| Autonomia, mezza libertà. |
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| Scritto da Michela | |
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Come mai ha dedicato un capitolo del suo libro all’indipendenza, invece che all’autonomia? Credo che l’autonomia sia l’aspirazione politica dei popoli socialmente minorenni. Al pari dei figlioli che vanno a vivere da soli per studiare all’università, essi credono in una definizione di sé basata sostanzialmente sul riferimento ad un altro potere, al quale chiedere il permesso di essere pienamente sé stessi. Per restare nella metafora, l’autonomia dell’universitario fuori sede si esprime in alcuni ambiti, ma non sono quelli essenziali per la sua autodeterminazione: egli potrà pure farsi le canne e rientrare all’ora che più gli aggrada senza rendere conto ai genitori lontani, ma la sua stessa possibilità di studio dipende del tutto o in gran parte dall’aiuto familiare, né egli vuole che sia diversamente. Le fondamenta della sua cosiddetta autonomia poggiano quindi su uno stato effettivo di dipendenza, che determina la natura stessa di ogni suo spazio di libertà. Troppe aspirazioni autonomiste sono il complesso politico di chi non crede nelle sue risorse, e teme di non avere forze sufficienti per essere indipendente mantenendo lo stesso livello di sviluppo. L’autonomia della Regione Sardegna quindi per lei è inutile? Non sono io che dico che è inutile, sono i fatti che stiamo vivendo. L’autonomia così concepita è un sogno timoroso, va bene a coloro che sanno pensarsi liberi e autodeterminanti sempre fino ad un certo punto. E' un pensiero debole, che genera e riconosce come legittima la dipendenza da un potere altro: l’autonomista sardo vive schiacciato dal timore che l’indipendenza reale sia l’altro nome della solitudine e della povertà economica, e questa convinzione è il frutto del complesso corto circuito sociopolitico che ci vuole sempre “mai abbastanza grandi”. Per fare un esempio: moltiplicare enti come le province sul territorio sardo amplifica questa dipendenza, perché aggiunge ulteriori legami economici a senso unico su un territorio depresso che già vive per il 66% di trasferimenti statali. Ci stanno mandando 2500 militari dell’esercito per garantire la nostra sedicente sicurezza: abbiamo forse il potere di opporci a questa decisione? In queste condizioni di evidente subordinazione pensare l’indipendenza può sembrare follia. E non lo è? In troppo pochi vogliono credere che l’indipendenza, lungi dal generare isolamento, abbia la potenzialità di suscitare relazioni politiche paritarie, all’interno delle quali ogni legame – anche quello economico - sorge come uno scambio bidirezionale. Pensarsi indipendenti da un singolo potere è il solo modo per conquistare il bene dell’interdipendenza a tutto spettro, cioè uno sviluppo maturo non subordinato alla compiacenza di un unico soggetto più forte. Rifiutare il percorso dell’autonomia in favore di quello per l’indipendenza significa delegittimare l’idea di avere un solo interlocutore, vuol dire disconoscergli il ruolo dominante di padre-padrone. Chiaramente l’indipendenza in questi termini non è un sogno a buon mercato. Più che chiedersi se è realmente possibile, occorre domandarsi quanto si è disposti a spendersi per ottenerla. |
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Adriano, che bisogno hai di avere le risposte da me, quando hai già talmente chiara la situazione da ammettere le opinioni altrui solo per confutarle? Scusami, non è la missione della mia vita risolvere le intime insicurezze di chi ha idee politiche diverse dalla mia. Comunque no, non me la sono presa. Un po' di verve dialettica ci vuole: basta non degenerare.
Ribadisco: secondo me l'autonomia è una trappola politica e simbolica che ha prodotto fin troppi guasti, e il federalismo una ricetta già perdente in partenza. Ho argomentato queste mie opinioni. Non ho altro da aggiungere. Mica si deve essere d'accordo per forza!
L'indipendenza politica, il senso di appartenenza, la valutazione del nostro patrimonio culturale e storico come qualcosa di prezioso da difendere, l'autonomia, il federalismo, sono tutte cose diverse, non necessariamente coincidenti o collegabili. Non facciamone un minestrone indigesto. Secondo me il processo di indentificazione collettiva, già ampiamente in corso in Sardegna, non ha necessariamente a che fare con un esito politico. Certo, non con l'autonomia, che tale percorso ha ritardato e deformato fino alla caricatura (i buoni e valorosi sardi della Brigata Sassari, carne da macello per i giochetti dell'imperialismo occidentale, vanno bene; quelli degli scioperi in miniera o delle proteste nelle campagne un po' meno). Avere come orizzonte l'indipendenza significa non accettare come dato insuperabile di dover per forza dipendere da qualcuno per esistere, significa assumersi l'unica prospettiva realmente emancipatoria della nostra condizione storica, l'unica possibile. Non sono dogmi, sono conclusioni raggiunte dopo molti anni di studio e ragionamento sulla nostra storia. Non è indispensabile (anzi secondo me è controproducente) arrivarci attraverso un percorso dilatorio, annacquato all'italiana. È molto più importante abituarci a pensare da indipendenti, compiere scelte magari difficili e conflittuali ma che abbiano netto il segno dell'interesse collettivo dei sardi e non quello di un'entità esterna purchessia, o di una categoria o corporazione particolare. Offrirci al mondo senza ritenere di non esserne all'altezza solo 'perché sardi'. In questi termini credo che l'opera svolta dalla giunta Soru sia stata una potente rottura col passato. Non è tanto il merito dei singoli provvedimenti, o delle varie leggi (sul quale si può di volta in volta dissentire, se è il caso), ma lo spirito che li ha animati, l'orizzonte di significati a cui fanno riferimento, le loro connotazioni. Si tratta di ribadire la nostra sovranità prima ancora in termini psicologici, nell'immaginario collettivo, che nelle istituzioni. Soru e la sua compagine di governo hanno cominciato a farlo. Non so se continueranno o se qualcuno ne raccoglierà il tstimone per portarlo più avanti ancora.
