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L'attore, autore e regista Sante Maurizi ha appena realizzato per CUEC un libro intervista intitolato I film del cuore. Tra le interviste c'è anche il mio rapporto preferenziale con il cinema di Ermanno Olmi. Il libro verrà presentato in anteprima il 6 dicembre da Goffredo Fofi alla fiera della piccola editoria di Roma, Più libri più Liberi.


Il bravo fotografo Marco Degosus ha appena dato alle stampe per l'editrice Tiligù un libro di ritratti di sardi "andati e tornati" dal mare, a ciascuno dei quali è stata rivolta una domanda: cosa volevi fare da grande? Tra gli altri Francesco Abate, Milena Agus, Marcello Fois, Giulio Angioni, Antonio Marras e anche io. Il libro si chiama Da quest'altra parte del mondo.


La casa editrice Ilisso continua il suo progetto di ridare smalto all'intera produzione deleddiana, nota e meno nota. Nelle prossime settimane usciranno tre nuovi titoli di Grazia Deledda, tra cui Il nostro padrone con la mia prefazione.
 

Segni di vita intelligente

Attenzione, questa sezione contiene forme varie di resistenza al degrado. 


Qualcuno, nella gazzarra mediatica che fa scorrere via ogni cosa, vuole continuare a ricordarsi di Marinella, la ragazza stuprata a Montalto da un branco di "ragazzi di buona famiglia", a cui il comune ha persino pagato le spese legali. Non è un presunto stupro, i colpevoli sono rei confessi, ma non faranno un giorno di carcere perché incensurati, e la solidarietà del paese sui media sembra continuare ad andare solo a loro, compresa quella di un vecchio che "se avesse avuto 13 anni si sarebbe messo in fila" pure lui. Questi disgraziati non hanno nessuna comprensione da me, né dal gruppo su FB che sostiene Marinella, né quella della scrittrice Lara Cardella. Nel gruppo si ricordano i fatti e si chiede giustizia, perché la violenza prima di essere un fatto è una mentalità, e i distinguo sulla vittima servono solo ai colpevoli per salvarsi da una giusta pena. 

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Autonomia, mezza libertà. PDF Stampa E-mail
Scritto da Michela   

Caterina Murino nella parte di Eleonora D'Arborea

(pubblico una parte di intervista che ho rilasciato stamattina alla radio libera napoletana FronteUnico)

Come mai ha dedicato un capitolo del suo libro all’indipendenza, invece che all’autonomia?

Credo che l’autonomia sia l’aspirazione politica dei popoli socialmente minorenni. Al pari dei figlioli che vanno a vivere da soli per studiare all’università, essi credono in una definizione di sé basata sostanzialmente sul riferimento ad un altro potere, al quale chiedere il permesso di essere pienamente sé stessi. Per restare nella metafora, l’autonomia dell’universitario fuori sede si esprime in alcuni ambiti, ma non sono quelli essenziali per la sua autodeterminazione: egli potrà pure farsi le canne e rientrare all’ora che più gli aggrada senza rendere conto ai genitori lontani, ma la sua stessa possibilità di studio dipende del tutto o in gran parte dall’aiuto familiare, né egli vuole che sia diversamente. Le fondamenta della sua cosiddetta autonomia poggiano quindi su uno stato effettivo di dipendenza, che determina la natura stessa di ogni suo spazio di libertà. Troppe aspirazioni autonomiste sono il complesso politico di chi non crede nelle sue risorse, e teme di non avere forze sufficienti per essere indipendente mantenendo lo stesso livello di sviluppo.

L’autonomia della Regione Sardegna quindi per lei è inutile?

Non sono io che dico che è inutile, sono i fatti che stiamo vivendo. L’autonomia così concepita è un sogno timoroso, va bene a coloro che sanno pensarsi liberi e autodeterminanti sempre fino ad un certo punto. E' un pensiero debole, che genera e riconosce come legittima la dipendenza da un potere altro: l’autonomista sardo vive schiacciato dal timore che l’indipendenza reale sia l’altro nome della solitudine e della povertà economica, e questa convinzione è il frutto del complesso corto circuito sociopolitico che ci vuole sempre “mai abbastanza grandi”. Per fare un esempio: moltiplicare enti come le province sul territorio sardo amplifica questa dipendenza, perché aggiunge ulteriori legami economici a senso unico su un territorio depresso che già vive per il 66% di trasferimenti statali. Ci stanno mandando 2500 militari dell’esercito per garantire la nostra sedicente sicurezza: abbiamo forse il potere di opporci a questa decisione? In queste condizioni di evidente subordinazione pensare l’indipendenza può sembrare follia.

