| Lessico poco familiare |
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| Scritto da Michela | |
![]() “IRREGOLARE”. Letteralmente: che infrange regole. Il termine, quando designa persone e non comportamenti, suggerisce l’idea che l’irregolarità sia la qualità di certi uomini, uno stato permanente dell’esistenza, e in questo modo la collega in maniera subdola alla criminalità, che infatti riguarda persone che le regole le infrangono come modus vivendi. In chi ascolta è facile che l’inconscia equivalenza irregolari=delinquenti risulti quasi automatica, ma dato che fortunatamente il nostro ordinamento giuridico sanziona almeno per il momento i comportamenti e non le esistenze, dovrebbe essere evidente che non esistono "persone irregolari", al massimo persone che commettono irregolarità. Anche parcheggiare in doppia fila e viaggiare sull’autobus senza biglietto sono irregolarità, ma quando ci capita di farlo non pensiamo automaticamente a noi stessi come irregolari, tantomeno delinquenti. Chiedere che “gli irregolari” siano considerati come “nostri fratelli” e allo stesso tempo definirli esclusivamente attraverso il loro stato di violatori di qualche regola è una ridicola contraddizione in termini. Se ti approcci a qualcuno definendolo “violatore di regole”, l’atteggiamento più logico non è quello del fratello. È quello del poliziotto. |
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Ok.
proviamo con domande semplici.
'perché criticare l'uso della parola IRREGOLARI è risibile'?
La risposta sarebbe quella cosa che si chiama argomento dialettico.
Ma la tua posizione, se ho capito bene, invece è: 'caspita, pur di criticare i vescovi/il papa se la piglia anche con le parole, adesso!'
Per la precisione, per non essere vaghi, la evinco da qui:
:Cara Michela,
vedo che la fissazione ossessiva perdura e che siamo alla saga della sega mentale.
e da qui:
:pur di fare il censore delle sacre stanze sempre più ti attacchi ad argomenti a mio avviso sempre più risibili
Quindi ripeto la domanda, articolandola leggermente di più: perché secondo te - visto che l'argomento del dibattito è 'uso della parola IRREGOLARI nel suo proprio significato', quello che ho scritto non è vero (o risibile/minchiata/segamentale, barra la parola giusta)'?
Quando avrai risposto a questo, avrai risposto sul merito.
Luigi scrive:
'Omar, al concetto citato da Michela, come fai notare ne consegue giustamente il pensiero del caro Gorgia nel V secolo, mai cosi in voga come nel XXI secolo “'La verità non esiste. Se esiste, non possiamo conoscerla. Se possiamo conoscerla, è incomprensibile.'” Solo che non è vero che è inacettabile per un cristiano, è la realtà stessa che non lo accetta. Se cosi fosse non esisterebbero cultura, storia, progresso scientifico e tecnologico, i quali si basano proprio sul concetto opposto. Verrebbe a mancare parimenti la tensione alla giustizia, al bene, al bello, al buono, in altre parole verrebbe a mancare l’amore per la propria donna, per i figli per gli amici………'
Vorrei precisare una cosa: non intendevo istituire alcuna connessione logica tra ciò che diceva Michela nel post e la citazione di Gorgia: era una considerazione mia, suggeritami dai commenti che avevo letto.
Seconda questione. Il tuo ragionamento, Luigi, è: la Verità esiste perché altrimenti non esisterebbero la scienza, la tecnologia e nemmeno la storia, la cultura e addirittura l'amore. Be', caro co-frequentatore del blog, veditela con Kurt Goedel, o con Schroedinger e Heisenberg, oppure con Nietzsche, o M. Foucault. Senza voler per forza tirare in ballo le neuro-scienze.
La scienza stessa si basa sul presupposto che non esista una verità data, immodificabile (Popper parlava di principio di falsificabilità). Altrimenti staremmo ancora qui a contare le sfere celesti e gli epicicli.