In ogni caso, tornando al presente, bisogna sottolineare che tra i suoi avversari più accaniti, guarda caso, figurano proprio i reduci del PSdAz, molto più propensi a trovare allettante l'idea che della Sardegna e del suo futuro ha Berlusconi (i cui luogotenenti sono pronti a realizzare a comando): una sorta di mini-Cuba pre-rivoluzione, un po' parco divertimenti per vips, un po' base strategica nel cuore del Mediterraneo, un po' discarica nucleare (o di altre schifezze assortite); o magari semplicemente un unico, vasto poligono di addestramento militare. Il tutto prescinde naturalmente dai sardi, i quali, be', qualche posto come sguattero negli alberghi di lusso o come bersaglio umano nelle esercitazioni potranno pur reclamarlo. Coloro che perseguono tale idea della nostra terra e del nostro destino sono attualmente gli interlocutori privilegiati dei nostri impavidi autonomisti/sardisti. Be', la cosa non mi piace né mi interessa. Così come non credo piaccia o interessi a molti altri sardi.
Spiacente di non aver cambiato idea per venirti incontro, Adriano. Vedremo nei prossimi anni quel che succederà e se uno di noi avrà avuto ragione, o magari torto entrambi (la storia fa scherzi, spesso). Se magari, nel frattempo, riusciamo a credere un po' di più in noi stessi, forse non sarà necessario attenderci 'tutela' o 'riconoscimento' dall'esterno. Non ne abbiamo bisogno, per essere degni di esistere nel mondo.
P.S. @Michela: prendo le tue parole per un complimento e te ne ringrazio. A menzus biere... in Sardigna!
Cerco delle risposte che non trovo ma mi si presenta sempre il solito giro di parole. Anche tu -come fa abitualmente IRS- sostieni di aver argomentato perché l'indipendentismo sia meglio dell'autonomismo, ma io confesso di non aver capito nulla, nè di aver trovato risposta. Si vede che sono lento. Pertanto abbiamo tutti capito benissimo che la mia richiesta di trovare chiare spiegazioni non ha avuto esito e non era certo un tentativo di portarti sulle mie posizioni. La confutazione di un argomento non parte mica da una base condivisa, altrimenti cosa ci sarebbe da confutare? In quanto a me, la mia posizione è nitida: Sono indipendentista, anche io come te ritengo che i Sardi debbano maturare la consapevolezza di poter essere attori protagonisti e non passivi del proprio destino, ma ritengo che pragmaticamente, per conseguire ciò, sia necessario adottare una serie di misure progressive che tutelino la nostra identità. In questo passaggio IRS non fornisce soluzioni, così come altri indipendentisti sparsi. Senza le misure suddette -che si chiamano federalismo (o se la cosa fa scandalo in certi ambienti cambiamo definizione)- i Sardi non arriveranno mai a maturare quello che entrambi auspichiamo. Sbaglio nel dire che sempre meno Sardi conoscono la propria lingua ed anche le nuove generazioni stanno perdendo quel poco di memoria storica che ancora i padri (per un retaggio del 900) conservano? Non trovi sia una contraddizione inoltre da parte tua elogiare il pseudo-autonomismo di Soru per poi dare addosso al criterio della progressiva conquista di maggiori autonomie? Sono d'accordo con te sul doppio volto che presenta il PSD'AZ, non a caso il 90% dei miei interventi in certe sedi pone proprio l'accento sulla guerra che alcuni sardisti muovono a Soru. Quando si antepongono gli interessi di bottega a quelli della nazione nel tentativo di attaccare l'erede del post-Lussianismo (Soru), si creano ancora più conflitti e divisioni. Quante cose si potrebbero fare con meno attacchi a Soru da parte sardista e più collaborazione? Quante cose si potrebbero fare se anche IRS non attaccasse il sardismo? Tutti contro tutti. Per cosa? Magari ognuno per tutelare i propri ridicoli santuari. Prodi riuscì a mettere insieme Mastella con Caruso e noi non riusciamo a metterci insieme per cosa? Al metro di valutazione del nostro patrimonio identitario di cui parli, i nostri bambini non ci arriveranno di certo con Canale 5, l'Unione Sarda ed Ungaretti nell'ora di letteratura a scuola. Nel mio paese via Giovanni Maria Angioy è un piccolo vicolo per ubriaconi a caccia di facili bisognini fisiologici. Finita la nostra generazione con le nostre inutili risse, la Sardegna sarà solo un ricordo vintage per depliant turistici gestiti dalla finanza italiana. In quanto alle insicurezze, le vedo più in chi mi nomina senza mai confrontarsi direttamente in un pacato discorso. Non è il tuo caso e questo ti fa onore. Altri si vede che hanno coscienza della propria debolezza teorica. I movimenti oggi fanno, fanno e rifanno. Cosa non si sa. Nella pratica non cambia nulla, non governano alcuna amministrazione e non si è mai visto uno straccio di legge promossa da un indipendentista, neppure a livello comunale. Ciao, buona serata Omar
Adriano, a rileggere tutta la discussione a me pare che sia da almeno tre interventi che Omar ti motiva nella teoria e nella pratica che tra l'autonomia e l'indipendentismo c'è la stessa differenza che passa tra una vasca da bagno e il mare. Acqua entrambe, per carità.
