomprensione della questione 'indipendenza', pure ormai entrata nel dibattito politico sardo.
Far comprendere la portata e la grande apertura culturale che tale questione rappresenta per la Sardegna di oggi e soprattutto di domani è uno dei compiti più complicati, ma anche più pressanti, che un/una intellettuale sardo/a deve addossarsi di questi tempi.
Grazie Michela, per come scrivi e per come parli. Sai benissimo di non essere sola.
Atteros annos menzus!
Mi fà piacere vedere tanti commenti su questo argomento. Per come la vedo io, il modello più conveniente per la Sardegna sarebbe quello della Svizzera. Addirittura non solo fuori dall'Italia ma anche fuori dalla UE.
I Sardi lo meriterebbero e forse saprebbero anche ben gestirsi. Purtroppo i sardi non si sanno molto ribellare... e in questo sono molto italiani.
A chi diceva che forse alcuni fenomeni europei non sono arrivati in Sardegna, voglio contestare il modo di ragionare. Sia perchè non esistono fenomeni europei ma solo un 'comune sentimento europeo' inventato dal potere economico-finanziario e spacciato dai mass-media (chiedere agli irlandesi). Sia perchè è invece vero che alcuni fenomeni sardi sono arrivati nella Europa del Mediterraneo.
A Michela: su Soru hai ragione, ma i sardi non lo capiscono proprio. L'immagine del Governatore inoltre sta subendo un bombardamento propagandistico che non ti puoi immaginare.
Hai ragione sulla resistenza in merito a certi temi, Omar, e non a caso sempre da parte di sardi. Se ricevessi un euro per ogni appunto più o meno amichevole che ho ricevuto per avere citato criticamente Lussu nel capitolo sull'indipendenza, sarei veramente benestante. C'è una dottrina ortodossa che non si può mettere in discussione nemmeno in teoria, e chi lo fa rischia del suo. L'altra sera a cena un professorone dell'università di Sassari - riconoscendomi - ha ritenuto di alzarsi dal suo tavolo per comunicarmi che 'ero incorsa nel grossolano errore di scrivere che la legge delle chiudende era stata un male per la Sardegna'.
Ora, se c'è una cosa su cui veramente dissentire sarebbe malafede, è il disastro delle chiudende. Eppure, che alzata di scudi! E se questo insegna ai sardi in una università sarda, puoi stupirti se poi ci sono sardi che ti dicono: ma la storia è un'altra?
Non mi stupisco, perché faccio la stessa esperienza costantemente. Da sardo parzialmente disterrau (emigrato, per gli italofoni), frequento con una certa assiduità i nostri conterranei d'oltremare. Specie quelli con un grado di istruzione più elevato sono costantemente sulla difensiva ogni qual volta si tocchi un tema storico con una prospettiva diversa da quella appresa sui manuali del liceo (nei quali per lo più non si fa il benché minimo accenno alle vicende e ai processi storici della Sardegna, se non per liquidarli in poche battute anodine). Mi è capitato di tenere piccole conferenze storiche, o partecipare a discussioni o dibattiti su argomenti sardi, e devo dire che in tali occasioni certe ricostruzioni, per quanto suffragate da fonti attendibili e ampiamente argomentate, danno regolarmente adito a reazioni di perplessità, quasi di sconcerto, come per una mancanza di tatto o di buon gusto. Molti invece, d'animo più aperto e più sereno, semplicemente ti ringraziano come se avessi tolto loro un peso dal cuore o fatto una rivelazione illuminante. Capita anche questo. Già il fatto di negare che la Sardegna sia una 'terra senza storia' (contraddizione in termini: caso mai, senza storiografia!) suscita reazioni perplesse: ma come, non siamo forse noi il popolo più miserevole, isolato, arretrato, negletto, ecc. ecc., dell'intera storia delle genti?
Quanto al confronto con i non sardi, be', in quei casi devo partire dall'ABC. Non si può mica snocciolare così su due piedi la vicenda storica dei regni giudicali, o evocare la stagione rivoluzionaria del 1793-6, o lo choc culturale rappresentato dalla modernizzazione forzosa dell'Isola nel corso dell'Ottocento (editto delle chiudende e tutto il seguito). Sarebbe come parlare di un altro pianeta, di cui si ignorava l'esistenza fino a quel momento.