E non lo è?

In troppo pochi vogliono credere che l’indipendenza, lungi dal generare isolamento, abbia la potenzialità  di suscitare relazioni politiche paritarie, all’interno delle quali ogni legame – anche quello economico - sorge come uno scambio bidirezionale. Pensarsi indipendenti da un singolo potere è il solo modo per conquistare il bene dell’interdipendenza a tutto spettro, cioè uno sviluppo maturo non subordinato alla compiacenza di un unico soggetto più forte. Rifiutare il percorso dell’autonomia in favore di quello per l’indipendenza significa delegittimare l’idea di avere un solo interlocutore, vuol dire disconoscergli il ruolo dominante di padre-padrone. Chiaramente l’indipendenza in questi termini non è un sogno a buon mercato. Più che chiedersi se è realmente possibile, occorre domandarsi quanto si è disposti a spendersi per ottenerla.   

 
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Michele, l'appunto che fai credo interpreti il timore di tutti quelli che - fuori dalle dialettiche delle sigle - hanno un anelito indipendentista spontaneo, legato alla percezione della nostra peculiarità di sardi (non della nostra differente etnicità, Su Teraccu, che per quanto sia supportata da autorevoli studi genetici, come base per definire l'identità è sterile e pericolosa). Questa paura è che l'indipendentismo sia un fenomeno da comprendere per sottrazione, come se essere indipendentisti volesse dire privarsi della possibilità di essere anche tutto il resto.
Credo che il discorso identitario esuli da quello indipendentista, e che accostarli sia controproducente. Nel mio caso non leggo l'indipendententismo in termini nazionalistici di esclusione e di monolitismo culturale: conosco tre lingue oltre al sardo, ho viaggiato molto e tutti i giorni intrattengo rapporti e scambi di ogni natura su internet con amici in ogni parte del mondo. Il mio quadro di riferimento culturale è mondiale, e in questo quadro l'indipendentismo ha una sua collocazione naturale, e direi quasi spontanea.
Indipendentismo non vuole dire che sono detentore di una sarditudine a tenuta stagna, casomai vuol dire che mi confronto liberamente e consapevolmente con tutte le altre culture, ricca della mia e arricchita dalle altre. Questo non può essere possibile in un contesto in cui come sardo non sono libero nemmeno di insegnare ai miei figli nelle scuole la mia lingua e la mia storia. Parlare l'inglese e dimenticare il sardo non riesco proprio a considerarla una evoluzione civile.

@Su Teraccu: deu no seu disterrada. Appu biviu tottu sa vida in Sardigna et candu mindi seu stesiada est istettiu pro triballu scerau e boffiu. Mai pro disigiu, cussu no, ma su disterru est pro is chi no anti pozziu scerai.

Inserito da Michela@Michele@Teraccu, il 18/06/2008 alle 14:18

@Su Teraccu

Io non sono disterrada (=privata della terra, il modo in cui in sardo si definisce l'emigrazione). Ho vissuto tutta la vita in Sardegna e quando me ne sono allontanata è stato per lavori scelti e voluti da me. Mai per desiderio, quello no, ma lo sradicamento è lo stato di chi non ha potuto scegliere.