Qualche precisazione, sperando di non ripetermi.
1) Le divisioni. Be', tra noi sardi ci siamo abituati, no? Ma in questo caso se la sensibilità verso il tema 'indipendenza' si incanala su percorsi diversi è solo un bene. L'indipendenza di per sé non basta a denotare un programma politico: bisogna anche vedere come si propone di arrivarci e perché. In questo senso è inevitabile che ci siano sensibilità diverse, a volte non conciliabili. Però intanto se ne parla, si costringono i mass-media mainstream a dedicare al tema un minimo di spazio (crescente, a dire il vero), le persone a pensarci su. Non escludo affatto che, a seconda del momento e delle necessità, si possa anche trovare un terreno comune di azione politica. Chi lo nega? Ma è un altro discorso, relativo a faccende partitiche, di schieramento nell'arena elettorale. Qui il discorso, mi pare, voleva essere più ampio.
2) Soru. Soru aderente al filone lussiano del sardismo? Non so. Io gli ho sentito dire, in un contesto extra-sardo e internazionale (Festival dell'Economia a Trento, giugno 2006) che la Sardegna ha bisogno non di autonomia ma di sovranità e anche che è necessario anteporre gli interessi generali e collettivi a quelli individuali e privati. Due cose che sottoscriverei in ogni momento. Non mi risulta che un presidente della giunta regionale sarda abbia mai avuto il coraggio di esprimersi apertamente e ufficialmente in questi termini. Soru non è indipendentista? Chi lo sa. Vedremo cosa farà nei prossimi mesi o anni. L'abbraccio col PD secondo me è un grande errore strategico: lo vedo come la rinuncia a ricoprire un ruolo storico decisivo per la Sardegna, accontentandosi di essere uno dei tanti (certo non in prima fila) in Italia. Ripeto: vedremo. Intanto, senza aspettare autonomie più autonome di quella che abbiamo o federalismi vari, qualcosa si è cominciato a fare. Questo è l'essenziale.
3) Memoria e storia. La memoria è una cosa (attiene all'ambito della produzione di senso e dell'immaginario collettivo), la storia un'altra (cito M. Bloch: la storia è la 'scienza degli uomini nel tempo'). In Sardegna abbiamo una memoria alquanto annacquata e una storia pressoché inesistente. Intendo dire una storia sarda, dei sardi. Secondo me (ma il discorso è lungo e l'ho svolto più ampiamente in altre sedi) se qualcosa di buono esiste nella storiografia sarda, si sta producendo adesso, negli ultimi dieci/quindici anni. Ed anche come consapevolezza storica ne noto molta di più in giro al giorno d'oggi di quando frequentavo la scuola io (diciamo venti/trent'anni fa). In ogni caso, secondo me è un dovere inderogabile di qualsiasi intellettuale sardo (ma il discorso è generalizzabile), di chiunque tra di noi abbia qualcosa da offrire in termini di conoscenza e competenza, metterlo a disposizione della collettività. Sarò un illuso gramsciano, ma la penso così. In parte, anche grazie alla rottura culturale innescata dalla Rete (e qui rimanderei ad un testo fondamentale: JENKINS H., Cultura convergente, Milano, Apogeo, 2007) ciò è sempre più possibile e potenzialmente fruttifero. In Sardegna tale fenomeno può contribuire a cambiare molte dinamiche culturali e a rifondare il discorso pubblico in termini condivisi e partecipativi (siamo su un blog, su internet, anche adesso). Questo, insieme alla dialettica diretta nell'agorà del villaggio (quello reale, non quello globale elettronico), il confronto faccia a faccia, da vicinato o da tzilleri, che da noi per fortuna non si è ancora estinto.
4) La questione linguistica. Si ha voglia di chiedere tutela e riconoscimento per la nostra cultura e la nostra lingua agli altri. Che interesse può realmente avere l'Italia a salvaguardare la nostra diversità? Siamo noi che dobbiamo farcene carico. In Sud-Tirolo, fosse stato per gli italiani, nessuno parlerebbe più una parola di tedesco, ormai. Sotto il fascismo e anche dopo, si riunivano nelle cantine e tenevano lezioni di tedesco e di dialetto tirolese ai bambini, clandestinamente e a rischio della galera (se non peggio). Mica hanno aspettato l'accordo De Gasperi-Gruber, o il c.d. 'pacchetto' degli anni Settanta. In altre parole, siamo noi l'unica garanzia di salvezza per il nostro patrimonio storico, culturale, linguistico. La cosa ha molto più a che fare con una questione educativa e di sensibilità diffusa (indipendenza mentale e spirituale) che con eventuali e meramente teoriche 'tutele' da parte di qualcun altro (la tutela, ricordo, è un istituto giuridico volto a garantire gli interessi e il mantenimento di individui minorati, totalmente incapaci di agire).