Tutto ciò per dire che la strada è ancora lunga e la 'rivolta dell'oggetto', annunciata da M. Pira ormai trent'anni fa, è ancora lungi dal compiersi. Se non altro, mi sembra di poter dire, almeno è iniziata. Ora sta a noi.
In bonora!
Salve a tutti.
Sicuramente non si può negare che la questione pro o contro indipendenza susciti sempre più l'interesse di tanti. Il momento contemporaneo è particolare: davanti alle tendenze globalizzanti (sia sul piano politico che economico) assistiamo all'emergere in Europa di movimenti che si oppongono all'omologazione.
Tanto che già si pensa ad un 'Europa delle regioni' piu che degli stati nazionali.
Anche la Sardegna è investita da questo
fenomeno.
Aggiungerei,come è stato già scrtto, che da noi ha contato molto un 'effetto Soru'.
Mai nella storia della nostra regione si è avuto un presidente così indipendente
[b][/b] dai poteri (e partiti) italiani.
Salve Michela. Gestisco una rete di siti indipendentisti denominati U.R.N. Sardinnya ed è stato inevitabile conoscere la tua posizione in merito all'autonomia regionale ed affini. Non entrerò nel merito del tuo articolo ma mi soffermerò un attimo su alcuni concetti: In Sardegna abbiamo alcuni grandi problemi di cui ogni indipendentista dovrebbe avere coscienza. Il primo è che l'autonomia esiste solo sulla carta e in larga parte, neppure su quella > Acquisita tale banalità, sappiamo bene tutti per riflesso che pertanto la nostra cultura natzionale sarda è totalmente assente dal sistema dell'istruzione pubblica e (a parte il controverso caso della LSC)anche nella Pubblica Amministrazione e nei media. Ergo, non possiamo mica lamentarci se i Sardi non credono in qualcosa che non conoscono o di cui hanno solo sentito parlare in maniera folk-massimalista da irrisori movimenti indipendentisti. Il tuo discorso sull'autonomia ha prevedibilmente trovato il favore di attivisti vari di IRS, i quali nei loro punti politici altro non fanno che miscelare anti-sardismo all'azione che portano avanti. Se, come detto in precedenza, non esiste reale autonomia (e mi pare sia un dato inconfutabile) va da se il capire che in un paese insito nel contesto occidentale quale la Sardegna è con l'Italia, dobbiamo altresì capire che l'autonomia ed il federalismo sono passaggi obbligati per poter ottenere quei famosi interventi sul tessuto sociale: Istruzione, storiografia, media, etc. che portino i Sardi nel tempo a poter concepire le loro potenzialità come popolo non più subordinato ad altro stato (Roma). Gradino fondamentale per tale scopo (a parte la notoria necessità di revisionare completamente la stilistica politica da movimenti anti-sistema a partiti sistema), è quello di distruggere la divisione creatasi in Sardegna tra autonomismo ed indipendentismo per lunghe ragioni che non starò quì ad elencare. Una volta acquisito ciò, sarà possibile ricreare fronti unitari e multipolari che, così come avvenuto in altre nazioni senza stato del mondo, (anche con singoli partiti), riescono a conquistare per gradi l'elettorato e portare attraverso un percorso federale il proprio Paese verso la piena autodeterminazione. Ci stanno riuscendo, noi non ci riusciremo. Perché? Per i motivi suddetti, perché la guerra tra indipendentismo ed autonomismo sbarra la strada alle riforme federali, il tutto abbinato ad un folklorismo politico inevaso che ha origine in dirigenze indipendentiste inadeguate a concepire l'evoluzione dei tempi. Questo mix di problemi impedisce l'espansione sociale della causa indipendentista in Sardegna e piuttosto, la consolida nell'Opinione Pubblica come un qualcosa di utopico, isolazionista ed irrealizzabile, benché in realtà i movimenti professino il contrario, ma come detto, non hanno ancora compreso bene sotto quale veste comunicativa proporsi. Soprattutto, si presentano senza aver compreso il percorso argomentato in breve di sopra. Grazie.