E' proprio l'opposto, come vedi. Quanto all'insussistenza dell'amore senza un saldo principio di Verità, be', concedimi di non dilungarmi in una riposta che potrebbe forse risultare troppo sarcastica (senza volerlo, beninteso).
Invece, a proposito della faccenda Gorgia vs. fede religiosa, la cosa si fa più complicata. Se entra in gioco la fede, chi ce l'ha non può fare a meno di concepire un principio primo, garante dell'assolutezza dell'esistente (almeno in termini di attribuzione di senso). Un credente può legittimamente ritenere che da qualche parte una Verità ci sia, ma questa non sia conoscibile per l'uomo se non attraverso la mediazione di un atto divino che la riveli (infatti si parla di verità rivelata). Oppure può riporre fiducia nell'intelligenza umana, riflesso di quella divina, e andare alla ricerca delle verità parziali che le nostre facoltà ci mettono a disposizione. Quel che non può accettare è l'assolutezza del primo assioma gorgiano (la Verità non esiste). Ma gli altri due non si discostano molto dagli insegnamenti di molti esimi padri della chiesa (chi è che diceva: 'credo quia absurdum est', Tertulliano?). Infine, ho citato Gorgia perché egli, 2'500 anni fa, era già ben cosciente della dimensione dialettica del nostro mondo (non in senso hegeliano, né propriamente marxiano, ma appunto lotmaniano: la semiosfera).
Ecco. Ho finito con le mie 'seghe mentali' (mi sentivo un po' coinvolto dalla tua gentile definizione). Spero di non aver offeso la sensibilità di nessuno. Nel qual caso, chiedo venia (lo dico a scanso di polemiche, vista la piega che rischia di prendere la chiacchierata).
Hasta luego.
Omar, io non ho ribattuto alla considerazione che la frase 'le parole generano realtà' sia anticristiana, perché sarebbe fin troppo facile dire che dietro le parole ci sono le idee e le persone che le mettono in atto, che scelgono ogni santo giorno a quale modello di realtà vogliono contribuire.
Una realtà che - diversamente da come pensa Andrea - non è data in maniera eterna ed immutabile, poiché 'sappiamo bene infatti che tutta la Creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto' (Rm 8,22), noi compresi. Sarebbe bastato - esulando volutamente dalla tradizione filosofica - far rilevare l'importanza che hanno le parole nella liturgia sacramentale, tale che chi è muto non può accedere al sacerdozio, per legittimare quella frase. Le parole veicolatrici di grazia della liturgia prescindono persino dalla qualità umana di chi le pronuncia, considerato che i sacramenti sono validi ex opere operato. Ci sono fior di argomenti cristiani per dimostrare che le parole vanno pesate come si fa con l'oro. O con il veleno.
Ammetto la mia oggettiva difficoltà a spiegarmi. Ci riprovo.
Non penso che la realtà sia eterna e immutabile, perlomeno non nel senso che l'uomo possa unicamente stare a guardare quel che c'è, senza possibilità d'intervento. I fatti di ogni giorno smentirebbero questa tesi. Credo che, a seconda di quello cui aderiamo (bene e male), noi per primi siamo cambiati, e a Dio piacendo anche la realtà circostante. Dico questo avendo in mente dei fatti. Solo che mi ha colpito l'uso della parola 'creare'. Mi pare troppo, attribuito a noi. Mi sembra più realistico dire 'usare'. Così la realtà, che è data, si può usare, bene o male, e mutare. Ho pensato a questa distinzione ricordando il canone (o Canone?), quando dice '[...]generato, non creato[...]', e ho pensato che il generare parte da qualcosa che c'è già. Mentre il creare parte dal niente. Ecco, la nostra condizione è partire da qualcosa che c'è già.
E' normalissimo che ti faccia paura la parola 'creare' in mano all'uomo, fa paura anche a me, conoscendo l'uomo.
Ma che l'uomo sia collaboratore di Dio nella creazione è un dato teologico difficilmente confutabile, basti pensare anche solo all'immenso potere di pro-creare, misteriosamente affidato a noi al punto che senza il concorso dell'elemento umano non c'è vita umana che possa autogenerarsi.