Inoltre, altro argomento, non farei della lingua un feticcio. Abbiamo passato secoli a rifiutare la romanizzazione, diventando i più detestati agli occhi dei padroni del mondo, poi abbiamo finito per essere i più tenaci perpetuatori della lingua di Roma, attirandoci anche il sarcasmo di Dante Alighieri (De vulgari eloquentia, XI, 7). Non è che siamo diventati meno 'sardi' per quello. Voglio dire che secondo me la questione linguistica è fondamentale, ma non è un elemento determinante nel percorso della nostra emancipazione storica. Gli irlandesi parlano inglese e la loro antica parlata celtica devono per lo più studiarla a scuola. Non per questo sono meno irlandesi (e indipendenti). Magari fra duecento anni (se l'umanità non avrà già tolto il disturbo) l'unico italiano che si parlerà al mondo si parlerà in Sardegna e si chiamerà neo-sardo e lo difenderemo contro le infiltrazioni linguistiche inglesi o cinesi.
Questo è un paradosso, s'intende (guai a chi mi tocca il sardo, in tutte le sue varianti!). Però serve ad avvertire di non legarci al cappio di zavorre troppo pesanti, che si trasformano troppo facilmente in fardelli ideologici difficili da smaltire e forieri di inimicizie controproducenti.
Con ciò spero di aver risposto almeno a qualcuna delle obiezioni sollevate da Adriano (e se no, pazienza).
Mi scuso per la lungaggine e spero di non aver annoiato nessuno.
Saludos a tottus.
Minciga oh, altro che noia, con le vostre storie (Omar & Adriano) avete fatto venire le bottarghe all'inguine anche alle gentili ospiti.
Totalmente condivisibile l'analisi di Omar lo pissichiatra, tuttavia bisogna riconoscere che se la fase autonomistica è stata un fallimento e il sardismo è decaduto in becero notabilato che prima di parlare di Lussu dovrebbe sciacquarsi la bocca, l'indipendentismo sardo è piuttosto acerbo e al momento ahimè totalmente avulso dal dibattito politico interno ed internazionale, nonostante se ne scriva abbondanetemente nei forum e nei blog è piuttosto lontano dal sentire comune della gente, del mondo del lavoro e dell'impresa.
Di federalismo poi non ne parliamo proprio perché è il peggiore inganno cui possiamo andare incontro, sarebbe per noi ben peggiore del centralismo, ove almeno sulla carta viene garantita una certa omogeneità delle opportunità. Quello che si sta confezionando è un federalismo imposto dalle regioni più ricche e potenti a tutte le altre senza che queste abbiano i numeri per opporre le proprie ragioni.
L'indipendenza è diventata ormai questione vitale, ma potrà essere raggiunta solo quando tutte le forze politiche e culturali della Sardegna condivideranno l'obiettivo e lo sottoporranno al giudizio popolare, è un lavoro lungo e complicato ma bisogna assolutamente cominciare a farlo.
Ammetto di essere confuso Omar. Mi è stato detto che esiste un'altro percorso verso l'indipendenza oltre un progressivo autonomismo ma non sono riuscito a capirlo. Non si può trattare di politica solo con gli ideali ma le due cose devono andare di pari passo. Hai nominato il Sudtirolo, che guardacaso, è proprio uno degli esempi a cui guardo con interesse. Ed anche quì non capisco dunque la connessione con ciò che sostieni. L'SVP ad esempio, non da oggi, non si è certo fermato agli idealismi ma si è riformato, non ha creato 'nemici interni', ha sviluppato alleanze e si è proposto con successo di governare: Tutte manovre che non fanno parte del corredo politico di IRS (nella fattispecie). Tutti questi paradossi che ritrovo nelle tue repliche non fanno che alimentare la mia confusione quando vedo mischiate cose che a livello politico presentano manifeste differenze, nella forma e nella sostanza. Anche io come Soru ritengo sia necessaria la sovranità e ad essa ci si arriva per gradi. Poi datosi che hai ammesso parzialmente magari l'utilità di incrociare il percorso progressivo, si vede che alla fine il tragitto magari è sempre e solo quello. Se proprio il termine è diventato apocrifo possiamo cambiarlo con qualcos'altro e non nominare la parola blasfema. Io continuo a pensare che se si parla di questioni politiche, sia un grave errore voler dare ad esse solo una chiave di lettura idealistico/elitaria o peggio ancora rifarci a qualcosa di falso prodotto dal passato. Come ho argomentato in più interventi, io non vedo alcuna autonomia e questa esiste solo sulla carta statutaria della Sardegna dal 1948 ad oggi. Pertanto da indipendentista ritengo che serva una vera autonomia per la conquista progressiva della nostra piena sovranità. Sempre Franciscu Sedda affermò che autonomia + autonomia genera sempre un saldo unionismo. Di questo però non abbiamo conferma perché non c'è nessuna autonomia reale a vantaggio dell'isola. Io invece affermo che indipendentismo contro autonomismo = Italia. E di questo abbiamo ampie prove e riscontri. Divide et impera, il solito concetto. Su U.R.N. Sardinnya un anno fa se non erro ricordavo la leggenda degli Oriazi e dei Curiazi, Albalonga contro Roma. Qualcuno mi scrisse una catasta di insulti in privato. I Curiazi persero la loro battaglia e la loro terra oltre che la vita per la supponenza di poter vincere anche dividendosi contro un avversario compatto, abile e potente. E' notorio che la storia non ci abbia insegnato nulla, nel 2008 replichiamo tutti gli stessi errori. Sarò schietto: Tirate fuori la testa dal passato e vivete nel nuovo secolo. Basta con le divisioni. Quello che è stato è stato. Oggi dobbiamo unirci e parlare di indipendentismo con credibilità, presentando chiari percorsi senza scadere nell'unionismo che ancora attanaglia settori sardisti e senza scadere nell'evangelismo settario di chi contesta tale percorso senza mai governare: Ergo, senza produrre uno straccio di avanzamento graduale verso la nostra sovranità. Grazie, ciao
Ehi, un momento! Non mettiamoci in bocca (o nella tastiera) parole che non abbiamo detto. Il Sud-Tirolo l'ho citato come esempio di popolazione che preserva le proprie peculiarità culturali da sé, senza aspettare la tutela di chicchessia. Non ho accennato minimamente alla SVP (nella cui politica non mi ritrovo), né gli aspetti istituzionali della questione sud-tirolese. Noi, al contrario di loro, non facciamo parte geograficamente e culturalmente di un territorio più vasto (il Tirolo, appunto), a sua volta parte di uno stato sovrano straniero (l'Austria). Perciò, non facciamo paragoni impropri.