Adriano, nel ringraziarti del tuo intervento, chiarisco immediatamente che la cifra della mia riflessione nell'intervista è idealistica, e nasce dalla valutazione all'optimum per i sardi, che sono convinta sia l'indipedenza politica senza se e senza ma. Ma idealistica non vuol dire irreale o sognante; significa che quando la giornalista mi chiedeva un distinguo sulla mia posizione tra autonomia e indipendenza, io ho parlato di sistemi di valori, piuttosto che di soluzioni tecniche da real politik, che non è il mio mestiere.
Fuori da considerazioni sugli evidenti pantani dell'autonomia reale - tra l'altro al momento interpretata da persone come Paolo Maninchedda di cui ho alta stima personale - è l'autonomia teorica che ho criticato, perchè è l'assunto di partenza che non è compatibile con la mia idea del meglio per l'isola.
Idealmente non riesco ad assolverla nemmeno come un passaggio graduale verso posizioni più indipendentiste, una sorta di educazione delle masse, perchè mi hanno insegnato che da un pero non nasce un'anguria. Come puoi passare al concetto di sovranità se per settantanni hai trasmesso quello di sudditanza? E alla fine di questi settantanni si vede forse una maggiore coscienza dei sardi di sè che possa far dire che sì, l'autonomia ha creato cultura di popolo nei sardi, o unità di qualche tipo?
La sovranità non è un diritto di nascita, ma un percorso culturale sul piano della conoscenza, e iniziatico su quello della consapevolezza. A chi ha preso su di sè un impegno politico che porti a questa condizione, a qualunque schieramento appartenga, va il mio rispetto e il mio augurio, anche se non ho nessun problema a sentirmi più vicina a chi più tende all'ideale, piuttosto che al suo compromesso.
Ma il mio ruolo in questo anelito collettivo è molto diverso, e se può svolgere un servizio di qualche tipo, questo servizio è per sardi, tutti.
Grazie per la replica Michela. Chiedevi retoricamente come si possa passare nel popolo al concetto di sovranità se per 70 anni si è instillato quello della sudditanza. Capisco l'idealismo implicito nel tuo intervento, ritengo tuttavia che oggi nell'indipendentismo serva nettezza di concetti e pragmatismo. L'idealismo esasperato (o meglio, i teoremi) sta solo incrementando il settarismo e 'la guerra tra bande'. A tale proposito ad alcuni lettori del tuo blog chiediamo: Come si può arrivare al concetto di sovranità nel popolo se l'autonomia non è mai esistita? Per intenderci, se mettiamo da parte l'idealismo ed i tecnicismi sul nostro statuto regionale, ci accorgiamo direttamente che mai nulla è stato fatto sul versante della tutela giuridica delle nostre peculiarietà. Pertanto: Se buona parte dell'indipendentismo critica come fonte del male qualcosa che in Sardegna non esiste (l'autonomismo), come si può pensare di costruire attorno a questo concetto addirittura un impianto politico e sperare che esso attecchisca non solo socialmente ma anche presso le istituzioni regionali?
Chiediamoci intanto cosa dovrebbe essere l'autonomia come passaggio graduale per l'indipendenza: Ad esempio si potrebbero fare mille esempi su ogni settore della vita pubblica. Anche mass-media come affermavo in precedenza. Abbiamo emittenti o testate giornalistiche al riguardo diffuse presso il territorio? Che cosa stiamo criticando? Io direi il nulla. Non c'è autonomismo da nessuna parte, nulla che entri nel costrutto quotidiano del singolo cittadino. Se l'indipendentismo non si pone il problema di dover dare copertura giuridica e PRATICA APPLICAZIONE ad esigenze quali storiografia sarda, lingua, devolution fiscali, di pubblica sicurezza, etc. allora buonanotte. Con altri 70 anni della Sardegna rimarrà quanto oggi c'è di autonomismo: Nulla, solo il nome. O l'indipendentismo si riforma o anche personalità come Maninchedda non sapranno bene che pesci pigliare e si rimestoleranno nel solito ambientino post-democristiano. Talvolta scrivo nel suo blog, è una persona in gamba ma credo che ancora non abbia maturato un suo pensiero circa l'indipendentismo sardo, o meglio: Ciò che potrebbe essere l'indipendentismo sardo QUALORA riformato. Ciao.