Inserito da michela, il 18/06/2008 alle 14:23

Ciao Omar, sì, ho visitato la spazio di IRS a cui non posso partecipare ed ho notato che si parla di me senza che io possa replicare nel merito a certe affermazioni del teorico Sedda in cui non ho trovato purtroppo valide argomentazioni. Mi si accusa di spargere livore ma a me risulta che l'anti-sardismo è stato incrementato proprio da IRS su fondamenti ideologici che politicamente non solo non hanno prodotto nulla ma hanno alimentato le divisioni. I fatti sono questi, poi francamente stare a parlare di Lussu o Bellieni a me poco importa, siamo nel 2008. Il mio intervento era preciso e rimarca come il federalismo sia l'unico percorso per poter instaurare nel nostro tessuto sociale tutti quei criteri nazionalisti oggi rimossi nel tempo dall'Italia. Hai fatto l'esempio della repubblica ceka e slovacca, il discorso non cambia: quì come potresti giungere ad una 'separazione consensuale' tra le parti se la nostra popolazione non ha coscienza della propria identità? Si torna al solito concetto, l'unica pista è reimmetterla per gradi attraverso un percorso federale. IRS non ci dice queste cose per il semplice fatto che ormai ha impostato parte del suo messianismo su questo evangelismo indipendentista a priori che purtroppo arreca divisioni tra chi ha finalità comuni e non consente neppure a voi di governare. Ho visto che Sedda ha mostrato certezze nel suo forum sulle mie posizioni ma se volesse entrare nel merito di questa materia (la reintroduzione graduale della nostra identità, la tutela e lo sviluppo della sovranità), sono a disposizione anche nei nostri spazi che, rimangano aperti a tutti i Sardi. Grazie, ciao.

Inserito da B. Adriano, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 14:53

Confesso che mi piacerebbe che il livello della discussione restasse alto e ideale, dato che vi stanno contribuendo con commenti e letture anche molti sardi che - esattamente come me - non sono di IRS, non sono di SNI, e non hanno idea di cosa sia URN.

Inserito da Michela, il 18/06/2008 alle 15:07

Sono d'accordo Michela, spiego ai lettori qualche nota: IRS sostiene che l'autonomismo sia un male, con riferimento alla passata storia di Lussu e del Partito Sardo d'Azione ed ha trovato nel tuo scritto una posizione lineare con tale pensiero. Io sono intervenuto per ribadire che l'antisardismo e l'antiautonomismo (aldilà degli idealismi) rappresenta un errore perché crea divisioni e soprattutto impedisce a livello pratico la reintroduzione graduale di quegli elementi identitari che hanno il potere (nel tempo) di far maturare il concetto di sovranità nel popolo. Nel 2005 assieme ad un gruppo di amici abbiamo fondato uno spazio di critica indipendentista che è U.R.N. Sardinnya onde sottolineare pubblicamente tutti i ritardi dell'indipendentismo attuale ed anche la diversità di opinioni inerente il rispetto del sardismo. Su questo punto U.R.N. condivide l'appello all'unità promosso da Cumpostu di Sardigna Natzione, dal sardismo e da altre sigle minoritarie. Grazie.

Inserito da B. Adriano, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 15:28

Commento: Scusa poco-poco ma quando affermi 'Questo non può essere possibile in un contesto in cui come sardo non sono libero nemmeno di insegnare ai miei figli nelle scuole la mia lingua e la mia storia', non credi che questi siano aspetti identitari? Cos'altro se no? Se non c'è identità non credo sia possibile spiegare l'indipendentismo al popolo, il popolo ha bisogno della lingua, storia, territorio, tradizioni, simboli, squadra di calcio, miti, leggende etc etc in cui identificarsi; tuttavia capisco e ne ho terrore che il passo verso il nazionalismo e il fascismo sia molto breve. Caldeggio l'indipendenza della Sardegna solo perché l'Italia NON è un paese normale, ne mai lo sarà soprattutto per l'insopportabile teocrazia vaticana, causa antica anche dei molti mali della Sardegna. Per quanto mi riguarda la nazionalità è solo un termine amministrativo, avere nazionalità italiana, sarda, americana o paperopolese non fa per me alcuna differenza. E quante storie per il termine disterru, chiunque emigra per lavoro, per studio o per amore, in sardu naran chi si narat disterradu, quando uno emigra per forza chiamasi deportato ovvero isuliadu, che a sos puzones dae sas arzolas. Nemmeno i nostri migranti più poveri (sono figlio di uno di loro) sono stati mai obbligati ad emigrare, non volevano più fare i contadini e pastori e sono andati in cerca di nuove opportunità in giro per il mondo. Ispassiady

Inserito da Su Teraccu, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 15:47