Per il resto, caro Adriano, va be', abbiamo capito il messaggio. A me non interessa. Accusarci l'un l'altro di unionismo (brutta parola, che evoca eventi sanguinosi in Irlanda del Nord) non mi sembra proficuo. Chi segue questo blog si sarà fatto un'idea di come la pensiamo e avrà tutto l'agio di rifletterci su. O di mandarci al diavolo. Mi piacerebbe che questo dibattito si svolgesse con la stessa intensità anche nei bar, nelle famiglie, durante le feste patronali. Magari in qualche misura già succede. Secondo il mio amico Teraccu ancora no. Be', è su questo che bisogna lavorare. Poi i modi si diventare politicamente indipendenti, dal punto di vista strettamente giuridico e istituzionale, si troveranno. Meglio essere pronti ad affrontare la cosa, però, perché, coi tempi che corrono in Italia, non è detto che ci vogliano generazioni per trovarci a dover decidere sulla faccenda.
Tanti cordiali saluti a tutti.
Omar, magari ti faccio sorridere, ma sto lavorando al pc nella veranda di un ristorantino all'aperto, e accanto a me ci sono sei persone che parlano esattamente del futuro e del presente dell'isola in termini indipendentisti, niente affatto retorici.
Se ne parla eccome. Non ovunque, non dappertutto, ma è una realtà che cresce.
A maggior ragione l'esempio del Popolo Sudtirolese calza con quanto affermavo: laddove si è permeata (e successivamente politicamente stimolata) una cultura identitaria, essa sopravvive. Laddove invece essa è in fase di estinzione e non gode di alcuna tutela politica (il caso Sardo), essa ha tutti i presupposti per scomparire definitivamente se non si adotta un qualche tipo di misura che sviluppi autocoscienza nel Popolo. I Sardi non sono coscienti di essere Natzione. I giovani delle nuove generazioni sono ormai del tutto italiani. A livello politico la proiezione identitaria di questo processo è più che mai evidente. E non solo a livello politico, basta parlare con le gente comune. Non bisogna fare confusione con gli amici dei circoli culturali. Lancio una piccola provocazione a qualche lettore in particolare che so, ci sta seguendo: 'Vorreste un post-Maninchedda in salsa indipendentista? Aderite al dibattito politico che auspica il sardismo ed integratelo con serietà -al posto di contrapporvi- vedrete che i settori unionisti perderanno parecchio potere nella linea da seguire'. Penso anche io che i lettori abbiano appreso a sufficienza le nostre posizioni, spero che nei prossimi tempi possano incontrarsi nell'interesse della Sardegna. Saluti e buona serata!
Cara Michela, non mi fai sorridere, caso mai mi provochi un violento attacco di invidia (senza malevolenza recondita, beninteso: non vorrei che ti esplodesse il pc)...
Comunque, come si dice: bucca tua santa!
Michela,
condivido in parte ciò che dici. È vero che l’autonomia è una mezza libertà, ma per arrivare ad uno occorre passare per il mezzo. Prima di essere indipendente dai genitori il ragazzo deve passare per una fase di autonomia e anche questa autonomia deve essere utilizzata per avere un futuro migliore. A che mi serve avere autonomia per spinellarmi di nascosto quando dopo avrò una indipendenza da rinco? Penso che occorra invece una autonomia matura e consapevole (che in Sardehna non esiste) che deve essere utilizzata per mettere da parte gli strumenti per vivere meglio in seguito da indipendenti. L'autonomia non è sempre la stessa. Ci sono giovani che sanno gestire la propria autonomia, che approfittano dei soldi dati dai genitori per studiare e che una volta avviati bene gli studi riescono avere una ancora maggiore autonomia con le borse di studio. Con una autonomia gestita in questo modo otterranno un lavoro con facilità e si separeranno dai genitori senza neanche accorgersene. Ci sono altri giovani che purtroppo pur potendo arrivare a questa autonomia hanno sempre utilizzato i soldi dei genitori per cazzeggiare, per spinellarsi e possono anche separarsi da essi ma, poverini, che futuro hanno? la sardegna è in questo secondo grado di autonomia e di chi è la colpa? Dei sardi e non del Vaticano o dell'Italia dei rifiuti, del nucleare, dei militari, delle scuole lava cervelli, dei politici corrotti ecc ecc. Condivido al 100% quanto dice Adriano, la prima tappa per la Sardegna è passare dal secondo tipo di autonomia al primo e con Soru sembra che stiamo andando sulla buona strada. Vedi Michela, al momento penso che una forte autonomia, una autonomia più efficace sia una tappa forzata. Io respingo e allontano con forza il modello di indipendenza che ci propongono gli attuali partiti indipendentisti in Sardegna. Pur avendo nella testa una Sardegna più libera, non condividerò mai le idee degli attuali partiti. È un indipendentismo disonesto, un indipendentismo contro qualcosa e non pro qualcosa. Mi mettono davanti un modello di Sardegna che mi fa venire i brividi. Anche se lavoro all’estero amo la mia terra e morirei per essa, sono un nazionalista sardo, ma se il rischio è quello di rovinare questa mia patria con una politica comunista e socialista preferisco che rimanga sotto tutela. Gli attuali indipendentisti non avranno mai successo. Incapaci di comunicare alla gente, incapaci di analizzare concretamente la situazione, indipendentisti fieri di non essere scolarizzati perché non hanno subito il lavaggio di cervello, incapaci di ammettere i propri errori e gli errori dei sardi, indipendentisti che accusano gli altri dei mali della Sardegna mentre non capiscono che i mali ce li siamo cercati noi stessi. Questo è un indipendentismo da talebani e spero che mai cada una disgrazia del genere sulla mia terra. Questo è un indipendentismo disonesto.