Non riesco ad essere d'accordo neanche un po' con Adriano. Autonomia e indipendenza politica sono due ideee e due prassi politiche diverse e distinte. Su questo ha già ampiamente argomentato Michela.
Circa l'obiezione che in Sardegna non ci sia nulla di indipendente/indipendentista (o addirittura di autonomo/autonomista) nella pratica quotidiana dei sardi, nel mondo dell'informazione e/o della cultura, be', caro Adriano, consentimi di smentirti: datti un'occhiata in giro! Forse che questo stesso blog ti pare poco 'autonomista'? O troppo? Non so. A me sembra evidente che in Sardegna stia maturando un'idea della propria identità molto più robusta e sicura di sé e contemporaneamente molto più aperta al confronto con l'esterno, di quanto sia mai stato in passato.
Tutta questa politica folkloristica in giro non la vedo, se non tra le file dei soliti conformisti dei partiti tradizionali (e tra i loro reggicoda). Lo stesso mondo indipendentista (di cui iRS è una componente dinamica e progressiva, ma non certo l'unica) si va ampliando e aprendo al confronto con la società civile. Il contrario del settarismo di cui leggevo poco più su. Del quale mondo indipendentista non mi pare faccia parte Maninchedda, detto per inciso.
Concludendo, prima di addossare etichette e definizioni al prossimo, vediamo di capirci meglio e di confrontarci con onestà e apertura mentale. E' più importante che definire i confini del nostro orticello (basta con le chiudende!) per sentirci più à la page o più 'dentro' il mondo.
Con ciò, rispettosamente, saluto.
A menzus biere!
Capisco Omar che ognuno abbia le sue idee, ma in tutta onestà, la mia lettura della realtà rimane più cruda e preoccupante della tua. Vorrei avere lo stesso ottimismo ma tutti i dati portano a constatare che benché le sigle identitarie si moltiplichino come il pane, a livello politico invece (ed elettorale) non solo non si va avanti ma si torna spesso indietro. Segno evidente che le stesse persone per mere ragioni personali o ideologiche si frazionano sempre più tra di esse. Non vedo neppure riscontri nella vita quotidiana dei cittadini che faccia pensare ad un qualche 'risveglio ed orgoglio identitario', vedo piuttosto il solito status quo. Anche in IRS non ci trovo nulla di innovativo, il fatto positivo è che ha cercato per larga parte di scrollarsi il notorio ritardo ideologico che ancora attanaglia altri movimenti, ma questo lo si deve anche alla critica che per qualche anno è stato necessario riversare ai 4 venti in questo ambiente o Sale sarebbe ancora al social forum di Firenze ed a salutare i compagni col pugno sinistro all'aria. L'aspetto che più preoccupa oggi di IRS è proprio la sua battaglia anti-autonomista, è proprio il danno principale che oggi si sta facendo alla causa: Da un lato si precludono alleanze per cui si potrebbe iniziare a sviluppare piattaforme programmatiche per il governo delle amministrazioni locali, dall'altra, molto più banalmente, spingete SNI a rincorrervi nel 'purismo' ed in una inutile guerra tra poveri dai zero risultati. Mi spiace dirlo ma è la nuda verità. Quale percorso ritieni IRS debba compiere per convincere il Popolo Sardo ad una presa di coscienza sulla sua mancata sovranità ed attraverso quali strumenti politici e legislativi arrivare a ciò? Se puoi darmi la risposta sarà un valore aggiunto per il movimento IRS. Personalmente ritengo che oltre il federalismo non vi siano altre strade credibili: Non è pensabile concepire la sovranità se prima non si recupera in maniera capillare nel tessuto sociale l'introduzione e la tutela dei nostri elementi costitutivi di nazione. Senza dimenticare che a questo bisogna abbinare una serie di proposte in campo economico che rendano fattibile la politica dei nostri movimenti. Si chiama federalismo. Fammi sapere cosa ne pensi su questo punto. Buona serata.
Hola Chelledda, con te aggiungo un altra figurina di disterrati pro-indipendentzia, se tra i residenti ci fosse la stessa percentuale di favorevoli alla Sardegna libera e bella saremmo gia nella Repubblica Sarda, vabbè aspetteremo!