Caro Adriano, vedo che non mi sono fatto capire. Se vuoi contestare qualcosa a iRS e ai suoi esponenti, fallo pure. Ma non è questo il luogo, né sono questi gli interlocutori. Accusi gli altri di suscitare divisioni, ma ritenersi il depositario dell'unica verità possibile su un argomento tanto complesso come i processi di identificazione collettiva e le transizioni culturali e politiche non mi pare esattamente un atteggiamento costruttivo. Tanto più che qui, come sottolinea la nostra ospite, non si stanno facendo discorsi di partito, bensì si sta affrontando il tema indipendenza ad un livello ideale, come orizzonte di significati che diamo a noi stessi e alle nostre cose, parole, azioni.
Per questo cercavo di far notare come sia il mondo intero il nostro interlocutore. Da sardi verso il mondo, senza remore o vergogne, senza la retorica del 'noi siamo più speciali degli altri'. Ci siamo, abbiamo qualcosa da dare e da dire e lo facciamo: in sardo, in italiano, in inglese e in tante altre lingue. Questo è già un processo indipendentista in corso, che non ha ancora trovato la sanzione storica di un'indipendenza politica della nostra terra, ma forse la troverà. Tarpare le ali a questo fermento incanalandolo politicamente in schemi vetusti come l'autonomismo o il federalismo non mi pare proprio la prospettiva più allettante per spiriti liberi e proiettati verso il futuro. Quanto al sardismo, è un termine che non mi è mai piaciuto: collegare un -ismo al nome di un popolo mi sa tanto di esperienze tragiche e di chiusura mentale. Tanto più che, nel caso specifico, si tratta di una ideologia auto-razzista, se così si può dire. Essere sardi di per sé non è né un bene né un male. Bisogna vedere cosa si fa e come lo si fa. La nostra identità si conforma molto di più alle nostre azioni e alle nostre parole, ai nostri valori ed alla coerenza con cui li difendiamo, che alla circostanza contingente di essere nati in una terra piuttosto che in un'altra, o di appartenere ad un'etnia. Il discorso nazionalista è foriero di disgrazie e non credo nella purezza del sangue di nessuno.
Si tratta di volersi accollare la responsabilità di noi stessi, senza deleghe e senza scappatoie, di raccontarci con le nostre parole, di essere gli attori della nostra storia, non gli 'agiti'. Tutto questo, consci di non essere meglio ma neanche da meno di nessun altro sulla terra. Su questo pezzo di roccia sparato nello spazio siamo tutti compagni di viaggio, sia tra noi esseri umani, sia con tutto ciò che questo pianeta ospita. Volerci essere per come siamo, è la scommessa per il domani.

P.S. @Su Teraccu: Anghele', fac'a bonu!

Inserito da Omar Onnis, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 16:10

Teraccu, l'identità è un terreno scivoloso, perchè non attiene a 'quante cose sarde hai e sai', ma alla percezione che ciascuno ha di sè.
Mettiamo che uno sia nato in Sardegna, ma non conosca il sardo perchè non glielo hanno mai insegnato, tipo i miei cugini.
Oppure che uno non sia sardo e ci si sia trasferito per amore della Sardegna, tipo Cristophe detto Cristolu, ex assessore alla cultura di Gavoi, francese di nazionalità e gavoese per scelta ed elezione.
Quelli che identità hanno?
Secondo me quella che si sono scelti e in cui stanno più o meno comodamente.
I simboli sono mattoni fragili, perchè la funzione dei simboli è mettere insieme due parti di una stessa cosa e renderle riconoscibili tra loro. Se attribuiamo ai simboli la responsabilità di essere luogo dell'identità, rischiamo che chi ne è privo sia percepito come estraneo. Per questo per me uno può essere sardo e indipendentista anche se il sardo non glielo hanno insegnato, e può esserlo persino se ha fatto la scelta di esserlo pur non essendo nato sardo.
Non arrabbiarti sulla mia precisazione a proposito del disterru; l'ho fatta perchè hai legato allo stare fuori una maggiore percezione della propria identità di sardi, mentre nel mio caso le due cose non sono affatto collegate. Non era per puntiglio.