Michela, abbiamo bisogno di un indipendentismo serio, legato alla realtà attuale e non alla storia seppur maltrattata e poco considerata. Quando un indipendentista mi dice che siamo colonizzati, che da indipendenti non ci saranno tutte le cose negative che ha l’Italia e che la colpa di tutte le nostre disgrazie sono gli altri penso alla sua infanzia difficile, poverino, deve avere avuto veramente delle esperienze negative. Se l’Italia fosse comunista non gliene fregherebbe nulla dell’indipendenza.
Prova a chiedere a parte di questi indipendentisti disonesti se vorrebbero avere una Sardegna INIPENDENTE ma moderna e progressista, con una politica del lavoro all’altezza della globalizzazione dove la meritocrazia la fa da padrona, dove chi merita guadagna di più e chi non ha voglia di far nulla è destinato a soccombere, una Sardegna forte a livello internazionale che partecipa con convinzione alle missioni internazionali, UE, NATO o ONU che siano, una Sardegna che si riconosce come nazione con i quattro mori sul petto, una Sardegna convinta dei propri mezzi in grado di difendere con forza i suoi interessi costi quel che costi. Sogno una Sardegna come uno qualsiasi degli Stati più evoluti ed efficienti del mondo, una Sardegna che partecipi da indipendente alla politica internazionale.
Condivido la politica di Soru e penso che in parte gi oppositori sono tali solo perché rosicano. Ciò che fa Soru è essenziale per il futuro della Sardegna e il fatto di entrare nel PD una mossa strategica ben studiata. Aspettate e vedrete.
Apro il dizionario di lingua italiana e leggo:
Federalismo. Dottrina politica che sostiene la federazione di più stati o di più regioni | sistema politico consistente nell’unione di più stati in una confederazione o nella costituzione di uno stato in stato federale.
Federalismo fiscale. Sistema in cui gli enti locali riscuotono direttamente le imposte e ne devolvono solo una parte all’amministrazione centrale dello stato.
Autonomismo. Tendenza all’autonomia in campo politico o amministrativo.
Indipendenza. Condizione politica di un paese non soggetto a dominazione straniera.
Colonialismo. Il tenere in condizioni di dipendenza politica, culturale ed economica un’altra nazione.
Probabilmente però è vero la Sardegna non è una colonia, è più un profumo.
In questo periodo mi capita di leggere tanti articoli sull'indipendenza, autonomia e federalismo.
Ma in nessun posto del mondo succede quello che leggo in Sardegna.
In Sardegna esiste eccome l'autonomia. La stessa autonomia che esiste nel Sud Tirolo.
L'unica differenza è che nel Sud Tirolo è rispettata, ma non dall'Italia bensì dai tirolesi.
Anche la Sardegna possiede le leggi speciali, solo che nessun politico sardo ha voluto utilizzarle, preferendo la condizione di eterno assistenzialismo.
In Sud Tirolo non gli frega nulla dell'indipendenza perché stanno benissimo. E l'Italia non va di sicuro a rompergli le scatole visto che quella regione viene spesso utilizzata come “paradiso fiscale”. Hanno la loro cultura, parlano e scrivono con la loro lingua e hanno una condizione economica invidiabile da qualunque regione italiana.
E attenzione non parlo dei vecchietti o di persone già mature, ma di ragazzi e ragazzini. Alcuni di loro l'italiano neppure lo conoscono. Ma la lingua non è un fattore così fondamentale, anche se importantissimo.
Inoltre ricordo che l'autonomia ha come clausola quella di agire senza nuocere gli interessi dello stato sovrano. Come si può assicurare che i due interessi non viaggino su due binari diversi? Vedere il caso della Sardegna.
Come può la Sardegna insegnare ai propri figli la propria storia, le proprie tradizioni e la propria lingua senza andare a mettere in secondo piano quelle dell'Italia? Mi sembra proprio un cane che si morde la coda....
Come può essere la Sardegna federata allo stato italiano se a sua volta essa non è uno stato?
Fare il federalismo significherebbe dare alla Sardegna il potere di uno stato. E allora mi chiedo per quale motivo la Sardegna una volta raggiunto il riconoscimento di stato dovrebbe federarsi con qualche altro stato? Non sarebbe meglio essere una federazione di stati in Europa più che in Italia?