Intanto capisco e non-capisco perché quaggiù non sia altrettanto forte la voglia di indipendenza:
paura di non farcela, distanza dallo stato centrale che significa anche farci i cavoli nostri, indolenza verso la nostra classe politica che in Italia o Sardegna manterrebbe comunque le stesse tendenze affaristico-mafiose, in definitiva il pensiero de lassade su mundu comente l'azis connottu ca est menzus.
Contemporaneamnte capisco chi, trovandosi in Italia o all'estero, venga stregato dall'indipendentismo:
li ci s'accorge di essere etnicamente diversi dagli italiani, si avvertono più che quà i fetori leghisti, ci si potrebbe addirittura vergognare di essere italiani visto che i motivi non ci mancano.
Insomma mi piacerebbe che anche tra i sardi residenti ci fosse maggiore consapevolezza dell'esigenza di cambiare marcia, e invece la tendenza è alla regressione autonomista col neo(sic!)sardismo sdraiato a destra. Possibile che a tanta gente vada bene s'andatzo?
Naturalmente la Sardegna libera che piace a me dovrà essere tassativamente vatican-FREE e con questo spero di non darti troppo dispiacere visti i tuoi trascorsi catacombali, vabbè nessuno(a) è perfetto(a) :;
Saludos conchidortos
PS. creative commons - mi piace Brava!!!
Commento: Sono sardo, ok. Sono italiano, ok. Dal punto di vista teorico niente da eccepire sulle differenze tra autonomia e indipendenza; tuttavia mi chiedo quale ricaduta questo discorso debba avere sulla percezione della mia identità, che è più complessa di una semplice attribuzione natale. Non esistono culture isolate, ma tutte sono debitrici del dialogo con le altre; non esistono storie così caratteristiche da non coinvolgere il resto del pianeta, ma sono piuttosto percorsi comunicanti -sempre e comunque-. Il discorso autonomia/indipendenza limitiamolo all'ambito politico! Tutti i tentativi di rivestirlo di eventuali nobiltà ideologiche non mi sembra che possano portare a nulla: sono laboriosi, parziali, estenuanti e sterili. Non voglio essere polemico! La mia cultura è anche italiana, la mia storia è anche italiana! Lasciatemele perché io ne ho gran stima. Piuttosto: la spazzatura, le scorie, le basi NATO, le ville in costa, etc... quelle levatemele pure! Credo nell'indipendenza perché ritengo che la Sardegna abbia risorse tali da potersi permettere di confrontarsi 'alla pari' con altre identità statali indipendenti, e che tali risorse siano state ad oggi svilite da 'politici' e 'amministratori' troppo 'distanti' dalla realtà locale (anche sardi!). Non mi fido assolutamente di modelli federalisti d'importazione (strane chimere) e mi sono stancato di una forma di autonomia che non funziona. Questo vuol dire che sono indipendentista? Forse... ma solo per quanto riguarda il mio essere uomo-politico! Il resto lasciamolo così: è bello proprio perché è complicato!
Una terza via fra un'indipendenza totale e un'autonomia scarsa c'è, è il federalismo esteso a tutta la penisola, che rispetterebbe le diversità regionali di tutta Italia e non negherebbe la coscienza nazionale (bhè, sempre se c'è ^_^). Ma per ora gli unici che lo sostengono sono gli stessi che vorrebbero il federalismo, sì ma fiscale e sanitario, il che vorrebbe dire disparità sui servizi pubblici, l'unica cosa o quasi che, in un federalismo, vorrei fosse comunque su base nazionale in nome dell'uguaglianza dei cittadini. Inoltre sono gli stessi che si esprimono con fini e diplomatiche espressioni come 'abbiamo caldi i nostri fucili' (allusione fallica, come ai tempi di 'ce l'ha duro'?)
@Adriano: non sono un esponente di iRS, perciò ti prego di non addossarmi responsabilità che non ho, e di non di attribuirmi il ruolo di rappresentare chicchessia al di là di me stesso. In ogni caso, credo che tu abbia frainteso la prospettiva politica e culturale di quel movimento (iRS). Se dai un'occhiata al loro forum ti farai forse un'idea più precisa dei temi che si discutono e di come lo si fa.