La contrapposizione che rilevi nel Credo, quella tra Generato e Creato, è servita ai padri conciliari di Nicea per smentire l'eresia ariana che sosteneva Cristo come Dio di serie B e demiurgo nella creazione, anziché come principio generatore. Significa semplicemente: Cristo non è creatura, è creatore, principio primo quanto il Padre, perchè partecipa della stessa sostanza. Chiunque dica il contrario insegna dottrina errata.
Noi invece siamo in un certo qual senso demiurghi, perché in noi e per mezzo nostro Dio Padre prosegue l'opera di creazione fino al suo definitivo compimento, 'tra le doglie del parto', nell'ultimo giorno. Pensa solo al significato profondissimo dell'Incarnazione in questo senso: potendo Dio redimere l'uomo in qualunque modo, ha scelto però l'assunzione della natura umana quale elemento indispensabile alla salvezza. Per questo niente si compie che non passi per l'uomo, fatta salva la libertà di Dio di far comunque quello che gli pare, sempre.
Tornando alle parole, e tornando anche alla Genesi, Dio ha creato con la Parola, ma allo stesso tempo ha trasmesso all'uomo il dono misterioso e pericoloso di dare il nome alle cose, 'ri-creandole' a sua dimensione. Dice la Bibbia in merito: 'glieli pose davanti per vedere come li avrebbe chiamati'.
Dio sta ancora guardando per vedere come chiamiamo le cose che ci affida, compresi i nostri simili, e certamente chiamare qualcuno 'irregolare' oppure 'fratello' non è la stessa cosa in questa logica.
Nella cultura semitica (ma non solo, anche in quella celtica e in molte culture tribali africane), il nome esprime l'essenza stessa della cosa indicata, e pronunciarlo ha potere evocativo. 'Nel mio nome' è una delle frasi più ricorrenti di Gesù quando conferisce poteri ai suoi. 'Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, egli ve la concederà', 'Quando due o più sono riuniti nel mio nome, io sono con loro'. Il nome delle cose ne evoca l'essenza, e questa convinzione era talmente solida che gli ebrei ritenevano e ritengono il nome di Dio impronunciabile, e infatti usano sinonimi (non nominare il nome di Dio invano è una proibizione che viene da quel tabù).
Ogni volta che dai alle cose e alle persone un nome, quelle cose re-iniziano ad esistere secondo il senso che è nella parola. La risemantizzazione di qualunque cosa si riferisca all'uomo è per questo molto pericolosa: nei campi di sterminio i nomi propri sparivano, per essere sostituiti dai numeri ed evidenziare la perdita dello status di umanità dei prigionieri. Senza arrivare ad esempi estremi, termini come 'extracomunitario' o 'irregolare' - oltre ad avere attualmente contenuto spregiativo - qualificano l'umanità secondo aspetti legalistici collegati ai concetti di regola e di confine. Concetti sempre ambigui, perchè spesso segnano anche il limite tra chi è detentore di un diritto umano e chi invece si preferisce di no.
Per farti capire che non c'è niente di casuale in questa scelta semantica provo a spostare l'esempio, restando sempre nell'ambito dell'approccio allo straniero, prendo la parola IMMIGRATO.
Mai in nessun documento ufficiale della Chiesa, nè in un discorso pubblico di chiunque fosse Sua Santità, si è sentita usare la parola IMMIGRATO o quella EMIGRATO.
Il termine che nella Chiesa si usa per le persone che lasciano la loro terra è invece quello di MIGRANTI. Il motivo è semplice: il prefisso che precede le altre due parole indica il movimento tra un 'dentro' e un 'fuori', con chiaro riferimento ad un confine statale. Ma la Chiesa non ha confini se non quelli del mondo, quindi per lei le persone che si spostano non si spostano mai dentro o fuori, si spostano sempre all'interno, da un punto all'altro dello stesso mondo.