Se vi riferite al federalismo fiscale è tutta un altra cosa, e non penso che andrebbe ad avvantaggiare regioni come la Sardegna o qualunque altra regione povera del sud.
Inoltre, come si può pretendere di riuscire a far sbocciare (esiste già, bisogna solo spolverarla) una coscienza nazionale se si va in giro a parlare di federalismo? L'unico risultato che si otterrebbe è quello di rafforzare la cultura e la dipendenza dallo stato centrale.
Per questo bisogna parlare chiaramente delle possibilità dell'indipendenza, senza nascondersi e senza cadere in compromessi.
Lascio perdere l'ultimo commento pieno di autorazzismo e commiserazione. Almeno mi ha fatto sorridere, non è facile trovare comici di questa portata al giorno d'oggi.
Sicuramente opera di una persona scaltra che vuole fare dell'indipendentismo la figura che si è sempre voluta pubblicizzare; berritte, cambali e bastone da pastore. Oppure probabilmente è uno dei tanti commentatori esterni che parlano per sentito dire. Conosco persone di IRS, di SNI e di A Manca e sono tutt'altro che non scolarizzate. Ci sono tantissime persone laureate, medici, ingegneri, filosofi, professori universitari, ma anche studenti, disoccupati, casalinghe e chi più ne ha più ne metta.
Sarebbe ora di finirla col solito giochetto indipendentista=grezzaccio.
Non funziona più, perché le cose son cambiate.
Invito quest'ultimo a documentarsi e a leggere prima di fare queste magre figure.
Dall'esterno vedo che l'indipendentismo è nato e sta crescendo. Ma una volta nato il suo percorso è segnato e continuerà fino alla fine. Lentamente o meno non ha importanza.
Vedo movimenti che lottano per uno stesso fine, percorrendo strade molto diverse.
Chi può dire quale sia quella giusta? Penso nessuno, ma non penso neppure che sia giusto un assembramento delle forze. Significherebbe la morte per entrambi. Non è importante quanti voti prendono alle elezioni, ma quanti voti prendono insieme. Insieme ma continuando ognuna ad avere la propria distinta identità e coerenza.
Preferirei un 60% preso nel totale dai diversi movimenti che un 10% preso da una coalizione unica e priva di identità. Un probabile referendum di autodeterminazione sarebbe vinto ugualmente.
Se si vuole l'indipendenza bisogna entrare in tutta la società e in tutti i pensieri della società.
Come si può pretendere che tutti i Sardi vadano a votare un unica forza indipendentista che la pensa in un sol modo, o che che comunque è costretta a farlo?
Lasciate le differenze intatte e non azzardatevi mai a modificarle.
Sono le differenze che permettono il mondo di continuare ad andare avanti. Sia nella natura, sia nella società umana.
Io tifo per la Sardegna e per la sua indipendenza.
Ciao Alejandro, non avevo letto il tuo commento. Sono d'accordo in parte con ciò che affermi. E' vero, per far maturare un concetto di non dipendenza (prima che indipendenza aggiungo io) bisogna non aver il timore di propagandare il proprio indipendentismo e non il federalismo, su questo ad esempio, personalmente, io non mi dichiaro certo federalista ed autonomista. Questi ultimi sono solo percorsi. L'Alto Adige con il Sud Tirolo ha una storia politica ben diversa e l'SVP è la diretta emanazione dell'elettorato di cui facevi menzione. I risultati seguiti alla sua opera politica sono appannaggio di vecchi e bambini ma proprio perché si è consolidata nel tessuto sociale una reale politica autonomistica, cosa che quì esiste solo sulla carta (ed in parte neppure su quella). > Hanno avuto una classe dirigente che non si è sparpagliata in centomila piccole sigle tutte in guerra tra loro e che tra l'altro quì più o meno replicano tutte gli stessi errori. La variegazione quindi da noi non è un pregio ma un male. Sulla legislazione invece -rispetto al SudTirolo che non deve interessarci più di tanto- con un federalismo fiscale inizieremmo a ragionare meglio e scrollarci di dosso il macigno assistenzialista. Gavino Sale ha detto che bisogna stare forse all'inizio di questo percorso nello stato italiano: Non è federalismo o autonomismo quello? All'evidenza risulta essere sempre il passaggio obbligato per una piena indipendenza. Ma allora se il background di fondo rimane quello, perché attaccare sempre i sardisti per via della loro prevalente azione autonomista? (mai conseguita). Questo meccanismo mortale (tra l'altro basato sul passato) genera lo status quo di cui parlavo, alla fine si è creata una generazione di attivisti che non sarà mai propensa ad alleanze politiche, rimarrà ai margini dello scenario politico, non svilupperà pertanto mai una piattaforma programmatica quale quella di cui la Sardegna necessita e si rimarrà sempre nel proprio orticello, mentre di fuori l'Italia consolida il suo potere su ogni strato sociale ed economico del nostro territorio. Siamo in ritardo, ma lo siamo per nulla, per i capricci di poche persone le quali irresponsabilmente glorificano una politica priva di sbocchi e pratica applicazione, creano divisioni ed impediscono nei fatti la formazione di quell'area progettuale indispensabile ed assente. In quanto alla visione 'grezza' dell'indipendentismo, io direi che dalle 'berritte' della fase iniziale di SNI