Al di là di questo, la questione della soggettività storica della Sardegna non si può risolvere rispolverando parole d'ordine superate e sconfitte dalla storia stessa. Appellarsi ad autonomia o federalismo significa riesumare le idee e i propositi di Bellieni e Lussu e ancor prima di Asproni e Tuveri. Alla base dell'idea autonomista c'è la concezione dei sardi come nazione abortita (parole di C. Bellieni) o di popolo minus habens. Non penso sia una concezione condivisa dalla maggioranza dei sardi di oggi. Da qualcuno forse sì, ma che importa. Chi ha paura di costruire il proprio futuro assumendosene la piena responsabilità può farsi da parte e lasciar lavorare gli altri. Se poi si tratta di difendere privilegi e posizioni di vantaggio acquisite, be', allora proprio non siamo sulla stessa lunghezza d'onda.
Esempi concreti vincenti in Europa ce ne sono. La separazione tra Rep. Ceka e Slovacchia è stata condivisa, pacifica e fruttuosa per entrambe. Una terra marginale e storicamente votata alla depressione economica come l'Irlanda, grazie ad una intelligente politica fiscale e all'investimento in ricerca e valorizzazione delle nuove tecnologie, è oggi uno degli stati economicamente più solidi del Vecchio Continente (molto più dell'Italia, per capirci).
E la Sardegna? In Sardegna esistono avanguardie intellettuali, artistiche, creative (anche in campo tecnologico o in settori tradizionali come l'agroalimentare e l'artigianato) che prescindono già largamente dal contesto italico e sono rivolte al mondo intero. La politica, come sempre, è ancora uno o più passi indietro. Ma sta annusando l'aria (i partiti di destra stanno mettendo su il baraccone del partito 'dei sardi', tanto per dire). La consapevolezza della necessità storica di una nostra soggettività politica pienamente dispiegata si va allargando.
Invito a riflettere sulla traumatica transizione di civiltà che ci attende da qui alla fine del secolo: riteniamo che la Sardegna possa affrontarla meglio come regione marginale (poco importa se autonoma o federata), sottoposta a una sovranità 'altra' e ad interessi strategici esterni, ovvero come entità politica a sé stante, con una propria voce (per piccola che sia) nel consesso dei popoli della Terra?
Michele, l'appunto che fai credo interpreti il timore di tutti quelli che - fuori dalle dialettiche delle sigle - hanno un anelito indipendentista spontaneo, legato alla percezione della nostra peculiarità di sardi (non della nostra differente etnicità, Su Teraccu, che per quanto sia supportata da autorevoli studi genetici, come base per definire l'identità è sterile e pericolosa). Questa paura è che l'indipendentismo sia un fenomeno da comprendere per sottrazione, come se essere indipendentisti volesse dire privarsi della possibilità di essere anche tutto il resto.
Credo che il discorso identitario esuli da quello indipendentista, e che accostarli sia controproducente. Nel mio caso non leggo l'indipendententismo in termini nazionalistici di esclusione e di monolitismo culturale: conosco tre lingue oltre al sardo, ho viaggiato molto e tutti i giorni intrattengo rapporti e scambi di ogni natura su internet con amici in ogni parte del mondo. Il mio quadro di riferimento culturale è mondiale, e in questo quadro l'indipendentismo ha una sua collocazione naturale, e direi quasi spontanea.
Indipendentismo non vuole dire che sono detentore di una sarditudine a tenuta stagna, casomai vuol dire che mi confronto liberamente e consapevolmente con tutte le altre culture, ricca della mia e arricchita dalle altre. Questo non può essere possibile in un contesto in cui come sardo non sono libero nemmeno di insegnare ai miei figli nelle scuole la mia lingua e la mia storia. Parlare l'inglese e dimenticare il sardo non riesco proprio a considerarla una evoluzione civile.
@Su Teraccu: deu no seu disterrada. Appu biviu tottu sa vida in Sardigna et candu mindi seu stesiada est istettiu pro triballu scerau e boffiu. Mai pro disigiu, cussu no, ma su disterru est pro is chi no anti pozziu scerai.
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