E' un concetto bellissimo, oltre che estremamente corretto sul piano della distinzione tra lo Stato (che si preoccupa dei confini) e la Chiesa (che non ha confini).
Questo non è per dire che ha ragione Moretti e che le parole siano importanti, però diciamo che la Chiesa le ha sempre usate con estrema attenzione.
Nell'uso della parola IRREGOLARI non si è mostrata purtroppo la stessa prudenza.
Se IRREGOLARI indica lo stato di infrazione delle regole, la domanda è: di quali regole stiamo parlando?
Le regole dello Stato, ovviamente, e di questo specifico Stato.
Però chi parla non è un uomo di Stato, è un uomo di Chiesa.
Per quale motivo la Chiesa, che in passato per definire gli uomini che si spostavano
ha fatto riferimento solo alle proprie universali categorie di umanità, adesso assume la prospettiva di uno Stato - e di un singolo Stato - mutuandone addirittura i termini?
Perchè scegliere di riferirsi alle persone che vengono qui - in massima parte in preda a una gamma di svariate disperazioni - usando il termine che nel linguaggio della destra italiana indica esattamente il motivo per cui dovrebbero stare fuori, cioè 'che non rispettano le nostre regole'?
Le risposte plausibili sono due:
O improvvisamente alla diplomazia vaticana non importa più niente del peso delle parole, e usano la prima che sentono.
Oppure più credibilmente la scelta di quella parola non è casuale, e io propenderei per quest'ultima interpretazione.
I motivi non mi sembrano nemmeno troppo criptici.
Usare una parola diversa, anche neutra, significherebbe criticare apertamente l'operato governativo, che al momento tra l'altro è molto popolare, visto che è su questo tema che hanno vinto le elezioni.
Dire per esempio un semplice 'chi viene qui è nostro fratello', trascina con sè spontaneamente l'avvertimento che chi lo accoglie duramente è un fratello snaturato, viola un legame familiare. Dire invece 'gli irregolari sono nostri fratelli' ha tutta un'altra valenza, perché mette l'accento sul fatto che perchè questa fratellanza si realizzi pienamente, chi viene qui deve rispettare le regole.
Ma il paradosso è che la regola è proprio STARE FUORI!
Se usi parole che sottintendono atteggiamento critico verso chi viola le regole, di fatto stai legittimando le regole.
E noi da cristiani siamo sicuri che quelle regole siano così indiscutibilmente legittime sul piano evangelico? Io no.
Siamo sicuri che non c'entri niente in questo atteggiamento il fatto che il 90% di quelli che entrano sia di fede musulmana?
Io no.
Michela, visto che insisti, parliamo del nulla. Fermo restando che le parole in se non generano la realtà ma la possono comunicare e sono importanti per capirsi Bagnasco nel suo discorso ha citato il problema degli immigrati irregolari esprimendo un concetto tra l’altro abbastanza ecumenico nel senso di condivisibile da molti a prescindere dall’orientamento politico o religioso e forse per questo anche un po’ banale. Non capisco proprio dove sta il problema. Il termine irregolare è un termine di uso corrente che esprime un concetto chiaro e nel suo significato limitato ad una condizione precisa e cioè entrato in Italia in modo irregolare. Ne più ne meno che altri termini indicanti una condizione.
Nel contesto in cui è stato utilizzato era impossibile attribuire il termine ad una condizione diversa ( irregolarità fisica, umana, spirituale,religiosa…..) anzi se mai il contesto voleva significare l’opposto. Ti rendi conto che si sta discutendo del vuoto spinto? A me non interessa discutere oltre di tale banalità e , a questo punto anche delle ragioni personali, di questa ossessiva foga censoria monodirezionale.
Mentre è molto più interessante da discutere il concetto che “le parole generano la realtà”.
E vero Omer che non hai fatto una connessione esplicita tra il concetto espresso da Michela e la citazione di Gorgia ma questo non vuol dire che la connessione non ci sia eccome; anche il fatto stesso che la frase di Michela ti ha portato dopo pochi interventi a fare questa citazione lo evidenzia.
