| Noi lo sapevamo |
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| Scritto da Michela | |
![]() (Scritto per l'Arborense del 13 febbraio 2007) Durante una intervista televisiva di qualche giorno fa mi hanno chiesto di commentare una video testimonianza sul tema del lavoro. Ero psicologicamente preparata alla solita intervista al precario, diventato specie socialmente accettata. Ormai non ti chiedono neanche più il tipo di lavoro che fai, basta dire “precario”, che costituisce titolo come dottore o professore. E’ qui con noi la scrittrice precaria Michela Murgia. Sempre più spesso mi ritrovo a pensare che abbia ragione Antonio Incorvaia: scrittrice suona sinistramente come un’aggravante (anche morale) del fatto di essere precaria. Mi aspettavo che nel documentario ci fosse una faccia sotto i trentanni, perchè la legge televisiva è quella: il precario, quando è giovane, sa più di precario. Quando è partito il video ho visto invece un uomo anziano dal mestiere antico, un ex minatore sardo che portava gli operatori del servizio televisivo in giro per la miniera-museo con la stanca familiarità del padrone di casa: “Perchè adesso è parco per turisti, ma qui si viveva e si moriva”. In quei dieci minuti di video, la storia di quell’uomo mi ha raggiunta fino in fondo. In parte è stato per motivi personali, perchè mio nonno era minatore a Montevecchio e quelle mani nere di carbone io le ho viste solo nei racconti di mia madre. Ma il motivo principale del turbamento non veniva dai legami affettivi e genealogici: mi ha colpita la forza straordinaria della testimonianza di quel vecchio “minatore a vita”, come si è definito lui, anche se la miniera è chiusa da decenni. La sua identità era completamente radicata in quelle caverne scavate da suo padre e da suo nonno. Era magnetico il racconto della durissima vita dentro la pancia di carbone della terra, delle solidarietà che necessariamente nascevano tra compagni, a dispetto delle antipatie personali, in un posto dove dalla solidarietà dipendeva la vita stessa. Ma non sono cose che non sapevo: valgono per molti lavori anche attuali, anche se io non le ho mai vissute in prima persona. Quello a cui non ero assolutamente preparata era questo: “Noi stavamo dentro la miniera e la miniera in certi momenti era come se ci parlasse. Ci diceva: “io do da mangiare a te e ai tuoi figli, ma in cambio voglio la tua pelle”. Noi lo sapevamo che saremo morti tutti, dentro o fuori, a causa della miniera”. Noi lo sapevamo. Come stare a sentire, sorridenti davanti a una telecamera, questa assurda consapevolezza di star scambiando il lavoro con la vita? Questa gente non era affatto ignara come si può pensare: conosceva il rischio e ha accettato il patto scellerato di scambiare il pane con il respiro, la vita dei propri cari con la silicosi. Per quanto inaccettabile, non c’è giudizio possibile: le condizioni di vita allora imponevano la scelta tra il morire in miniera o il veder morire i figli di fame. Eppure, qualunque cosa sia rimasta uguale ad allora in noi, spero che non sia quel maledetto pensiero. Spero che la più importante conquista umana non sia la Luna e quel che gli abbiamo fatto simboleggiare, ma la consapevolezza che nessuno deve morire per mangiare, perchè la vita di un solo uomo è più preziosa di qualunque interesse economico e nessun morto può fare “parte del sistema”. Con buona pace di quel criminale di Antonio Matarrese. |
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