Inserito da Michela, il 18/06/2008 alle 16:10

Per Omar: Guarda, in quanto ad alcuni di IRS, spesso risultano irritanti ma l'assenza di confronto in cui si nascondono qualifica alcuni personaggi. Chiudendo questa pagina, per stare sul tema: Io non sono il depositario di alcuna verità e non giudico il sardismo per il suo passato, perché come ho spesso affermato in altre sedi è un gravissimo errore fondere un giudizio storico con un giudizio politico nel momento in cui un Partito è ancora in vita e persegue scopi analoghi a quelli di chi lo contesta. Io ritengo che IRS non abbia la verità in tasca dunque e mi stupisco del perché si vada sempre a contestare tale ambito politico senza esporre chiare alternative. Il discorso sull'identità lo possiamo fare tu, io Michela ed altri, ma quanti sardi hanno coscienza di questi discorsi e ragionamenti? Pochi. Se parliamo di autonomia, chiediamoci dunque quali benefici apporterebbe qualora applicata con un background indipendentista. Il vero stato di subordinazione è quello nel cui ambito il popolo non gode dell'utilizzo di ciò che gli appartiene poiché l'autonomia è assente (non presente attenzione), senza di essa non si costruirà mai quel sentimento collettivo che è dato dall'affermazione della propria sovranità. L'autonomia dunque non come stato di subordinazione ma come percorso verso la presa di coscienza del proprio essere e della propria identità. A tale proposito volevo segnalare uno scambio di opinioni avvenuto sul sito Sardegna e Libertà dell'onorevole Maninchedda proprio in merito alla natura del federalismo a noi necessario, magari in chiave indipendentista: http://www.sardegnaeliberta.it/?p=1127 Spesso mi chiedo dove siano gli indipendentisti quando nel concreto (fuori dalla portata dell'idealismo) è necessario apportare le proprie opinioni e le proprie vedute per INTEGRARE un processo politico di cui un giorno anche l'indipendentismo potrà e dovrà beneficiare (la pista federale). Ma la domanda di fondo diventa quindi anche un'altra: Possiamo dare una interpretazione ideale ad un fenomeno tutto politico che presenta nella realtà diverse sfaccettature? Io penso di nò. Ciao

Inserito da B. Adriano, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 16:38

La mia opinione è che autonomia e federalismo non siano la strada giusta per arrivare all'indipendenza e non le vedo favorevolmente nemmeno in termini meramente strumentali. L'autonomia ce l'abbiamo già e ha prodotto ogni sorta di aberrazione, anche culturale. E' la trappola in cui ci hanno infilato e dopo sessant'anni, sinceramente, non vedo l'ora di uscirne. Federalismo significa comunque restare in qualche modo ancorati a uno stato 'altro', più grande, depositario della sovranità e della forza, i cui interessi prevalgono su quelli delle entità che lo compongono (vedi la 'clausola dell'interesse nazionale' inserita anche nell'ultimo tentativo di riforma costituzionale federalista). Trattandosi dell'Italia, poi, esiste una serie cospicua di aggravanti storiche, culturali e politiche a detrimento di tale ipotesi istituzionale: per quanto mi riguarda, dirimono la questione.
Quanto al famoso 'piano concreto', se per formazione politica ancora esistente, a proposito di sardismo, si parla del PSdAz, be', che dire, in questo stesso momento stanno contrattando con i berluscones nostrani la spartizione delle poltrone, in caso di vittoria della destra alle prossime regionali. Un bell'esempio di attaccamento alla propria terra (be', attaccati sono attaccati, se è per quello)!
Ribadisco che l'indipendenza di cui si parla qui è qualcosa di più ampio e non necessariamente declinato in termini partitici. Il fatto di definirla ideale non significa ridurla a pura utopia (o ucronia).
Siccome però mi pare di aver abusato fin troppo dello spazio concessoci, per ogni ulteriore precisazione rimando a quanto già detto (e alle argomentazioni espresse da Michela sul merito della faccenda) e saluto tutti.