Michela e Omer, il fatto che sia vero e indiscutibile che della realtà faccia parte anche il tempo e l’azione e quindi il cambiamento non significa né che la realtà non esista o non sia conoscibile né che siamo noi a farla.
Cosi come, Omer, citare una sfilza di nomi non è discutere. Ben vengano le citazioni, ma accanto al nome va aggiunta la frase o il concetto, anche molto sintetico. Non tutti possono avere la tua cultura e poi si può dare l’impressione opposta di non avere argomenti.
Omer tutte le scienze si basano teoricamente, ma più ancora praticamente, sul presupposto di poter conoscere, se cosi non fosse saremmo ancora all’età della pietra.
Omer, immagina di dover andare da Roma a Milano, ovviamente e possibile sia che arrivi a Milano sia che sbagli strada e ti trovi a Venezia. Immagina ora di dover andare da Roma a Milano con la convinzione che Milano non esista o che sia impossibile raggiungerla, Ndo vai?
Michela, mi interessa discutere del concetto da te espresso perché sono convinto che nel variegato “mondo cattolico” sia sempre più presente un pensiero profondamente anticristiano, a cui tutti siamo soggetti, che tende a ridurre nella sostanza il fatto cristiano (“fatto” come giustamente il papa spesso lo definisce) a parola,pensiero,idea ….in sintesi sega mentale.
Vorrei che mi rispondessi, se possibile, evitando citazioni catechistico-ecclesiastiche, argomento su cui sicuramente sei molto esperta ma che rischiano di spersonalizzare le posizioni (nel senso che tu non sei ciò che hai studiato).
Luigi, sei un capolavoro di contraddizione.
Dici che Omar (non Omer, che meraviglioso lapsus) non deve limitarsi a citare nomi, ma esprimere anche i concetti correlati, almeno sinteticamente, perchè giustamente non tutti hanno la sua cultura.
Per contro, io che esprimo i concetti esplicitamente, la devo smettere di fare citazioni 'catechistico-ecclesiali', perchè io 'non sono quello che ho studiato'. E' imbarazzante, perchè quelle non sono citazioni catechistico-ecclesiali, ma bibliche, della Parola di Dio, note a chiunque vada a Messa la domenica, non certo roba da teologi.
Per il merito, non ribadisco più quanto ho già chiaramente pluriespresso. Mi limito tuttalpiù a prendere atto che il concetto del pericolo insito nell'uso delle parole non è alla tua portata, e di questo limite non posso farti una colpa.
Tanto per restare fuori tema...dopo Manganelli capo della polizia..Mons. Crociata segretario CEI..
Simone, grazie per la tua battuta! Ci voleva.
Michela, tu al suo posto che parole avresti usato?
Al posto di Bagnasco, intendo.
Uomini, semplicemente.
Ricordo che questi uomini sono nostri fratelli.
Se proprio avessi voluto precisare, sarei sicuramente stata dentro la tradizione lessicale della Chiesa, e avrei detto 'migranti', che sospende ogni giudizio sulla violazione o meno di regole che comunque non sono della Chiesa.
Meno male che Luigi si è limitato a sbagliare una vocale, senza aggiungere l'H davanti! Certo, la reiterazione dell'errore genera il forte sospetto dell'intento denigratorio. Ma va be'. Buttarla sullo sfottò in mancanza di meglio è una pratica storicamente consolidata (sotto il fascismo era molto in auge, tanto per dire).
Al di là di questo, se si nominano Schroedinger e Goedel, ovverosia si allude ai principi base della logica, della matematica e della fisica del Novecento, si presume che:
1) si colga l'allusione a tali tematiche, senza la pretesa che le si svisceri in un post;
2) qualora i due nomi non dicano proprio nulla, l'interlocutore, già connesso in rete, faccia una rapida capatina su wikipedia (tanto per dire) e si sinceri della congruenza della citazione fatta (almeno a grandi linee).
Ma il problema non è nemmeno questo.