siamo passati al 'frichettonismo pacifista' di IRS, insomma, alla fine, siamo ancora ben lontani dai canoni dell'esposizione pubblica che l'indipendentismo aspetta. Sò cosa intendi, anche io conosco parecchi indipendentisti e sono ben diversi da quelli che qualche volta compaiono nelle 'feste manne' o in certe comparsate (non tanto di IRS), il problema è che si espongono più i primi degli ultimi...Io guardo l'SVP del Sud Tirolo, guardo gli scozzesi dell'SNP, guardo addirittura i Taiwanesi del DPP, guardo mezzo mondo e quì con difficoltà vedo giacca e cravatta. Quando mossi questo spunto sulla comunicazione ad esempio, sai cosa mi rispose un dirigente di SNI? Disse:'Noi siamo antimperialisti', ovvero disse che usare certi canoni comunicativi era appannaggio unico dell'imperialismo, quindi dell'Italia. Da quì capisci anche quanto l'ideologia scaturita dal 1968 e dall'altermondismo pesi come un macigno sulla testa dell'indipendentismo sardo, che, incapace di stare al passo con i canoni della modernità, ritiene lecito andare contro il 90% dei Sardi che nella politica vedono canoni di credibilità che PURTROPPO, parecchi indipendentisti considerano come frutto del colonialismo. Pertanto, è inutile che anche IRS crei cose come Radioindipendentzia (fatto comunque positivo per carità) se poi Gavino Sale se ne va in giro con un vecchio giubbotto nero e la barba incolta nei primi piani dell'Unione Sarda o delle emittenti locali. La gente ride, è la triste realtà. Aggiungici le goliardate ideologiche di A Manca scritte nei muri di mezza Sardegna (con i privati che si lamentano del deturpamento), aggiungici le manifestazioni neo-folk di SNI ed il quadretto è completo. Tra una sigla e l'altra non c'è nè uno che si sforzi di capire come presentarsi. In politica l'abito fa il monaco, quando una certa classe dirigente metterà fuori la testa dal 1968 per entrare nel 2008 si renderà conto che oggi probabilmente tutto è più spietato e non si può sgarrare in nulla. Soprattutto non possiamo permettercelo noi indipendentisti che dovremmo essere un esempio contro grandi partiti di massa finanziati a suon di milioni di euro e con dietro grandi agenzie che ne curano l'immagine e la comunicazione. Se non capiamo neppure l'abc, allora siamo all'anno zero. Di queste cose si parla su U.R.N. Sardinnya (www.urn-indipendentzia.com) e non solo. Io ho scelto di passare alla critica pubblica proprio perché ho visto da vicino un certo personalismo e perché nel privato il suggerimento dei problemi non veniva intravisto come fatto costruttivo ma demolitivo. Adesso che questo suggerimento è pubblico, lentamente qualcosa si sta muovendo. Anche IRS ad esempio agli esordi era la fotocopia di SNI, a suon di critiche han dovuto a poco a poco cambiare. Quello che è certo è che se Sale non fosse uscito dal progetto de Sa Mesa anni fa oggi non avremmo perso oltre 5 anni per dividerci ulteriormente ma esisterebbe una piattaforma politica sardista ed indipendentista che governerebbe qualche amministrazione locale. Oggi è rimasto solo un PSD'AZ in declino in qualche comune ed IRS e SNI che non governano un tubo a parte le loro dispute....Ottimo lavoro...
Caro Adriano, ho letto il tuo sito e da quel che scrivi mi pare di capire che i movimenti li conosci ben poco. E conosci ben poco l'indipendentismo a livello mondiale. Ti invito a farti un giro qui in Spagna. Altro che IRS e SNI!
Però fatelo dal vivo non in rete.
Saluti dalla Spagna!
P.S.: un consiglio, invece di fare il criticone fai politica. Di criticoni ce ne sono già abbastanza nel mondo. E' per questo che non funziona l'indipendentismo in Sardegna, non perché esistono diversi movimenti con diverse posizioni. Ben vengano e ne nascano sempre di più!
Caro Alejandro, dici 'altro che IRS e SNI'....proprio per questa coscienza parlo a ragion veduta. Conosco benissimo in prima persona i movimenti indipendentisti e con uno in particolare ho continui colloqui (oltre al fatto di avere persino parenti al loro interno). In quanto all'estero, ho persino amici di Hizb'Allah e conosco benissimo le realtà estere. Continuo a ritenere che le crtiche siano doverose e se in Sardegna la situazione è questa è proprio perché nell'indipendentismo le critiche non si erano mai fatte (ed i risultati si vedono). Abbiamo le solite persone che da anni reiterano gli stessi errori: Questa è la triste realtà. Glorificare lo sfacelo non servirà a migliorare la situazione. Nelle dirigenze indipendentiste oggi, dopo anni di divisioni e zero risultati, i fatti ci dicono che c'è parecchia arroganza, autocritica pari a zero e parecchio personalismo. Il toro lo si prende per le corna, ecco perché anche noi tra amici non abbiamo certo aperto un club di simpatia ma uno spazio in cui dire la verità nuda e cruda: Che piaccia o meno. Che in Sardegna poi non ci sia mai accordo su nulla è evidente, il nostro Giovanni Maria Angioy è morto da solo all'estero e abbandonato proprio quando di poteva realizzare una svolta storica: Forse la Sardegna ha il destino che merita. Sta a noi cambiare il corso degli eventi, ma per farlo bisogna iniziare a parlare con chiarezza. Saluti.
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