Inserito da Omar Onnis, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 18:41

Buonasera Omar, grazie per la replica ma quello che chiedevo negli interventi precedenti era che se non si crede nè all'autonomismo, nè al federalismo, nè insomma ad una qualche forma di devoluzione progressiva di poteri da stato centrale a periferico che garantisca anche autonomia e tutela culturale, non si capisce come si debba arrivare all'indipendenza. Allora lasciamo tutto com'è. Chi le fa le leggi sulla lingua, sulla storiografia sarda, sui media, su tutto, se nessun partito identitario/indipendentista governa? Quale è l'alternativa per l'indipendenza al federalismo? Continuo a non vederla e non solo io. Questa assenza di percorsi è uno dei tanti tasselli che fa perdere credibilità all'azione dei movimenti. Bisogna capire che se si rimane sul piano idealistico, anche la causa rimarrà tale perché priva di pratica applicazione e/o sbocchi politico-istituzionali. I movimenti non rimarranno che piccole sette nelle quali adorare teoremi di turno ma che in politica non hanno alcun rilievo. Sull'autonomia che contesti, come dicevo, non ne vedo nè quando accendo la tv, nè quando leggo un giornale, nè quando i nostri figli vanno a scuola, etc. C'è solo Italia ovunque e zero identità nei punti chiave della vita pubblica (chi conosce il pensiero Gramsciano sa a cosa mi riferisco). Contesti anche tu come IRS una autonomia inesistente e presente solo sulla carta e ripudi dunque una vera autonomia che rappresenterebbe l'unico strumento con cui garantire un futuro alla Natzione Sarda, perché di questo passo tra 100 anni non esisterà più nulla di identitario se non si cambia strada e si tutela il nostro patrimonio nazionale sardo. Ma contesti il PSD'AZ...e con chi dovrebbero trattare? Con IRS che li attacca dal mattino alla sera? Come si sviluppa una seria politica se ci chiudiamo ognuno nel nostro club culturale a numero chiuso? Il problema più grande nel 2008 dell'indipendentismo non è la divisione ideologica tra destre e sinistre, il divide et impera oggi a favore dell'Italia sta nella guerra tra autonomismo ed indipendentismo sardo. Il tempo è galantuomo. Buona serata a tutti

Inserito da B. Adriano, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 20:43

Citare (implicitamente) Gramsci e avvallare la probabile alleanza del PSdAz con la destra italiana mi sembra vagamente contraddittorio.
Ma veniamo al punto, caro Adriano (visto che questo è diventato un dibattito a due in casa altrui). Tu dici: se non si vuole l'autonomia (quella vera, beninteso, ancora di là da venire) e nemmeno il federalismo, come diavolo si fa ad ottenere l'indipendenza? A me sembra come chiedersi: se non si vuole il surrogato come si può ottenere l'originale? Ci vedo un equivoco, in questa posizione, un equivoco semantico, oltre che politico e storico.
Se attualmente non esiste la massa critica (culturale, prima che elettorale) perché l'indipendenza politica divenga un processo in atto, secondo me non sarà certo l'autonomia a farla emergere. E del federalismo (posto che sia qualcosa di diverso dal pasticcio iper-liberista e para-fascista che ha in mente la banda di loschi figuri che si è impadronita dell'Italia) cosa ce ne faremmo? O si diventa stato a sé stante o non si diventa. La Sardegna non ha potere elettorale, criminalità organizzata o potere economico da mettere sul piatto della bilancia, se si dovrà dividere la torta italica. Sarebbe l'ultima ruota del carro, per di più subordinata ad un interesse nazionale esterno e a strategie tutt'altro che sensibili al benessere collettivo dei sardi.
Nel momento in cui la necessità storica (in senso gramsciano) dell'indipendenza sarà tanto evidente e condivisa da non lasciare spazio a dilazioni o soluzioni annacquate, si troveranno gli strumenti politici per farla valere. Non è mica detto che ci voglia un bagno di sangue come in Irlanda. Ripropongo in proposito l'esempio della secessione della Slovacchia (interessante anche dal punto della regolazione delle pendenze economiche reciproche tra le due parti).

Ma mi ero ripromesso di non occupare ancora questo spazio. Magari proseguiremo la discussione in altra sede (oppure non la proseguiremo, è lo stesso).
L'importante è che se ne parli e si snocciolino tutte le posizioni. Lo scambio e la condivisione di idee non fanno certo male a nessuno (finché ce lo lasciano fare).
A menzus biere!