Dalle obiezioni di Luigi si desume che egli neghi la legittimità stessa della pretesa di libertà di espressione su certi temi. Non se ne deve parlare. Mi chiedo cosa generi tale intento censorio, visto che esso è rivolto non solo a Michela in quanto cattolica (il che sarebbe discutibile comunque, visto che questo è pur sempre il blog di Michela e nessuno, a parte lei stessa - fino a prova contraria - può stabilire cosa debba comparirvi e cosa no), ma anche a chiunque altro, ivi compreso chi non è né si professa cattolico o comunque cristiano.
E poi, per finire, se pure si trattasse delle corbellerie più sesquipedali degli ultimi cinquant'anni, non sarebbe comunque lecito, se ne abbiamo voglia, disquisirne ad libitum e senza chiedere il permesso a chichessia? A me verrebbe da rispondere: sì. Ma forse bisogna riconoscere, non senza sgomento, che tante paure e tanti allarmi a proposito di libertà fondamentali (che tendiamo facilmente a dare per conquistate una volta per tutte) forse non sono così campati per aria.
Caro Omaer, visto che siamo al festival del vuoto spinto, mi dovresti gentilmente spiegare da dove desumi che nego la libertà di espressione, ma soprattutto come potrei farlo visto che sto solo partecipando ad un blog (l’unica che potrebbe farlo sarebbe al massimo Michela che e a quanto pare non lo fa).
A meno che, non so per quale contorto ragionamento, ritieni che il solo obbiettare ad un tuo discorso sia già di perse una negazione della libertà di pensiero.
Probabilmente, molto più semplicemente, non te la senti di entrare nel merito della mia obiezione.
In tal caso, a scanso di equivoci e visto che per te non è un ovvietà, per conto mio sentiti liberissimo di non rispondere o, a tuo piacimento, sparare ad libitum cazzate per me (PER ME) senza senso.
Michela, 2000 anni di vita della chiesa, hanno prodotto una marea di documenti scritti che, unitamente alla bibbia, possono essere, saltabeccando di qui e di la, ampiamente utilizzati, da chi ha un po’ di competenza (nel tuo caso molta), per dimostrare con enfasi tutto e il contrario di tutto.
Caro Luigi, non approfittare della buona creanza altrui. Il fatto che non ti si risponda per le rime non significa che non si sia in grado di farlo (posto che se ne abbia la voglia e il tempo).
Il merito delle tue obiezioni, cui io non risponderei per mancanza di argomenti, è: io considero CAZZATE (alla faccia della netiquette!) tutto ciò che a) non mi interessa, b) mi disturba e c) non capisco; ovvero una miscela delle tre.
Be', come obiezioni non mi sembrano dotate di grande forza dialettica. Sostenere che non metti in discussione la libertà di espressione perché ti limiti semplicemente a contestare che la si usi, mi pare un bel cavillo autocontraddittorio. Io continuo a non capire cosa ti roda, a parte il semplice fatto che qui si parli di temi che tu ritieni non affrontabili (in nome di che, rimane altrettanto oscuro).
Insomma, alla fine tutta la tua verve polemica mi pare concretizzarsi nella più classica delle operazioni da flamer (seminatore di zizzania a scopo sabotatorio), così comuni (ma non per questo meno scorrette e disdicevoli) su internet.
[Omissis]
Mi era scappata un'espressione colorita nella mia lingua (frastimu o irroccu che dir si voglia), ma mi autocensuro per rispetto del sito che ci ospita e degli altri lettori.
Fa' come ti pare, comunque, e buon pro ti faccia. Ma non rompere.
Sono l'amministratore del sito e volevo soltanto dire che sono fortissimamente tentato dal censurare tutto questo vuoto cosmico (fastidioso e impertinente) generato dal cervello (o dalle orchiti) di Luigi, ma se lo facessi Michela mi ucciderebbe.
Perciò me ne starò qui a pregare che il Signore ce ne scampi e liberi, o almeno ne tenesse conto nel giorno del giudizio.
[non risponderò ad alcun eventuale commento a questo mio post]
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