Inserito da Omar Onnis, la cui homepage è qui il 18/06/2008 alle 21:51

In realtà io non sto intervenendo nella discussione perchè mi sembra che tu, Omar, dica quello che vorrei dire prima e meglio di quanto non riesca a fare io.
Non siete ospiti tollerati nel salotto buono, mi pare anzi che siate perfettamente in topic. ;)

Inserito da Michela, il 18/06/2008 alle 22:18

Vedo Omar che le posizioni ormai sono cristallizzate. In ragione di qualcosa che non esiste giudichi l'autonomia e prospetti una sedicente condivisione futura dell'indipendenza che dovrebbe condurci un giorno a poter maturare gli strumenti politici per l'indipendenza. Se vogliamo stare nell'alveo dei giochetti verbali possiamo farlo, nella pratica posso chiederti per l'ennesima volta come si fa a creare in una popolazione quelle condizioni di cui sopra se nessuno introduce nel tessuto sociale a livello legislativo le nostre peculiarietà identitarie. Continua a mancare uan risposta da parte tua che viene sostituita da intenti basati su qualcosa che non trovo. Se puoi, spiegami come facciamo a far capire ai Sardi che non sono solo italiani se non interveniamo su tutti i settori della vita pubblica. E non fare minestroni o accostamenti tra Gramsci e ciò che ho detto sul PSD'AZ perché hai capito benissimo penso ciò che intendevo. Anche Franciscu Sedda altrove si è stupito che io abbia dichiarato di essere indipendentista e sostenere la pista federale, non vedo lo scandalo se questo percorso è mirato alla piena indipendenza. Mi stupisco piuttosto che i detrattori dell'unico percorso credibile non ci spieghino come si arriva all'indipendenza e rinuncino a colmare questo vuoto di chiarezza con tanti giri di parole su una inesistente autonomia sarda. Dimentica per un atto i dogmi, ti risulta forse un qualche tipo di tutela identitaria oggi applicata e diffusa presso il nostro territorio alla portata dei cittadini? Se non riesci a rispondere con chiarezza e semplicità a questa domanda retorica, probabilmente i cardini concettuali di ciò che sostieni sono alquanto fragili e politicamente spogli di concreta applicazione. Se qualcuno poi vive queste affermazioni come una sorta di sfida non ci posso fare nulla, io espongo con franchezza ciò che penso. Rispetto le opinioni altrui e le confuto. Ciao.

Inserito da B. Adriano, la cui homepage è qui il 19/06/2008 alle 15:31

Adriano, che bisogno hai di avere le risposte da me, quando hai già talmente chiara la situazione da ammettere le opinioni altrui solo per confutarle? Scusami, non è la missione della mia vita risolvere le intime insicurezze di chi ha idee politiche diverse dalla mia. Comunque no, non me la sono presa. Un po' di verve dialettica ci vuole: basta non degenerare.

Ribadisco: secondo me l'autonomia è una trappola politica e simbolica che ha prodotto fin troppi guasti, e il federalismo una ricetta già perdente in partenza. Ho argomentato queste mie opinioni. Non ho altro da aggiungere. Mica si deve essere d'accordo per forza!
L'indipendenza politica, il senso di appartenenza, la valutazione del nostro patrimonio culturale e storico come qualcosa di prezioso da difendere, l'autonomia, il federalismo, sono tutte cose diverse, non necessariamente coincidenti o collegabili. Non facciamone un minestrone indigesto. Secondo me il processo di indentificazione collettiva, già ampiamente in corso in Sardegna, non ha necessariamente a che fare con un esito politico. Certo, non con l'autonomia, che tale percorso ha ritardato e deformato fino alla caricatura (i buoni e valorosi sardi della Brigata Sassari, carne da macello per i giochetti dell'imperialismo occidentale, vanno bene; quelli degli scioperi in miniera o delle proteste nelle campagne un po' meno). Avere come orizzonte l'indipendenza significa non accettare come dato insuperabile di dover per forza dipendere da qualcuno per esistere, significa assumersi l'unica prospettiva realmente emancipatoria della nostra condizione storica, l'unica possibile. Non sono dogmi, sono conclusioni raggiunte dopo molti anni di studio e ragionamento sulla nostra storia. Non è indispensabile (anzi secondo me è controproducente) arrivarci attraverso un percorso dilatorio, annacquato all'italiana. È molto più importante abituarci a pensare da indipendenti, compiere scelte magari difficili e conflittuali ma che abbiano netto il segno dell'interesse collettivo dei sardi e non quello di un'entità esterna purchessia, o di una categoria o corporazione particolare. Offrirci al mondo senza ritenere di non esserne all'altezza solo 'perché sardi'. In questi termini credo che l'opera svolta dalla giunta Soru sia stata una potente rottura col passato. Non è tanto il merito dei singoli provvedimenti, o delle varie leggi (sul quale si può di volta in volta dissentire, se è il caso), ma lo spirito che li ha animati, l'orizzonte di significati a cui fanno riferimento, le loro connotazioni. Si tratta di ribadire la nostra sovranità prima ancora in termini psicologici, nell'immaginario collettivo, che nelle istituzioni. Soru e la sua compagine di governo hanno cominciato a farlo. Non so se continueranno o se qualcuno ne raccoglierà il tstimone per portarlo più avanti ancora.
In ogni caso, tornando al presente, bisogna sottolineare che tra i suoi avversari più accaniti, guarda caso, figurano proprio i reduci del PSdAz, molto più propensi a trovare allettante l'idea che della Sardegna e del suo futuro ha Berlusconi (i cui luogotenenti sono pronti a realizzare a comando): una sorta di mini-Cuba pre-rivoluzione, un po' parco divertimenti per vips, un po' base strategica nel cuore del Mediterraneo, un po' discarica nucleare (o di altre schifezze assortite); o magari semplicemente un unico, vasto poligono di addestramento militare. Il tutto prescinde naturalmente dai sardi, i quali, be', qualche posto come sguattero negli alberghi di lusso o come bersaglio umano nelle esercitazioni potranno pur reclamarlo. Coloro che perseguono tale idea della nostra terra e del nostro destino sono attualmente gli interlocutori privilegiati dei nostri impavidi autonomisti/sardisti. Be', la cosa non mi piace né mi interessa. Così come non credo piaccia o interessi a molti altri sardi.
Spiacente di non aver cambiato idea per venirti incontro, Adriano. Vedremo nei prossimi anni quel che succederà e se uno di noi avrà avuto ragione, o magari torto entrambi (la storia fa scherzi, spesso). Se magari, nel frattempo, riusciamo a credere un po' di più in noi stessi, forse non sarà necessario attenderci 'tutela' o 'riconoscimento' dall'esterno. Non ne abbiamo bisogno, per essere degni di esistere nel mondo.

P.S. @Michela: prendo le tue parole per un complimento e te ne ringrazio. A menzus biere... in Sardigna!

Inserito da Omar Onnis, la cui homepage è qui il 19/06/2008 alle 17:44

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Breve giro della Puglia:
il 27 novembre sarò al Cafè d'Arte di Bari. Il 28 novembre sarò a Turi (BA) per presentare Accabadora con la scrittrice Sandra Petrignani al presidio del libro. Ore 18:30, salone biblioteca comunale. Il 29 novembre sarò invece a Campi Salentina al festival Città del libro, dove presenterò Accabadora alle 18:30.


Breve giro del Triveneto:
il 1° dicembre alle 19 sarò a Villorba alla libreria Lovat. Il 2 dicembre alle 18:30 sarò a Oderzo e il 3 dicembre alle 18:30 sarò alla nuova libreria Lovat di Trieste.
Il 4 dicembre sarò allo Zammù di Bologna alle 18, mentre alle 21 sarò a Modena nel teatro tenda del comune.

Informazioni più immediate sui miei spostamenti e sulle novità editoriali in arrivo si possono trovare anche sulla pagina di Facebook a cura dell'agenzia letteraria Kalama

 


  Altre Madri è qui
Anna della pioggia è a questo link.
 

Prossimi appuntamenti

ven 27 nov 2009 @18:00
Bari - Accabadora
sab 28 nov 2009 @18:00
Turi - Accabadora
dom 29 nov 2009 @18:30
Campi Salentina - Accabadora
mar 1 dic 2009 @20:45
Villorba - Accabadora
mer 2 dic 2009 @18:30
Oderzo - Accabadora
gio 3 dic 2009 @18:00
Trieste - Accabadora
ven 4 dic 2009 @21:00
Modena - Accabadora
ven 4 dic 2009 @18:00
Bologna - Accabadora
mar 8 dic 2009 @15:00
Courmayeur Noir Festival
mer 9 dic 2009 @18:00
Aosta - Accabadora

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